di Antonio Salvati
Senza letteratura spesso non si possiedono le parole che dicono la paura, la fragilità, la differenza, la tristezza. In altri termini, si è privi della capacita di nominare le cose, mancano le emozioni e, conseguentemente, il controllo sulla realtà e su sé stessi. Nella letteratura – lo sappiamo – soventemente convergono tutti i grandi problemi elaborati nella mente umana dalla condizione mortale; e tutte le inquietudini dell’animo e le aspirazioni relative e supreme.
La cultura letteraria pone al centro l’esperienza umana e giova a costituire una mentalità comprensiva nei riguardi di tutti gli aspetti, dalla virtù all’abiezione, dell’uomo. Proprio perché la letteratura abbraccia l’intera esperienza umana la letteratura può e deve interrogare la depressione. La depressione deve interrogare la letteratura, per forgiare un linguaggio che possa scandagliare la malattia mentale al di là delle metafore.
La tristezza è una cifra delle narrazioni postmoderne, e la depressione diviene sempre più un tema sotteso a molti romanzi e racconti a partire dalla seconda metà del Novecento. D’altra parte non esiste un linguaggio per esprimere con precisione la follia, la perdita e il terrore che costituiscono la depressione. Pochi, tra cui in Italia Italo Svevo, Carlo Emilio Gadda, Cesare Pavese e Giuseppe Berto, hanno lasciato pagine memorabili per rappresentare il «male oscuro», sebbene costituiscano tessere di un puzzle destinato a rimanere incompleto.
A questo puzzle si aggiunge a pieno titolo il volume pregevole di Fabio Macaluso, Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare (Marsilio 2025 pp. 264 € 17). Macaluso la malattia mentale l’ha vissuta direttamente e fin dall’inizio del suo racconto in maniera efficace sviluppa considerazioni incoraggianti: in molti casi si può guarire se si ha la pazienza di curarsi e la consapevolezza per aderire alle terapie e seguire uno stile di vita regolare, senza nulla togliere a una esistenza attiva e felice.
L’autore racconta il declino della sua salute mentale e le sue fasi di mania, culminata in una grave depressione durata alcuni anni che lo ha portato a essere più volte ricoverato. Ampio spazio è dedicato alle esperienze con i medici che lo prendono in cura, alle loro diagnosi, al suo percorso di recupero e infine alla sua rinascita. È un racconto con un esito felice, grazie anche alle cure di un amorevole medico greco e alla vicinanza dei suoi genitori («il contributo di mia madre alla sconfitta della malattia è stato fondamentale»). Il libro ha, pertanto, un happy end. La depressione si può vincere. Non si cela, tuttavia, lo stato di difficoltà provocato dal disturbo bipolare, raccontato non solo con ironia e leggerezza ma anche attraverso il distacco che Macaluso ha maturato rispetto all’esperienza che ha cambiato profondamente la sua vita.
Per Macaluso la depressione è «come un luogo, uno spazio dove una forza che non riconosci e non puoi controllare ti lascia vagare senza scopo, dopo che la tua anima è stata catturata da un predatore invisibile. Non funziona niente e devi rinunciare alla comprensione del tuo stato, non hai nessun indizio su questo strazio che distrugge senza lasciare traccia. Sei fuori uso, i rapporti sociali e il lavoro colano a picco. Sei fermo, paralizzato, nonostante il mondo continui a girare e funzionare bene anche senza di te. Non puoi mangiare o dormire. Vaghi per casa piangendo tutte le tue lacrime e non hai idea se smetterai di soffrire. Sei costantemente logorato dalla paura. Ti terrorizza uscire di casa perché temi che qualcuno ti guardi negli occhi, percepisca la tua follia e ti faccia rinchiudere. Non sai più chi sei. Non hai sentimenti. Non distingui più la realtà dal sogno». Hai la consapevolezza di essere esistito grazie alla tua casa, alle fotografie che contiene, ai libri che hai letto, ai ricordi degli amici, alla vicinanza delle persone care, «ma è come se avessi lasciato il tuo corpo in fretta e furia, abbandonando tutto ciò che ti contraddistingue. Sei consumato dalla morte, evitarla non è nella natura delle cose. Pensi proprio di essere morto. In che modo puoi continuare a esistere privo della tua vita? Per fortuna, già morto, per un po’ non avrai modo di ucciderti. Qualcosa ti vuole annientare dall’interno e non hai gli strumenti per sottrarti al precipizio».
Nel suo libro di memorie significativamente intitolato Un’oscurità trasparente, lo scrittore e drammaturgo statunitense William descrive proficuamente il suo declino nella depressione e la sua successiva guarigione. Per Styron – noto per il suo successo con La scelta di Sophie, sul tema dell’Olocausto, trasposto nel 1982 nell’omonimo film interpretato da Meryl Streep – la depressione «assomiglia al disagio di essere imprigionati in una stanza surriscaldata… poiché non c’è via di fuga da questa reclusione, ed è del tutto naturale che la vittima cominci a pensare incessantemente all’oblio». Non a caso Macaluso pensa intensamente a «scomparire senza essere notati».
Secondo la scrittrice statunitense Susan Sontag la malattia mentale è come un esilio e la metafora migliore per rappresentarla è il viaggio. Il tragitto per «tornare a casa» (o in sé stessi) raramente è facile; occorre curare la malattia, un processo graduale che richiede grandi sforzi e tempi lunghi.
Un percorso complicato e accidentato, perché – spiega Macaluso – «la mia patologia intacca proprio i meccanismi che conducono alla consapevolezza dello stato di malessere e della conseguente necessità di tenere sotto controllo la parte “scoscesa” del proprio organismo. “Stai male quando stai bene”, queste cinque parole racchiudono l’insidia del mio disturbo, sul quale non posso permettermi di abbassare la guardia. Ormai da un paio di decenni, percorro una via che considero obbligata, contraddistinta dal rispetto di alcune regole che sono utili a tenermi in equilibrio. I miei comportamenti abituali sono segnati dal ricorso ai farmaci e dalla verifica che questi agiscano correttamente».
Non c’è alcun romanticismo nei disturbi mentali: va ridimensionata l’idea – per dirla ancora come Sontag – del malato come «creatura febbrile e sregolata, governata da passioni estreme e troppo sensibile per sopportare gli orrori del volgare mondo quotidiano».
E se si riconosce, come è avvenuto spesso, un rapporto tra il genio creativo e la depressione, va ricordato – ricorda Macaluso – che questo non di rado si è risolto in tragedia, tenuto conto dei personaggi che hanno deciso di lasciare questo mondo pur di allontanarsi dal dolore estremo. Insomma, essere depressi fa schifo e chi parla di depressione in tono romantico non fa altro che giustificare, con un ipocrita camuffamento, lo stigma che ancora grava su chiunque assuma antidepressivi e psicofarmaci in genere. Stigma alimentato anche dall’incomprensione dovuta– sottolinea Styron -«all’incapacità di base delle persone sane di immaginare una forma di tormento così estranea all’esperienza quotidiana». In genere, il cancro, le malattie cardiache, le gravi patologie muscolari sono di solito accolti come patologie sì invalidanti ma naturali, e davanti a cui si reagisce con solidarietà. Le malattie mentali, al contrario, provocano terrore e ostilità, come fossero la peste.
Ci si riferisce spesso a coloro che ne soffrono non per il male che li affligge, «ma – sostiene Macaluso – per via del ricovero in un’istituzione sanitaria specialistica, considerato in sé infamante, al di là della sua stessa causa». «È stato in manicomio» rimane uno stigma indelebile, che persiste malgrado il processo di comprensione culturale generato dalla legge Basaglia emanata alla fine degli anni settanta.
La depressione ti fa sprofondare nello sconforto più nero, perdi il contatto con gli amici stretti e i colleghi di lavoro, produce cambiamenti fisici ed emotivi che non controlli vivendo un’esperienza diretta di «disperazione al di là di ogni disperazione», per dirla con Styron. Si diceva all’inizio del ruolo della letteratura nel fornire parole per comprendere la sofferenza. Almudena Sánchez, scrittrice spagnola, anch’essa vittima di depressione, ha voluto cercare l’essenza di una malattia riconoscibile eppure austera, vigliacca, la «più grande, invisibile, inaspettata, distruttiva, egoista, insana, paranoica, squallida, lurida e tendenziosa che abbia mai avuto», utilizzando termini forti ma precisi, evocativi, per individuare un fenomeno dai nomi multiformi e la natura sibillina: «La depressione è stata diagnosticata con questi nomi: aurea funerea, bile nera, fiume nero, inerzia invincibile, isola desolata, frattura cerebrale davanti a un mondo incoerente, sequele catastrofi che dell’amore, malattia metafisica causata dal crepuscolo, nuvolosità di umori neri, atroce spreco di energia emotiva, estremo disgusto, oscura luce saturnina, solennità semifunebre, esplosione di nerume nell’anima, peso terribile per eccesso di coscienza».
Si tratta di una fatica mentale rilevante quella di dare voce alla propria sofferenza, soprattutto quando riguarda la psiche. Ogni espressione artistica ha e può avere un aspetto terapeutico. È fondamentale non trattenere per sé i traumi. Ciascuno di noi ha bisogno di esternare, ancora di più nei periodi bui. Macaluso ci ha aiutato a dare forme concrete a qualcosa di sfuggente come la malattia mentale per rendere comprensibile a tutti questa nebulosa tanto trasparente quanto distruttiva. Si può fronteggiarla con l’aiuto del linguaggio (psicoterapia) e quella della chimica (farmaci), nonché dell’affetto. Auspicando nello stesso tempo un maggior riconoscimento del peso della salute mentale, scardinando desolazione e disperazione, perché nessuna malattia è motivo di vergogna.
