Napoli, l’infanzia ferita tra violenza e solitudine: il grido dei bambini che chiede ascolto agli adulti oggi
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Napoli, l’infanzia ferita tra violenza e solitudine: il grido dei bambini che chiede ascolto agli adulti oggi

Il libro I bambini a Napoli tra violenza e futuro di Dario Spagnuolo, con Paola Cortellessa e Marco Rossi, racconta un’infanzia segnata da violenza, solitudine e speranza possibile

Napoli, l’infanzia ferita tra violenza e solitudine: il grido dei bambini che chiede ascolto agli adulti oggi
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27 Marzo 2026 - 13.15


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di Antonio Salvati

È in uscita in questi giorni nelle librerie italiane il volume I bambini a Napoli tra violenza e futuro: storia di Gigi e voci dalle Scuole della Pace (IOD edizioni 2026 pp. 192, € 15,00). Il libro, scritto a più mani da tre esperti di scuola della Comunità di Sant’Egidio (due dirigenti scolastici ed un docente) parla di Napoli, ma non solo. Attraverso i bambini si racconta anche di un cambiamento epocale e di attitudini, di un mondo che sembra essere divenuto incapace di provare affetto e interesse per i piccoli. In questo senso, come scrive nella prefazione Adriana Gulotta «il libro fa aprire gli occhi su una delle grandi periferie dell’esistenza umana: quella dell’infanzia». Attraverso i bambini di Napoli, gli autori raccontano di un’infanzia che vive un periodo di straordinaria sofferenza. Da un lato, il moltiplicarsi delle guerre provoca vittime tra i bambini: orfani, mutilati, bambini di strada, mancata scolarizzazione, povertà estrema. Dall’altro, nei paesi sviluppati e in pace si diffonde una cultura consumista, che vede nei bambini solo un possibile disturbo. Si moltiplicano così ristoranti, alberghi e locali che vietano l’ingresso ai più piccoli perché turberebbero la serenità dei clienti.

Nel libro si racconta molto della storia di Napoli, in particolare degli ultimi 40 anni, con la transizione dalla Napoli povera e camorrista, alla Napoli turistica ma preda della violenza giovanile. Il numero delle vittime tra i minori è impressionante ed è una domanda rivolta al mondo degli adulti.

Paola Cortellessa, Marco Rossi e Dario Spagnuolo hanno dato voce a questa domanda che, nella misura in cui resta inascoltata, finisce con l’esprimersi con la violenza. Le pagine, così, sono popolate dalle storie di tanti bambini e ogni racconto fornisce un tratto di una relazione divenuta difficile, eppure profondamente umana e capace di essere rivoluzionaria nella misura in cui è vissuta con affetto e senso di responsabilità. Ne abbiamo parlato con uno degli autori, Dario Spagnuolo.

Come nasce questo libro?

Il libro nasce da un incontro, quello con Luigi Cangiano, Gigi, un bambino di soli 10 anni che non andava scuola e viveva in un quartiere povero di Napoli, Rione Sant’Alfonso. Era l’inizio degli anni Ottanta e Sant’Egidio aveva cominciato i primi passi a Napoli nel 1973. Gigi è tra i primi bambini incontrati da un gruppo di giovani universitari che si recavano nei quartieri più difficili della città per aiutare i bambini a studiare. Dopo pochi mesi di scuola, a causa del terremoto del 1980, Gigi aveva smesso di frequentare la scuola e non vi era più tornato. Era il più piccolo di una famiglia numerosissima. Piccolo, magro, sporco e coperto di graffi: era uno dei tanti bambini poveri e senza scuola della Napoli degli anni Ottanta.

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Come mai la storia di Gigi è così importante?

Era stato lui a sceglierci. Aveva visto altri bambini venire alla Scuola della Pace e così, un giorno, decise di scavalcare un alto cancello e venire a bussare, rumorosamente, alla nostra porta. Iniziò così una storia durata alcuni mesi durante i quali Gigi frequentò con grande gioia la Scuola della Pace e venne anche con noi in vacanza, ai soggiorni estivi che organizziamo per i bambini.

 Era il 15 dicembre del 1983 quando Gigi Cangiano fu ucciso. Fu colpito da un proiettile vagante in uno scontro a fuoco tra poliziotti e criminali. Erano le nove di sera e stava tornando a casa dopo avere comprato alcune caramelle. La sua morte ci spinse a rafforzare l’amicizia con i bambini di Napoli che da allora non si è mai interrotta. Non lo abbiamo dimenticato e la sua storia continua a interrogarci

Il libro però non contiene solo la storia di Gigi

No. Abbiamo riscritto alcuni testi in cui nel 1983, raccontavamo la storia di Gigi e siamo partiti dalle domande contenute in quei racconti. Emerge una grande domanda di umanità, di attenzione, di cura, ma anche tanta curiosità sul senso della vita e della morte e sull’amicizia. Sono domande che anche oggi i bambini pongono, anche se spesso in forme diverse. Abbiamo cercato di dare delle risposte in questo libro, ragionando anche sulla situazione attuale dell’infanzia a Napoli.

Cosa è cambiato rispetto al 1983?

La povertà dei bambini ha cambiato forma. I bambini napoletani non sono più denutriti e anche la frequenza scolastica è molto aumentata. Le famiglie, però, si sono sfasciate e con la pandemia la sofferenza dei piccoli è ulteriormente aumentata. E’ difficile vivere in una casa in cui non c’è accordo tra i genitori o in cui i genitori, anche se presenti fisicamente, sono assenti. Così, tanti bambini si chiudono in camera e non vogliono più uscire. Altri fuggono, restano lontani da casa fino a notte inoltrata, quasi desiderando che qualcuno venga a cercarti, a prenderti per mano per riportarti a casa. Il problema è crescere da soli.

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Quando ci sono, i genitori proiettano sui figli i loro desideri, e la vita diviene piena di ansie. Bisogna essere bravi a scuola, nello sport, in tutto anche in quello che non piace. Non c’è spazio per l’amicizia, anzi. Bisogna essere migliori degli altri perché a cosa serve un figlio se non puoi vantartene?

Così, se un bambino ha problemi o va male a scuola è più trascurato, i genitori se ne vergognano o provano frustrazione. Non vedono il bisogno educativo e affettivo del figlio che finisce con il colpevolizzarsi.  La povertà, insomma, cambia, ma l’incapacità di guardare alla sofferenza dei piccoli sembra sempre la stessa.

Ma la povertà come quella di Gigi è scomparsa?

No. Purtroppo è ancora molto diffusa, soprattutto tra le famiglie immigrate. Si vive nei bassi, in 2 o tre persone nello stesso letto e, nonostante questo, a volta si fa fatica persino a fare la spesa. Si lavora tantissime ore al giorno e talvolta si sta per giorni lontano da casa, lasciando i figli da soli o nel migliore dei casi, alla cura di qualche vicino che vive una condizione appena migliore. Casi simili esistono anche tra famiglie italiane, ma sono più rari.

E la scuola?

La scuola è forse più disuguale che in passato. Anche se oramai quasi tutti la frequentano, c’è una grande differenza tra l’andare a scuola a Napoli o in un’altra città italiana. Napoli è tra i capoluoghi italiani con il minor numero di classi a tempo pieno. Questo significa che tantissimi bambini trascorrono il pomeriggio in strada o da soli in casa. Mancano le mense e le palestre, a Napoli ha una palestra una scuola ogni cinque. Non ci sono spazi dove i piccoli possano essere accolti anche di pomeriggio. Rispetto agli anni Ottanta la scuola ha compiuto tanti passi in avanti, ma il paese è stato ingiusto nel distribuire le risorse. Ancora oggi, essere un bambino del Sud significa sperimentare una grave povertà educativa. Anzi, il divario territoriale è aumentato.

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Ma perché c’è tanta violenza tra i giovani?

I motivi sono tanti. Innanzitutto, i giovani sono inascoltati. Si crede che una etichetta sia sufficiente per capirli ma non è così. Vivono in un mondo consumista e competitivo e, come tutti, si domandano chi sono e quale sia lo scopo della loro vita. Identificarsi attraverso la violenza è facile: si costruisce rapidamente un “noi” contro un “loro”. A Napoli il fenomeno delle “stese”, le sparatorie a scopo intimidatorio, è spesso collegato a bande di ragazzini di quartieri differenti che si fanno la guerra. In una di queste circostanze ha perso la vita Emanuele Tufano, di soli 15 anni, era l’ottobre 2025. Il problema è che queste dinamiche sono incoraggiate da un mondo adulto feroce, che esalta la violenza nelle relazioni umane e politiche, anche internazionali. Un mondo che contrappone violenza alla violenza, e così si inaspriscono le leggi e tanti minori finiscono in carcere, uscendone peggio di come ne sono entrati.

L’uso dei social, poi, ha allontanato la percezione delle conseguenze immediate del male compiuto. Si pensi al cyberbullismo o al revenge porn: si commettono violenze terribili ma non se ne ha consapevolezza. Molti videogame, inoltre, addestrano virtualmente alla violenza e poi, quando avviene l’irreparabile, è tardi.

Ma c’è una speranza?

Si, ed è proprio tra i piccoli. Per questo abbiamo cercato di raccontare alcune storie di bambini che oggi frequentano le Scuole della Pace della Comunità di Sant’Egidio. Nelle Scuole della Pace si trovano affetto e amicizia, si impara a volersi bene e a prendersi cura gli uni degli altri. Bambini e adolescenti, spesso tristi o rabbiosi e per questo considerati persi, diventano una risorsa di bene. Vanno a trovare gli anziani soli, aiutano i compagni in difficoltà, affrontano tematiche come la pace e la violenza mostrando un senso di responsabilità maggiore rispetto ad un mondo di adulti che invece è troppo cinico.

Qual è il messaggio di questo libro?

È un invito a insegnanti, educatori, pedagogisti e a tutti gli adulti a prendersi nuovamente cura dei bambini, iniziando dall’ascoltarli. Incontrare i bambini, infatti, salva chi è adulto da una vita sempre più breve e schiacciata sull’oggi, restituendo la speranza di un futuro possibile.

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