di Orlando Paris*
Tira una brutta aria sulle università. In questo momento storico il riemergere di nuove e preoccupanti forme di potere autoritario procede di pari passo all’adozione di politiche orientate a controllare gli spazi della ricerca, a limitarne l’autonomia e a ridurne le risorse. Non è una novità, è sempre andata così: tra i primi obiettivi che i regimi autoritari individuano ci sono sempre le Università, in quanto luoghi di libera ricerca e libero pensiero.
Oggi questo processo di progressiva “messa sotto tutela” delle università si articola lungo due traiettorie differenti: attraverso conflitti politici espliciti, come negli Stati Uniti, oppure mediante dinamiche più silenziose ma altrettanto efficaci che, come in Italia, assumono la forma del definanziamento strutturale, della diffusione della precarietà accademica e della progressiva erosione dell’autonomia.
Le università, insomma, sono sotto attacco, così come è sotto attacco la democrazia, e le due dinamiche appaiono strettamente intrecciate. Proprio questo nesso tra destino delle istituzioni democratiche e condizione dell’università costituisce il nucleo di Libera università (Einaudi, 2025) di Tomaso Montanari. Il volume, pubblicato nella collana di intervento di Einaudi “Le Vele”, si fa carico della cronaca senza esaurirsi in essa, restituendo profondità storico-critica alle tensioni che attraversano l’università e articolando insieme tre interrogativi: che cosa sia oggi l’università, per quali ragioni vada difesa pur nelle sue imperfezioni e quali forme dovrebbe assumere per tornare a essere spazio effettivo di libertà critica e di produzione del sapere.
Montanari non risparmia critiche al contesto universitario attuale e alle sue contraddizioni, descrivendo uno spazio attraversato da conservatorismi, segnato da meccanismi di potere radicati e caratterizzato da una marcata verticalità delle relazioni: un’università che, allo stato attuale, è iper-burocratizzata, non è giusta, non è pienamente libera e non forma abbastanza alla libertà, e che tuttavia, nonostante tutto, continua a configurarsi — per usare le parole di Montanari — come un «laboratorio di insorgenza critica», capace di forgiare gli strumenti necessari a cambiare il mondo. Uno spazio in cui i corpi continuano a incontrarsi in presenza e, in quell’incontro tra persone reali, si producono scambi, riflessioni e visioni del mondo.
A dimostrazione di tale potenzialità trasformativa, il volume ripercorre la nascita e la diffusione del movimento pro-Palestina: dagli Stati Uniti al Messico, fino all’Europa, le università sono state occupate e bloccate per accendere una luce sul genocidio perpetrato dal governo di Israele. È proprio in questa persistente capacità di configurarsi come spazio critico che si misura, oggi, la posta in gioco politica dell’università e il suo legame con la vita democratica. Ed è per questa stessa ragione che è uno dei bersagli privilegiati degli attuali governi autoritari.
Come sottolinea Montanari, a essere pienamente consapevoli del ruolo e dell’importanza del sistema universitario per le nostre democrazie furono le madri e i padri costituenti. Per questo lo scrissero, nero su bianco, nell’articolo 33 della Costituzione, che – ricorda l’autore- ha «un incipit folgorante»:
«La scienza e l’arte sono libere e libero ne è l’insegnamento».
Si tratta di un articolo in cui la libertà scientifica e accademica non è temperata né bilanciata da altri valori: è una libertà assoluta. Le madri e i padri costituenti avevano compreso che solo da una ricerca realmente libera possono emergere le scoperte più rilevanti, alla faccia di chi vorrebbe oggi una ricerca strettamente funzionale al mercato, all’economia e alla politica. Il sesto comma dell’articolo 33 sancisce poi il diritto delle università di darsi ordinamenti e regolamenti propri, naturalmente entro i limiti delle leggi dello Stato.
In altri termini, il primo comma afferma la libertà della scienza e del suo insegnamento, mentre il sesto riconosce l’autonomia funzionale e organizzativa delle università. Attraverso questo dispositivo costituzionale, l’autonomia universitaria viene così assunta come uno dei presupposti della vita democratica.
Come ricorda Montanari, tuttavia, anche questo articolo — come tutti quelli della Costituzione — non può mai essere dato per scontato una volta per tutte: richiede di essere continuamente praticato, difeso e reso vivo, anzitutto dalle università stesse che oggi vivono una dinamica di burocratizzazione e assoggettamento che ne mette in crisi autonomia e funzione critica.
Dalla consapevolezza del ruolo decisivo delle università per le democrazie emerge la necessità di una mobilitazione capace di difenderne la funzione, una mobilitazione che non resti confinata dentro l’accademia ma capace di estendersi all’intera società civile. In un momento storico in cui le logiche di mercato penetrano ovunque e l’autoritarismo politico diventa la norma, difendere l’università pubblica significa difendere uno spazio di libertà e di ricerca, in cui il sapere resta un bene comune e non una merce e in cui il presente può ancora essere interrogato criticamente.
In questo senso, difendere l’università pubblica coincide con la difesa stessa della democrazia, significa salvaguardare, per concludere con Montanari, «un limite, e un salutare pericolo, per ogni potere che abbia la tentazione di calpestare l’equilibrio della democrazia, diventando totale: anzi totalitario».
*docente di Semiotica e Teoria dei linguaggi presso l’Università per Stranieri di Siena
