Rosso Volante: Giorgio Pasotti è Eugenio Monti, l'eroe del bob
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Rosso Volante: Giorgio Pasotti è Eugenio Monti, l'eroe del bob

In prima visione lunedì 23 febbraio su Rai1 la fiction Rai sulla leggenda del bob che nel '64 diede il suo bullone all'avversario Tony Nash. «Oggi qualcuno rinuncerebbe a una medaglia olimpica per fair play? Non lo so»

Rosso Volante: Giorgio Pasotti è Eugenio Monti, l'eroe del bob
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

26 Gennaio 2026 - 22.07


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di Alessia de Antoniis

Quindici anni di ricerca, quattro settimane di riprese a maggio tra Cortina e le Dolomiti, due Olimpiadi da raccontare e un problema: non c’era la neve, c’erano le margherite. «Non si preoccupi, qualcosa succederà», disse il responsabile della pista dove si allena la nazionale quando Giorgio Pasotti e la troupe arrivarono per il primo giorno di lavorazione. Qualcosa è successo davvero: Rosso Volante, la fiction diretta da Alessandro Angelini che racconta la vita di Eugenio Monti, campione di bob che nel 1964 regalò il suo bullone al rivale britannico Tony Nash rinunciando all’oro olimpico, va in onda lunedì 23 febbraio su Rai1 (coproduzione Rai Fiction, Wonder Film e Wonder Project). Il film è stato inserito nel programma dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026.

Nel cast insieme a Giorgio Pasotti, Andrea Pennacchi (SuburraBerlinguer – La grande ambizioneLa Rosa dell’Istria), Denise Tantucci (Io e mio fratelloBraccialetti Rossi), Stefano Scandaletti (SiccitàDon MatteoRocco Schiavone) e Maurizio Donadoni (L’ombra di CaravaggioLe indagini di Lolita Lobosco).

«È stato proprio un amore a prima vista, a prima lettura», racconta Pasotti durante la conferenza stampa. «Nel 2014, in un anniversario del CONI, fui invitato per leggere un estratto di alcuni sportivi, tra cui quello di Eugenio Monti. Mi sono innamorato di questa storia. Ho sempre pensato che dovesse essere raccontata. Ho provato a pensarla a teatro, al cinema, e con l’evento delle Olimpiadi di Milano Cortina ho trovato che un cerchio si chiudesse».

Il film parte dal gesto leggendario: Innsbruck 1964, Monti ha 36 anni, ha vinto quasi tutto ma gli manca l’oro olimpico. Durante la gara si accorge che il rivale Tony Nash ha perso un bullone. Senza pensarci un attimo, gli dà il suo. Gli inglesi vincono l’oro, l’Italia si accontenta del bronzo. Per quel gesto di fair play, il Comitato Olimpico Internazionale premia Monti con il trofeo Pierre De Coubertin, la più alta onorificenza per un atleta. Da lì partono i quattro anni che lo portano a conquistare finalmente l’oro a Grenoble nel 1968, a 40 anni.

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«Trovavo che la vita di Eugenio Monti fosse non solo umanamente, ma sportivamente degna di essere raccontata proprio perché è un esempio di ciò che si è un po’ perso», dice Pasotti. «Non è per fare della facile retorica, però sono esempi belli, esempi che vanno raccontati. Sono un fan delle Olimpiadi, perché fanno emergere quegli sport di cui nessuno parla per quattro anni, a favore di sport molto più conosciuti come il calcio, il tennis. Mi commuovo quando vedo fare sacrifici, privazioni, per una medaglia. Ci sono sport dove non riescono nemmeno a pagarsi le trasferte per andare a gareggiare».

Cosa del libro è stato mantenuto e cosa inventato?

La sceneggiatura, firmata da Silvia Napolitano, Giorgio Pasotti e Valerio Bariletti (liberamente ispirata al libro Rosso Ghiaccio: Eugenio Monti, dietro la leggenda di Stefano Rotta), si è presa alcune libertà. «Del libro abbiamo tenuto molto, ma ci siamo presi la libertà più importante sulla moglie di Eugenio Monti. Abbiamo chiesto il permesso a Linda di poterla inserire nel film mentre invece in realtà lui ha conosciuto Linda nel ’69, proprio un anno dopo il ritiro».

«Si ritira due volte e, per ben due volte, torna a gareggiare. Noi l’abbiamo semplificato: dopo il gesto del bullone a Cortina si ritira. Monti nel ’64 ha 36 anni. È come se adesso un atleta gareggiasse a 55. Era l’ultima opportunità che aveva di vincere l’oro olimpico. Non riesce a causa di un gesto sportivo e si ritira. Ma poi ritorna: si convince di poterlo fare e gareggia nel ’68 a 40 anni. Credo che per uno sportivo fosse veramente un atto di vero coraggio. E un po’ di follia».

Altra libertà: il problema al cuore che nel film rischia di fermare Monti. «Questa è una piccola libertà che ci siamo presi», conferma il regista Alessandro Angelini, «ma quando si racconta un personaggio storico le libertà che ci si prende devono essere sempre all’interno del DNA del personaggio. Il rischio che abbiamo aggiunto è esattamente la materializzazione di una storia, perché lui ha sempre corso rischi: comincia a sciare, si rompe un ginocchio e riprende a sciare prima che il ginocchio sia guarito, per non perdere la possibilità di vincere la Coppa del Mondo. Si rompe un’altra volta il ginocchio in maniera definitiva. Per questo gesto poi passò al bob».

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«Il bob degli anni Sessanta non erano i bob che ci sono adesso», aggiunge Pasotti. «Erano delle macchine allucinanti, pazzesche, senza nessun tipo di protezione. È chiaro che la vita di Monti è stata una sfida continua tra vita e morte. Era un’ossessione per la velocità.»

Un personaggio complesso, un uomo libero

«Eugenio Monti era un uomo dalle mille sfaccettature», riflette Pasotti. «Un uomo che ha rincorso la velocità per tutta la sua vita, ha vissuto su un confine molto labile tra la vita e la morte. Si muoveva in moto, in motocicletta, in qualsiasi stagione. Non possedeva macchina, ma viaggiava in moto per sentire un contatto con la natura, il vento, il freddo; con la neve e senza. Correva in moto, con il bob, prima ancora con gli sci: faceva discesa libera, quindi specialità di velocità. Ha inseguito la velocità per tutta la vita. Mentre io che sono molto prudente. Monti era una persona totalmente libera, nell’accezione più bella del termine, più profonda, più vera.

Quando si ritira va in montagna, vive in totale isolamento: non si è ritirato in uno chalet a Cortina, ma è andato in cima alla montagna e ha vissuto come un eremita. È un uomo che ha mille sfaccettature, mille colori diversi. È stupendo quando ti permettono di interpretare personaggi che hanno una vita così complessa».

La sfida tecnica: margherite e repertorio

La produzione ha affrontato sfide complesse. «Abbiamo raccontato due Olimpiadi invernali in quattro settimane a maggio», spiega Pasotti. «Credo che siamo stati guidati da una sorta di spirito olimpico. C’era una fiamma che ci ha permesso di realizzare qualcosa di assurdo. A maggio non c’era la neve, c’erano le margherite, non so come abbiamo fatto».

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«C’era l’usanza, già dagli anni della guerra – racconta il direttore della fotografia Nicola Saraval – di chiedere a grandi registi di girare dei documentari sulle grandi manifestazioni e quindi ci sono delle immagini meravigliose. Quando io le ho viste ho detto a Giorgio: secondo me dobbiamo usarle. È una scelta che dà credibilità e che ci ha indicato la strada. Le immagini di repertorio hanno fornito informazioni sui costumi, sulla scenografia. Ci sono i pantaloni di velluto a coste, non tessuti tecnici. È un film che ha uno stile moderno, che parte dallo studio di materiale d’archivio».

La domanda finale: oggi qualcuno lo farebbe?

«Mi sono chiesto se oggi qualche sportivo potesse mai fare un gesto come quello di Eugenio Monti», riflette Pasotti. «Cioè chi rinuncerebbe oggi a una medaglia olimpica certa a favore di un gesto sportivo come quello fatto da Monti? Non mi sono dato una risposta onestamente, non lo so. È bello vedere Sinner che consola l’avversario: sono scene a cui non siamo quasi più abituati. O magari un calcio di rigore non dovuto e qualcuno dice: no, non è rigore, e fa vincere l’altra squadra in un campionato del mondo. Ecco, faccio fatica a immaginarmelo».

«Oggi gli sportivi sembrano dei robot programmati», aggiunge. «Ragazzi di 15 anni, l’età di mia figlia, che vanno a 300 all’ora senza emozionarsi, senza far trasparire qualsiasi tipo di paura, emozione, sentimento. È una cosa abbastanza strana. È tutto legato molto ai fattori economici, di popolarità, di sponsor. Invece io amo questo tipo di sportivi perché sono persone più semplici, che percepivano lo sport come una passione, non come un lavoro».

E chiude con un augurio a Federica Brignone: «Si sta prendendo un grande rischio, ha avuto un infortunio grandissimo e in soli cinque, sei mesi forse la ritroveremo alle Olimpiadi invernali. Le auguro veramente un successo, una vittoria, una medaglia, perché sarebbe un’altra storia da raccontare».

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