Non basta dire no alle derive anti-democratiche: occorre una nuova cultura dell'azione sociale

Cosa ci potrà salvare dalla deriva anti-democratica? Il pensiero politico e l’azione sociale. Riferimenti, ambedue, molto vasti

Non basta dire no alle derive anti-democratiche: occorre una nuova cultura dell'azione sociale
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Rocco D'Ambrosio Modifica articolo

6 Agosto 2023 - 18.38


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La marcia del governo Meloni continua, a ritmo incalzante. Discorsi, interviste, apparizioni pubbliche, viaggi all’estero, dichiarazioni, proposte di legge, atti dell’esecutivo e del Parlamento sono tutto in una direzione: occupare ogni spazio di potere; incidere culturalmente; tutelare gli interessi di pochi (classi agiate, gruppi di interessi, amici di cordata); scardinare, a piccole o grandi dosi, la Costituzione; tradire i principi costitutivi della Repubblica (in primis solidarietà, giustizia ed equità fiscale); negare verità storiche e diverso altro. Complice la stragrande maggioranza dell’informazione, di bassa qualità e asservita ai potenti di turno, il tutto procede senza grandi inghippi. Cosa ci potrà salvare da questa deriva? Certo le prossime elezioni politiche avranno un ruolo decisivo. Ma “prima” delle elezioni c’è altro di ugualmente importante: il pensiero politico e l’azione sociale. Riferimenti, ambedue, molto vasti. Solo qualche battuta su di essi.

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Il pensiero politico. Sembra quasi un lusso di pochi: di quelli che leggono ancora libri, studiano, dialogano, si confrontano con gli altri, hanno più dubbi e domande che certezze e risposte. I social hanno dei meriti, ma hanno tante colpe, come ridurre il pensiero a slogan, sintetizzare volumi in poche battute ed essere dominio di comunicatori senza scrupoli e senza principi etici. Quindi il pensiero politico classico è ignorato e uno nuovo stenta a venire. Una prova per tutte: gli editoriali delle grandi testate (cartacee, televisive e web), in genere pendenti tra aria fritta e occhiolini ai regnanti, tra cerchiobottismo logoro e terzismo in nuova salsa. Non basta dire no alle derive populiste e antidemocratiche, ci vuole uno sforzo di elaborazione culturale che passi dai banchi universitari e laboratori culturali ai luoghi popolari e mediatici per sanare quei deficit intellettuali ed emotivi che spingono tanti nelle braccia dei populisti e demagoghi di oggi.

L’azione sociale. Il volontariato ha crisi di presenza (eccetto per alluvioni, incendi e terremoti). L’individualismo fa da padrone (da destra a sinistra, dai cattolici agli atei). Si diffonde sempre più quella forma di “solidarietà a costo zero”: è praticata da coloro che pensano di essere solidali perché firmano sottoscrizioni e appelli (in genere inutili) sui temi scottanti (migranti, democrazia, giustizia, pace, economia, globalizzazione) oppure mettono un “like” sui social; discutono di essi in salotti ovattati  (come diversi club, università della terza età, associazioni laiche o religiose); fanno beneficenza senza sporcarsi le mani e con contenute elargizioni economiche. Tutto a “costo zero”: zero impiego di tempo, di denaro, di studio, di dedizione, di fatica. Se non è proprio solidarietà “a costo zero”, è tendente a zero. E con essa l’intero Paese. 

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Mi è capitato diverse volte sentire persone, già impegnate nel volontariato, che lasciavano gli impegni perché non avevano tempo, dopo famiglia e lavoro, da dedicare agli altri. Il tempo impiegato agli altri (gratuitamente e periodicamente) non è un hobby, ma uno dei cardini di una personalità matura e sana eticamente. Se non dono agli altri un po’ di tempo, denaro, studio, dedizione e fatica sono un individualista, un narciso, tutto preso da “avarizia e carriera”, direbbe Milani. E se credo di poter salvare, con il mio individualismo, i miei figli, perché ad essi dedico tutto il mio tempo, sono solo uno sciocco perché penso di poterli preservare in una campana di vetro, mentre “fuori” crescono razzismo e rifiuto, odio e cattiverie. Ma dove vivranno i bambini e i giovani di oggi se non nel Paese che stiamo costruendo (male) per loro?

Se la maggioranza (quantitativa e qualitativa) di questo Paese diventasse cosi, come ora descritto, sarebbe la fine. Sarebbe come la città di Aglaura, dove «ciò che era eccentrico – sono parole di Italo Calvino ne Le Città Invisibili – è diventato usuale, stranezza quello che passava per norma, e le virtù e i difetti hanno perso eccellenza o disdoro in un concerto di virtù e difetti diversamente distribuiti. (…) La città che dicono ha molto di quel che ci vuole per esistere, mentre la città che esiste al suo posto, esiste meno. Se dunque volessi descriverti Aglaura tenendomi a quanto ho visto e provato di persona, dovrei dirti che è una città sbiadita, senza carattere, messa lì come viene».

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