Oppenheimer, il genio “strano” che ha cambiato la storia

Dalla mela avvelenata a Cambridge al processo politico del 1954, la biografia J. Robert Oppenheimer – L’uomo dietro la bomba atomica (Gremese 2026) ricostruisce il ritratto di uno scienziato complesso e disturbante, tra ricerca scientifica, responsabilità morale e nascita della geopolitica nucleare.

J. Robert Oppenheimer – L’uomo dietro la bomba atomica, biografia di Chris McNab - Gremese - recensione di Alessia de Antoniis
J. Robert Oppenheimer – L’uomo dietro la bomba atomica, di Chris McNab - Gremese 2026
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26 Aprile 2026 - 23.35


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di Alessia de Antoniis

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Cambridge, 1925. Un ragazzo di ventun anni avvelena una mela e la lascia sulla scrivania del suo tutor. La mela non viene mangiata. Il ragazzo si chiama J. Robert Oppenheimer, e questa storia dice qualcosa che le duecento pagine successive di J. Robert Oppenheimer – L’uomo dietro la bomba atomica (Gremese, 2026) di Chris McNab faticano a contenere: che quest’uomo era, prima di tutto e più di tutto, uno strano.

Non strano nel senso carino del genio eccentrico, quello che Hollywood ha imparato a vendere. Strano nel senso clinico, perturbante, difficile. Lo stesso che a Parigi tenta di strangolare il suo migliore amico con una cinghia da valigia, poi gli scrive per scusarsi; poi aggiunge, in una lettera successiva, quando si è calmato, che il rimpianto per non averlo strangolato è più intellettuale che emotivo. Lo stesso che dimentica la studentessa in macchina sulle colline di Berkeley, perché nel frattempo si è perso in un problema di fisica. Lo stesso che chiede a un’amica di adottare sua figlia perché non riesce ad amarla.

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1965. J. Robert Oppenheimer ha sessantun anni, fuma troppo e sa che il tempo gli sta finendo. In uno studio televisivo della CBS gli fanno la domanda che lo accompagnerà per tutta la vita: la bomba atomica era davvero necessaria? È da questa domanda che parte McNab per provare a restituire complessità a una figura che la storia ha trasformato in simbolo.

J. Robert Oppenheimer – L’uomo dietro la bomba atomica è una biografia che funziona a corrente alternata. Quando McNab lascia parlare le fonti primarie, le trascrizioni delle udienze, le lettere, i resoconti dei testimoni, il ritratto è potente e necessario. Quando interviene lui a commentare, a collegare, a spiegare, il tono scivola verso la divulgazione educata che non disturba, non urta, ma non costringe a rielaborare nulla. Il libro che avrebbe potuto essere scomodo diventa leggibile. E questo è un po’ una perdita.

Oppenheimer non è il tecnocrate senza scrupoli, né l’eroe tragico che si batte il petto. È qualcuno che ha guidato il team di scienziati che ha costruito l’arma più devastante della storia umana; spinto, come lui stesso dice dopo i bombardamenti, da una necessità organica: il bisogno di sapere come funziona il mondo, di risolvere il problema, di stare dentro la corsa scientifica del suo tempo. La colpa arriva dopo. Sempre dopo. E quando arriva, Truman gli offre un fazzoletto e lo chiama piagnucolone.

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McNab ricostruisce bene questo arco. Dall’infanzia nella borghesia ebraico-americana di New York, con un padre sarto immigrato e una madre pittrice con la mano protesica di cui non si parla mai; l’educazione alla Ethical Culture School, l’intelligenza precoce e insieme fragile, la tensione costante tra appartenenza e distanza. È da lì che nasce quella figura ambigua: brillante e crudele, affascinante e distante, capace di guidare un’impresa scientifica colossale e incapace di trovare un equilibrio interiore.

E arriva fino ai tre anni del Progetto Manhattan e alle udienze del 1954 in cui Lewis Strauss ottiene la sua vendetta burocratica e Oppenheimer viene spogliato dell’autorizzazione di sicurezza con la stessa logica con cui si silenzia chiunque diventi scomodo. Non gli viene trovata nessuna prova di tradimento. Gli viene revocata la fiducia perché non è abbastanza entusiasta. L’entusiasmo, si scopre, è un requisito di sicurezza nazionale.

Il libro torna più volte su questo punto. Il 1954 non è solo il processo a un uomo: è il momento in cui l’America decide che la scienza deve obbedire, che il dubbio è un pericolo, che pensare contro è sospetto. Oppenheimer non viene punito per quello che ha fatto, ma per quello che rappresenta: l’intellettuale che non si accontenta di costruire e poi tacere.

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McNab sottrae Oppenheimer alla caricatura. Non l’eroe tragico da cinema, non il tecnocrate senza scrupoli, ma un intellettuale reale: colto, contraddittorio, vulnerabile, finito nel punto esatto in cui la scienza smette di essere conoscenza e diventa governo del mondo. Una biografia dove Los Alamos non è un episodio ma una conseguenza. La bomba atomica non è l’invenzione di un uomo, ma il prodotto di un apparato immenso: migliaia di scienziati, una macchina politica e militare che trasforma la ricerca in strategia. Oppenheimer è il direttore, il catalizzatore, il volto. Ed è proprio per questo che diventa il luogo su cui si deposita la responsabilità.

Il libro di McNab ha i suoi limiti. La scienza, ad esempio: i contributi ai raggi cosmici, l’approssimazione Born-Oppenheimer, i buchi neri previsti vent’anni prima che qualcuno li trovasse, resta in secondo piano, accennata e mai davvero spiegata. Chi conosce la storia troverà poco che non sappia. Chi non la conosce troverà un ottimo punto d’accesso, ma nulla che rimanga sottopelle. Per la profondità analitica restano American Prometheus di Bird e Sherwin e le biografie di Ray Monk, entrambi citati nel testo.

Il merito del libro di McNab? Restituisce Oppenheimer al tempo. Non al mito, non al simbolo, non al personaggio nolanese. Un uomo che, alla fine della sua vita, stroncato dal cancro alla gola a sessantatré anni, durante il viaggio in Giappone nel 1960, aveva risposto a una domanda sulla bomba con questa frase: «Non mi pento di aver contribuito al successo tecnico della bomba atomica. Non è che non mi senta in colpa. È solo che stasera non mi sento peggio di ieri sera».

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