Dal mito americano alla realtà del West: la leggenda di Billy the Kid smontata tra propaganda e sangue
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Dal mito americano alla realtà del West: la leggenda di Billy the Kid smontata tra propaganda e sangue

Nel libro Gli Orfani – Una storia di Billy the Kid, Éric Vuillard demistifica il fuorilegge mostrando violenza, propaganda e costruzione mediatica del mito del West

Dal mito americano alla realtà del West: la leggenda di Billy the Kid smontata tra propaganda e sangue
Billy the Kid
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15 Aprile 2026 - 00.08


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di Rock Reynolds

Non esiste nazione che non rivendichi un passato di eroi. Il folklore di un popolo se ne nutre avidamente e, maggiori sono i suoi slanci avventuristi ed egemonici, più totalizzante è la costruzione di miti fondati sull’eccellenza del singolo a presunta testimonianza della superiorità complessiva del popolo a cui appartiene.

Gli Stati Uniti d’America – a cui tanto piace farsi semplicemente chiamare America – sono una nazione di recentissima formazione, ancorché fondatrice di quella che si definisce la più antica democrazia “moderna” del mondo.

Fiaba e realtà storica sono due cose diverse. Talvolta si incrociano e, più spesso, si scontrano. Ed è la verità ad aver irrimediabilmente la peggio.

I paesi con una storia che affonda le radici in un passato lontano, tanto meglio se glorioso, sono scesi a patti da tempo con la necessità di un patrimoni mitologico e se ne sono pavimentati il percorso nei secoli. Saremmo tutti più orfani se nel nostro background non ci fossero Ulisse, Robin Hood e il Passator Cortese che, a ben guardarci, non si sa poi quanto garbato fosse.

Pensare agli USA fino a qualche anno fa equivaleva quasi ad andare con la mente all’epopea del West, raccontata da centinaia di pellicole hollywoodiane che, persino con l’avvento dello Spaghetti Western e l’incattivirsi complessivo delle storie e, soprattutto, dei personaggi che le popolavano, riuscivano a trasmettere l’immagine dell’uomo americano – bianco, un po’ malandrino, magari solitario – che alla fine si redime. Perché l’americano per definizione vuole ben figurare. Soprattutto vuole dimostrarsi forte, se non esattamente virtuoso e fisicamente insuperabile.

Ed è nella provincia del Sudovest, principalmente nel Nuovo Messico, subito dopo i disastri della Guerra civile, che per qualche anno scorrazzò un personaggio i cui contorni storici hanno finito per confondersi nelle brume del tempo, sfumandosi in qualcosa di diverso da come lui stesso probabilmente si percepiva. Posto che, probabilmente, non aveva la minima percezione di essere destinato a fare in qualche modo la storia.

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Henry McCarty, detto Billy the Kid (1859-1881), è forse il fuorilegge a stelle e strisce per eccellenza. D’accordo, ce ne sono stati altri ugualmente “illustri”, come Butch Cassidy, William Doolin, Pretty Boy Floyd e, soprattutto, Jesse James, ma nessuno ebbe il favore conciliante della celebrazione postuma quanto il Kid, forse proprio per le sue origini umili e la sua assoluta mancanza di senso della storia: natali incerti a Manhattan da genitori irlandesi di cui non v’è nemmeno certezza sul nome, non un fatto particolarmente raro a metà Ottocento, quando l’immigrazione dall’Irlanda era massiccia e malvista. Il Kid viene descritto come un ragazzo a posto, un gran lavoratore, ma perde la madre giovanissimo – il padre resta un mistero – e a 15 anni subisce il primo arresto per un furtarello e poi riesce a guadagnare l’anonimato del West, ancora in larga parte “Frontiera” inesplorata.

Inutile dilungarsi sulle peripezie che portarono alla quasi santificazione del suo nome, malgrado imprese non esattamente edificanti. La figura della rockstar era ancora lungi a venire, ma l’attrazione morbosa della stampa del periodo per le bravate del Kid come per le intemerate di molti altri sbandati puntano verso l’intrigo dell’americano medio nei confronti di modelli di vita spericolata temuta e al tempo stesso agognata. Insomma, lo sprezzo del pericolo e l’avversione per la legalità creano suspense. Ma un conto è leggere una cronaca giornalistica – i fratelli Lumiere non erano ancora approdati alla loro idea rivoluzionaria – e tutta un’altra storia è trovarsi invischiati tra teppistelli maleodoranti e peggio educati.

Pare che il Kid nelle sue scorrerie soprattutto in una contea semidesertica del Nuovo Messico abbia ammazzato una trentina di uomini e razziato il bestiame di molti ranch – un crimine pari all’omicidio nel selvaggio West, al punto da meritarsi l’impiccagione – prima di essere abbattuto dallo sceriffo Pat Garrett. Andatevi a ripescare la ricostruzione crepuscolare degli ultimi giorni del fuorilegge, lo splendido film Pat Garrett e Billy the Kid, appunto, nella visionaria e suggestiva rappresentazione del regista Sam Peckinpah: la leggenda del Kid era stata già scritta, ma la ricostruzione della Contea di Lincoln e la recitazione di Kris Kristofferson nei panni del Kid e di James Coburn in quelli di Pat Garrett sono memorabili. E, ciliegina sulla torta, la colonna sonora di Bob Dylan. Una canzone di quattro accordi – quattro, non uno di più – che ha davvero rivestito di raso scintillante la vita spigolosa del ragazzino sbandato.

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Gli Orfani – Una storia di Billy the Kid (edizioni e/o, traduzione di Alberto Bracci Testasecca, pagg 14, euro 17) di Éric Vuillard, non è una biografia del Kid. Non saprei nemmeno come definirlo se non che è un libro molto originale e intrigante. Non cerca santificazioni e scorciatoie agevoli per far passare il mito dove non c’è stato nulla di leggendario. Semmai, è un tentativo encomiabile di restituire un minimo di umanità e banalità quotidiana a una figura che articoli di giornale, biografie e film hanno ammantato di finzione a dismisura.

Pare strano che a riuscire nell’impresa sia stato un autore francese. Immagino che la cosa possa pure stizzire molti americani, convinti che un forestiero non possa cogliere le sfumature dietro al mito. Concediamogli di stizzirsi e tiriamo dritti per la nostra strada perché, come scrive Vuillard, «Jesse Evans (N.d.A. un sanguinario capobanda che accolse il Kid dopo che fu scoppiata la “guerra della Contea di Lincoln”) se ne fregava dell’America e della sua finta coscienza a posto, era violento, ma non ipocrita. Eppure la vita che faceva, la libertà inaudita di cui hanno goduto per pochi decenni gli angloamericani sulla frontiera, guardiani di mandrie dal grilletto facile, la vita che facevano i pionieri ai confini sempre più allontanati dell’impero, l’orgia di violenza, alcol, gioco d’azzardo, prostituzione, massacri, accaparramento di terre e costituzione selvaggia di vaste proprietà, tutto ciò in realtà none era altro che un’emanazione lontana e rimossa del potere centrale».

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Un bel libro lo si vede anche da passi come questo. Sembra lo studio del DNA di un pezzo di paese, se non di tutto: la violenza che giustifica l’arricchimento senza limiti, fatto assurgere a modello santificato di vita, testimonianza della gratitudine di un Altissimo forse un tantino troppo materialista. L’azzardo c’è, ma i vari Elon Musk e Peter Thiel – guarda caso, entrambi immigrati – si portano appresso quel corredo di sfacciataggine e aggressività che i grandi proprietari terrieri del West esercitavano attraverso minacce e violenze vere e proprie, avvalendosi di squadre organizzate di bravacci. Tra cui lo stesso Kid: altro che nobiltà d’animo. Forse, manco se ne rendeva conto, con la mente semplice e ineducata che aveva.

È interessante la leggerezza con cui Éric Vuillard ricostruisce uno degli elementi fondanti del mito di Billy the Kid: la visita fatta nel 1933, una cinquantina d’anni dopo la sua morte, da una “signora elegante” a «George Coe, l’ultimo sopravvissuto della battaglia». La donna si presentava per conto di una casa editrice e convinse Coe a raccontare la sua storia e, soprattutto, quella della morte del Kid. Non è l’unico testo fondamentale in materia. Anche Pat Garret, che lo ha ucciso, ha voluto dire la sua ed è entrato negli ingranaggi della bieca macchina dei soldi lucrati sul cadavere del Kid: L’autentica vita di Billy the Kid. Siamo sicuri dell’autenticità? Non lo era nemmeno il premio Pulitzer texano Larry McMurtry, che nel 1988, non a caso, scelse di scrivere la biografia del Kid sotto forma di romanzo: Anything for Billy.

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