A testimoniare i valori e la storia della sinistra italiana della seconda metà del Novecento è l’epistolario tra Norberto Bobbio e Leo Valiani, due intellettuali di spicco, raccolto nel volume “Un possibile strumento di libertà umana. Norberto Bobbio e il socialismo. Con il carteggio Bobbio-Valiani (1954-1994)”, curato da Giovanni Scirocco per Biblion edizioni. Con la prefazione di Mario Ricciardi e un saggio introduttivo di Scirocco, le lettere riguardano tematiche che spaziano dalla filosofia a questioni istituzionali, inserite in un arco temporale di 40 anni.
Il filosofo Bobbio e lo storico Valiani sono nati entrambi nel 1909, ma lo storico aveva vissuto più a lungo l’esperienza antifascista; dalla fine del 1920 aveva conosciuto il carcere fascista e il confino, prima di andare in esilio a Parigi nel 1936, prendendo parte poi alla guerra civile spagnola per difendere la Repubblica. Durante la guerra è stato prigioniero nel campo di Le Vernet, decidendo di lasciare il Partito comunista, criticando le azioni di Stalin, per poi aderire a Giustizia e Libertà. Una volta ritornato in Italia, decise di prendere parte al Partito d’Azione e alla Resistenza.
Diversa invece è stata la carriera di Bobbio, che dal 1935 inizia a lavorare all’università, seguita da un breve arresto che terminato nel 1939, anno che segna l’inizio delle sue azioni clandestine antifasciste. Prende parte al Partito d’azione durante la Resistenza e diventa la figura principale del Movimento Liberalsocialista.
Bobbio inviò una lettera di richiesta d’aiuto a Mussolini per lavorare all’università, resa pubblica nel 1992; Valiani difese Bobbio, rifiutando i “facili moralisti” che non avevano mai vissuto in un regime totalitario. Bobbio rispose: “Non voglio aver l’aria di mendicare giustificazioni. Ci sono pur stati coloro che non hanno fatto compromessi”. In seguito alla crisi attraversata dal Partito d’Azione, Bobbio e Valiani decidono di abbandonare, momentaneamente, la politica; quest’ultimo costituisce il Partito radicale negli anni ’50, aderendo poi al Partito repubblicano, mentre Bobbio prosegue la sua carriera da intellettuale socialista.
Bobbio e Valiani rifiutano la visione conservatrice di Benedetto Croce, tentando di instaurare un rapporto con le istanze del socialismo riformista; Bobbio critica il “rivoluzionarismo” del Partito comunista, accusandolo di non considerare il problema della libertà e perché, come scrisse a Lelio Basso nel 1958, “in Italia, a furia di prepararsi per la rivoluzione, non si sono fatte neppure le riforme”.
Critica anche il Psi di Craxi: “Il Partito Socialista, il partito che nacque come l’organizzazione politica del movimento operaio, il partito di Turati e di Treves, di Nenni e di Morandi, è diventato un partito di puri professionisti della politica, i quali si preoccupano unicamente di conservare o di aumentare e di non perdere il proprio potere”, anche se, procede, “Ben inteso, parlo del Partito Socialista perché la lingua batte dove il dente duole. Ma non è che negli altri partiti si respiri aria più salubre”.
Bobbio, in seguito al crollo del muro di Berlino nel 1989, nonostante la sua posizione critica verso il comunismo, riconosce proprio in quel momento che la fine del comunismo avrebbe provocato dei rischi sul futuro della democrazia: “Non ho l’euforia dei buoni democratici che si sentono dalla parte dei vincitori. Mi sento, invece, più che mai dalla parte dei vinti, perché la democrazia vittoriosa si trova di fronte a compiti immensi e mostra come mai tutte le sue magagne. A cominciare dall’incapacità di suscitare forze morali e dal bisogno di cui si nutre e di cui non può fare a meno, di ridurre la politica a mercato”.
Valiani si spegne nel 1999 e Bobbio, prima della sua morte avvenuta nel 2004, lo ricorda con queste parole: “Tra i miei coetanei ed amici, per nessuno avevo più ammirazione che per Leo Valiani. La sua è stata una vita ammirevole per coraggio e per intelligenza. La vita di un intellettuale militante, storico, giornalista, combattente irriducibile per la libertà. Io ho vissuto la vita dell’intellettuale sedentario, Valiani era sempre in azione (…). Amò la politica e si batté in politica. Ma non la politica dell’intrigo, del potere, la politica dei grandi ideali. Soprattutto, l’ideale di libertà, da lui anche difeso nei giorni bui del terrorismo, con una serie di articoli coraggiosi”.
