Novanta secondi per essere giusti

La Stanza di Julio Cortázar al Teatro Basilica: un test di Turing teatralizzato in cui il pubblico diventa giudice, poi carnefice simbolico

Novanta secondi per essere giusti
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

31 Gennaio 2026 - 18.15


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di Alessia de Antoniis

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Al Teatro Basilica di Roma è andato in scena – in Prima nazionale 27–28 gennaio 2026 – un esperimento più che uno spettacolo, un dispositivo che chiede allo spettatore di uscire dal buio protettivo della platea per assumere il peso della decisione. È La stanza di Julio Cortázar, da un’idea di Alessandro Di Murro, con la drammaturgia di Tommaso Emiliani. Una performance interattiva del Gruppo della Creta, con in scena Jacopo Cinque e Bruna Sdao, guida e arbitro di un gioco che, sotto l’apparenza di rompicapo teatrale, si rivela una riflessione affilata sull’identità, sulla responsabilità e sul nostro rapporto con la macchina.

Il riferimento dichiarato è duplice: da un lato Rayuela di Cortázar, romanzo aperto che consegna al lettore la costruzione del senso; dall’altro il test di Turing, che affida al giudizio umano il compito di distinguere l’intelligenza artificiale dall’essere umano. La stanza nasce da questa tensione: è un ambiente mentale prima ancora che fisico, in cui il pubblico – meno di dieci persone – è chiamato a farsi giudice.

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Il dispositivo è semplice solo in apparenza. C’è un uomo, c’è una macchina — Jackbot, doppio artificiale allenato per mesi a imitare il suo creatore — e c’è il pubblico, chiamato a smascherare l’AI attraverso una serie di domande. Regole, domande, risposte alternate. È un test di Turing teatralizzato, con una dinamica da quiz. L’attenzione è orientata alla performance cognitiva: capire, dedurre, smascherare. Ogni risposta è ambigua, calibrata, priva di appigli emotivi evidenti. La voce che le restituisce annulla ogni differenza, costringendo l’ascolto a una concentrazione quasi forense. In realtà non si tratta di capire, ma di decidere con informazioni parziali.

Qui emerge la prima contraddizione del dispositivo. Cortázar apre il campo delle possibilità, il test di Turing lo restringe a una verifica binaria. La stanza promette libertà interpretativa, ma la incornicia dentro una procedura che esige un verdetto. La macchina diventa un catalizzatore drammaturgico per interrogare la fragilità umana. La domanda apparente è “chi dei due è l’umano?”, ma il vero soggetto della performance è la psicologia della decisione collettiva.

La figura dell’ingegnera Bruna introduce le regole con tono rassicurante e autorità tecnica, legittimando il sistema come neutrale. Ma la neutralità è solo apparente: tempo limitato, scelta irreversibile, pressione del gruppo. Siamo dentro un meccanismo che ci tratta da giudici mentre ci osserva come cavie.

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Il passaggio decisivo arriva nel finale, quando la scelta non riguarda più il riconoscimento, ma l’eliminazione simbolica: a chi sparare? È qui che il gioco smette di essere epistemologico e diventa etico. La macchina non è, o non dovrebbe essere, più l’oggetto del dubbio: lo è, o dovrebbe esserlo, la nostra disponibilità ad accettare regole arbitrarie in nome della necessità di decidere.

La sensazione che ho avuto è che la performance non testi solo la nostra capacità di distinguere l’umano dalla macchina. Testa anche la nostra disponibilità a obbedire quando l’obbedienza è incorniciata come partecipazione.

La frase conclusiva dell’ingegnera — buona fine dell’umanità a tutti — agisce come firma ironica. Non è un saluto, è una responsabilità restituita. La fine evocata non è apocalittica: è quotidiana, fatta di micro-deleghe alla velocità, al consenso, all’automatismo. E soprattutto alla norma: alla convinzione che rispettare le regole del sistema sia più importante che metterlo in discussione.

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Il mio gruppo era casualmente composto da under 30/35 e over 50: gli under 30 adottavano strategie di selezione rapida, scartando l’irrilevante; gli spettatori più maturi rivendicavano il diritto al tempo e alla completezza dell’informazione. Ma su un punto convergevano: bisognava scegliere. Nessuno ha chiesto se il gioco stesso fosse discutibile.

L’umano non si definisce dalla capacità di rispondere, ma dalla possibilità di sospendere il giudizio. Se la macchina deve aderire al frame, l’essere umano può metterlo in discussione. E in questo gesto di resistenza — dire “non so”, rifiutare la logica binaria, sottrarsi alla costrizione della scelta — si intravede uno spazio di libertà che nessun algoritmo può simulare. Ma è anche lo spazio più difficile da difendere, perché richiede di opporsi non solo alla macchina, ma al consenso del gruppo. Alle regole del gioco.

La stanza di Julio Cortázar non offre soluzioni. Offre attrito. E ci ricorda anche che i margini di quella libertà sono più stretti di quanto ci piace pensare; che spesso il limite non è tecnico, ma accettato. Forse l’umanità non finisce quando le macchine imparano a parlare come noi, ma quando smettiamo di difendere il diritto di non sapere o quando accettiamo che “è la regola del gioco” sia argomento sufficiente per rinunciarvi.

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Uno splendido esperimento metateatrale che ha avuto il suo secondo atto nel foyer. Protagonisti: noi spett-attori riuniti a parlare di quello che avevamo appena vissuto. Buona fine dell’umanità a tutti. O forse no…

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