Joan Miró a Napoli: quando il segno diventa linguaggio dell’anima
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Joan Miró a Napoli: quando il segno diventa linguaggio dell’anima

La mostra “Joan Miró: per poi arrivare all’anima”, ospitata nella basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli si configura come un progetto espositivo di forte densità concettuale

Joan Miró a Napoli: quando il segno diventa linguaggio dell’anima
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Maria Calabretta Modifica articolo

5 Gennaio 2026 - 12.50


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La mostra “Joan Miró: per poi arrivare all’anima”, ospitata nella basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli e curata da Achille Bonito Oliva e Vittoria Mainoldi, si configura come un progetto espositivo di forte densità concettuale, volto a restituire una lettura selettiva ma incisiva della poetica mironiana. L’esposizione non intende ricostruire in modo esaustivo la carriera dell’artista catalano, ma concentra lo sguardo su uno dei nuclei più affascinanti del suo linguaggio: la tensione costante tra automatismo, segno, parola e tecniche della stampa.

La scelta dello spazio espositivo appare significativa. L’architettura stratificata e monumentale della basilica instaura un dialogo silenzioso ma profondo con le opere, favorendo una fruizione lenta e contemplativa. In questo contesto, il segno di Miró, essenziale, talvolta apparentemente infantile, acquista una risonanza ulteriore, come se la sospensione spaziale amplificasse la tensione tra vuoto e forma che attraversa gran parte della sua produzione grafica.

Il percorso, articolato in sette sezioni tematiche, privilegia un approccio concettuale piuttosto che cronologico. Miró e il mondo dell’editoria indaga il libro come spazio di sperimentazione e dialogo tra arti visive e letteratura; Miró litografo mette in evidenza la centralità della litografia come mezzo di invenzione autonoma; Femmes, Oiseaux, Personnages restituisce l’universo iconografico dell’artista, popolato da figure ibride e archetipiche; Scrittori, artisti, amici sottolinea la dimensione relazionale del suo lavoro e le collaborazioni con poeti e intellettuali; Musica e teatro approfondisce l’interesse per le arti performative e per la contaminazione dei linguaggi; la sezione dedicata a Ubu Roi rielabora il celebre personaggio di Alfred Jarry; infine, Parole e segni concentra l’attenzione sul linguaggio visivo come forma di poesia aperta e non univoca. Nel loro insieme, queste sezioni restituiscono l’idea di un’arte fondata sull’attraversamento dei confini disciplinari.

Particolarmente originale è l’attenzione rivolta alle copertine di LP e ai volumi illustrati, che evidenziano la costante ricerca di Miró nel dialogo tra parola e immagine. Qui il gesto grafico non assume mai una funzione meramente decorativa: lettere, frammenti calligrafici e costruzioni visive si fanno segni autonomi, espressione di un linguaggio in cui poesia e grafica confluiscono in un unico sistema plastico. La mostra mette così in evidenza la libertà espressiva dell’artista e la sua capacità di attraversare i media senza gerarchie di valore.

La sezione dedicata a Ubu Roi rappresenta uno dei momenti di maggiore intensità concettuale dell’intero percorso. Miró non si limita a illustrare il testo di Jarry, ma ne coglie lo spirito sovversivo e universale, traducendolo in segni essenziali, talvolta ironici e crudeli, capaci di restituire una visione dell’umano dominata dall’assurdo e dall’istinto di potere.

Come sottolinea Achille Bonito Oliva: “Miró è un artista felicemente indeciso su tutto, con un linguaggio che non si ferma davanti a niente e a nessuno e che fonda una doppia valenza dell’artista: il nomadismo culturale e l’eclettismo stilistico. La sua è un’arte di grande elaborazione, frutto di una profonda analisi interna; non manda messaggi, ma esprime una visione che il pubblico deve interpretare, rielaborare e fare propria”.

Accanto alla coerenza e al rigore del progetto curatoriale, la mostra solleva una riflessione sul piano della mediazione culturale. Il percorso espositivo sembra infatti rivolgersi in modo privilegiato a un pubblico già in possesso di una certa familiarità con la poetica mironiana, capace di orientarsi autonomamente tra segni, rimandi iconografici e riferimenti letterari. Pur essendo presenti schede e introduzioni molto approfondite all’inizio di ciascuna sezione, l’assenza di apparati di approfondimento puntuali — come schede critiche dedicate alle singole opere o strumenti di accompagnamento più strutturati — affida in larga misura l’esperienza interpretativa alla sensibilità e al bagaglio pregresso del visitatore. Se da un lato questa scelta rafforza la dimensione contemplativa e aperta dell’esposizione, dall’altro può risultare meno accessibile a chi si avvicina per la prima volta all’universo di Miró, privandolo di alcune chiavi di lettura utili a cogliere pienamente la complessità del suo linguaggio visivo e simbolico. In tal senso, la mostra non si offre come un’introduzione, ma come un approfondimento selettivo, che premia uno sguardo già allenato.

In definitiva, “Joan Miró: per poi arrivare all’anima” si presenta come un’esperienza di alto profilo culturale, capace di restituire l’immagine di un artista libero e profondamente moderno. Il progetto curatoriale invita lo spettatore a confrontarsi con un linguaggio aperto e plurale, in cui il segno diventa spazio di esperienza e di interrogazione. È in questa prospettiva che trova piena risonanza la riflessione dello stesso Miró, quando afferma: “Ho difficoltà a parlare della mia pittura, poiché nasce sempre in uno stato allucinatorio, suscitato da un contraccolpo qualsiasi, oggettivo o soggettivo che sia, e di cui non sono in alcun modo artefice. Quanto ai miei mezzi di espressione, sempre più mi sforzo di giungere al massimo grado di chiarezza, di potenza e di aggressività plastica, ossia di risvegliare dapprima una sensazione fisica, per poi arrivare all’anima”.

La mostra sembra aderire a questa dichiarazione non come enunciazione teorica, ma come metodo: un percorso che rinuncia a spiegare tutto, per lasciare che sia l’esperienza visiva e sensibile a generare senso, chiedendo al pubblico un atto di partecipazione intellettuale e percettiva.

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