Operazione Massacro: il capolavoro di Rodolfo Walsh che ha inventato il romanzo-verità per denunciare la violenza
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Operazione Massacro: il capolavoro di Rodolfo Walsh che ha inventato il romanzo-verità per denunciare la violenza

Operazione Massacro  (SUR, traduzione di Bruno Arpaia, pagg 281, euro 19) è dello «scrittore, giornalista e attivista politico argentino» Rodolfo Walsh vanta molte delle prerogative del classico oscuro

Operazione Massacro: il capolavoro di Rodolfo Walsh che ha inventato il romanzo-verità per denunciare la violenza
Rodolfo Walsh
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15 Febbraio 2026 - 13.06


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di Rock Reynolds

Non sarebbe un delitto saltare a piè pari uno strillo di copertina nientemeno che di Gabriel García Márquez (“Un capolavoro del giornalismo universale”) e pure un richiamo roboante di Roberto Saviano sul risguardo (“Il padre di tutti gli scrittori di non fiction”). Diffidare non è mai fuori luogo.

Eppure, Operazione Massacro  (SUR, traduzione di Bruno Arpaia, pagg 281, euro 19) dello «scrittore, giornalista e attivista politico argentino» Rodolfo Walsh vanta molte delle prerogative del classico oscuro. Otto anni prima che A sangue freddo (1965) valesse a Truman Capote il plauso universale della critica e il successo del grande pubblico e ventidue anni prima che Io ti troverò (1979) di Shane Stevens facesse balzare il suo autore sotto le luci della ribalta con il secondo grande romanzo-verità americano, Operazione Massacro ha scosso le coscienze.

Oggi, il libro di Rodolfo Walsh, giornalista di inchiesta sparito nel nulla nel 1977 – forse l’anno più infame nella storia dell’Argentina – e a tutt’oggi desaparecido, torna disponibile con una nuova traduzione e con l’interessante prefazione della giornalista e scrittrice Annalisa Camilli, che sabato 21 marzo, alle ore 15.00, ne parlerà al pubblico in occasione della X edizione di Book Pride, la Fiera Nazionale dell’editoria indipendente, in programma a Milano dal 20 al 22 marzo presso il Superstudio Maxi (Via Moncucco, 35).

Se A sangue freddo ha rappresentato la voglia di dare una patina di introspezione e indagine psicologica al giornalismo di inchiesta e Io ti troverò la ricostruzione mozzafiato di eventi criminosi reali, è stato Operazione Massacro ad aprire la strada, prediligendo un approccio analitico, crudo, freddo di eventi tragici che, a poco meno di settant’anni da quando si sono verificati, non smettono di agghiacciare. E dire che furono il semplice antipasto di ciò che la nazione argentina avrebbe vissuto nei due decenni seguenti: un’epoca segnata in tutta l’America Latina dall’obbrobrio dell’Operazione Condor, un agghiacciante accordo di mutua cooperazione tra i regimi dittatoriali di stampo fascista della stessa Argentina, Cile, Brasile, Paraguay, Uruguay, Perù e Bolivia per lo scambio di informazioni sui dissidenti e sugli oppositori politici e, in un secondo momento, per la loro eliminazione fisica. Naturalmente, sotto l’egida della CIA, il mandante nemmeno troppo occulto.

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Sono effettivamente in molti a pensare che a Rodolfo Walsh si possa attribuire l’invenzione di una forma nuova di giornalismo, a metà tra fiction e cronaca. Il punto di partenza inevitabile sono i fatti e, in un’epoca come la nostra in cui è sempre più arduo distinguere tra panzane – preferite chiamarle “fake news”? – e realtà, Operazione Massacro risulta ancor più un’opera necessaria. Nel 1956, in una democrazia relativamente giovane come quella argentina, disporre dei fatti e divulgarli senza manomissioni era quanto mai complicato. Tutto nasce dalla frase captata per caso in un bar di La Plata da Rodolfo Walsh mentre giocava a scacchi: «Il fucilato è ancora vivo».

Da lì a spingere un cronista giovane, curioso e amante della verità a indagare su un’operazione segreta della giunta militare per eliminare un gruppo di presunti cospiratori il passo è breve. Qualcuno nel duro apparato militare si è forse preso la briga di andare al di là delle proprie consegne e di applicare la legge marziale nonostante non sia in vigore. In un clima di sospetti e paure alimentate dalla classica paranoia di ogni tirannide, un gruppo di amici che si ritrova a casa di uno di loro per assistere a un importante incontro di pugilato trasmesso in TV viene coinvolto in una insensata retata e, subito dopo, in un’esecuzione sommaria.

L’operazione, però, non ha i crismi dell’efficienza che ognuno si aspetterebbe da un governo di stampo post-fascista. Insomma, qualcuno – la maggioranza, in realtà – riesce a fuggire. Un danno di immagine e un pericoloso smacco pratico per il regime: impossibile farli fuori tutti se restano testimoni a piede libero. Qualcuno che sapeva del tentativo di contro-golpe lanciato da due generali non allineati con la giunta capitanata dal generale Aramburu forse c’era. Ma gli altri erano in quella casa solo per condividere una passione comune e non ne sapevano nulla. Nemmeno il mondo avrebbe saprebbe nulla della violenza cieca che si era abbattuta su quei poveretti se quel giovane cronista non si fosse intestardito.

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Ricostruendo i percorsi delle varie figure coinvolte – buoni e cattivi – Walsh rende vivido il quadro e credibile ogni slancio induttivo. Con un pizzico di nero sarcasmo, come quando si rivolge al giudice, dicendo: «Ciò di cui più mi dispiace è che il signor giudice abbia perso un’opportunità quasi unica per illuminare e educare la gente… Il signor giudice avrebbe potuto … spiegare che il terrorismo è qualcosa che nasce per generazione spontanea. Avrebbe potuto spiegare che l’atteggiamento del terrorista dal basso… è la risposta al terrorismo dall’alto. Avrebbe potuto spiegare che la bomba che uccide un innocente non si differenzia granché dalla scarica del plotone di esecuzione che uccide un altro innocente. E che, se bisogna stabilire qualche sfumatura differenziale, è a favore del terrorista dal basso, che almeno non può contare sull’impunità assicurata, non crede di difendere la democrazia, la libertà e la giustizia, e non organizza conferenze stampa».

Parole che sembrano ritagliate su misura per molte situazioni internazionali attuali in cui il potere taccia di terrorismo chi cerca di far udire la propria voce con i pochi mezzi di cui dispone.

Quando decise di mettere nero su bianco i fatti drammatici di quella notte sotto forma di reportage vagamente romanzato, Walsh difficilmente avrebbe immaginato di poter fare la fine degli stessi sfortunati protagonisti del suo libro. Eppure, negli anni, la situazione politica in Argentina (come in tutta l’America Latina) sarebbe peggiorata drasticamente e la giunta militare che avrebbe preso il potere nel 1976 sotto la guida del generale Jorge Rafael Videla si sarebbe macchiata di nefandezze di una ferocia nemmeno sfiorata da quella del primo colpo di stato antiperonista. Dopo essersi dato alla macchia, Rodolfo Walsh, il 24 marzo 1977, a un anno di distanza dal colpo di stato, scrisse una lettera aperta alla giunta militare (riportata nella sua interezza in calce a Operazione Massacro) per denunciarne i crimini e le inefficienze: «ciò che voi chiamate successi sono errori, quelli che riconoscete come errori sono crimini e quelli che omettete sono calamità». Nessun grande quotidiano la pubblicò e solo a partire dalla ristampa del 1984 di Operazione Massacro venne inclusa nel libro.

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Il candore con cui Walsh si rivolse a chi teneva in pugno il paese non avrebbe potuto restare impunito e, non a caso, all’indomani della prima circolazione clandestina della lettera, un commando della polizia segreta ingaggiò un conflitto a fuoco con Walsh e lo uccise, per poi esporne il cadavere alla famigerata ESMA – la scuola di formazione degli ufficiali della Marina argentina in cui venivano torturati i ribelli prima di sparire del tutto – come monito per chi vi era tenuto prigioniero.

Il premio Nobel colombiano Gabriel García Márquez, che conobbe Rodolfo Walsh a Cuba, ebbe a dire di lui: «Rodolfo Walsh è stato autore di reportage impressionanti in cui denunciava i massacri notturni e la scandalosa corruzione delle forze armate argentine. In tutte le sue opere, anche in quelle che sembravano di semplice finzione, si è distinto per il suo impegno nei confronti della realtà, per il suo talento analitico quasi inverosimile, per la sua audacia e per la sua serietà».

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