Il movimento degli ultimi

Dal dialogo di Filippo Grandi al Festival della Mente alle fratture dell’oggi: “contro la paura non solo buoni sentimenti o un cieco fervore ma tentare di capire la complessità delle sfide globali”

Il movimento degli ultimi
Iran
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13 Ottobre 2022 - 09.09 Culture


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di Linda Salvetti

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“Li troverai là e qua, con il tempo che fa, estate e inverno: gli ultimi”. Coloro che fuggono da guerre, violenze, persecuzioni o che sono alla ricerca di una vita migliore. Il movimento, in particolare quello degli ultimi, è stato il tema della lectio inaugurale di Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in apertura alla XIX edizione del Festival della Mente a Sarzana nella prima decade di settembre. Filo rosso di questa edizione, il movimento intorno alla questione dei rifugiati, come migrazione, ma anche intorno alla scienza, all’ambiente, all’arte, alla società e alla Rete, contro l’immobilismo, che – per citare le parole di Benedetta Marietti, direttrice del Festival della Mente – “genera spesso un timore viscerale per ogni sorta di cambiamento positivo.”


Un tema attualissimo, che a distanza di settimane dal Festival, resta vivo nella prospettiva di una ritrovata serenità post-pandemica e nei difficili scenari che il mondo sta attraversando, costringendoci a riflettere sulle nuove costrizioni che i conflitti internazionali impongono a tante popolazioni. La guerra in Ucraina, ad esempio, ha imposto nuove domande sul modo di guardare le guerre. Ad un certo punto, navigando nel mare magnum di Internet o sfogliando i giornali, viene spontaneo chiedersi quanto sono distanti da noi gli eventi che stanno dividendo il mondo? Quanto il nostro sguardo, spesso vanaglorioso e pigro, ha saputo cogliere i cambiamenti in atto?

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La crisi della pace è radicata in fratture senza precedenti. In tutto il pianeta, milioni di persone, uomini ma soprattutto donne ne pagano caro il prezzo: misoginia, distorsioni sessiste dell’intelligenza artificiale, discriminazioni e sfruttamento sul lavoro, fino alla loro stessa vita. Eppure, di fronte alla violenza e all’oppressione, c’è chi osa “riprendersi la vita, la libertà”, anche attraverso grandi rinunce. Il coraggio delle donne iraniane in solidarietà della morte della ventiduenne curda Masha Amini, arrestata e picchiata a morte dalla polizia morale iraniana perché non indossava correttamente il velo, è un faro che si accende proprio da “quegli ultimi” invisibili e bistrattati.

Una rivoluzione femminile, contro il regime in Iran, che divampa ben oltre i confini del paese, coinvolgendo donne e ragazze di tutto il mondo: da Juliette Binoche a Marion Cotillard, Melanie Laurent, Isabelle Huppert, fino a Charlotte Gainsbourg che si sono tagliate i capelli in diretta social per manifestare il proprio sostegno alla lotta delle donne iraniane. Proprio come ha sottolineato lo scrittore israeliano David Grossman, il movimento non è mai solamente nello spazio, è anche una sfida alla tirannia del tempo, un’espressione di fiducia nel fatto che non sia l’immobilità ad avere la meglio e che non manchi mai la possibilità per il cammino della speranza, della convivenza, della pace, e dell’amore, dunque. Cosa ci tiene più in movimento dell’amore, verso noi stessi, l’altro o i propri ideali di libertà ed espressione.


Come possiamo allora affrontare le sfide globali che ci attendono e contrastare l’enorme disparità che le migrazioni, la pandemia e la guerra ci hanno svelato? Un vero e proprio dilemma esistenziale, a cui Filippo Grandi tenta di rispondere, ponendo l’attenzione su quel che è il il contrario della paura dell’altro: “non sono solo i buoni sentimenti o un cieco fervore ma tentare di capire la complessità delle sfide globali che il mondo ci pone di fronte e affrontarle insieme.”

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