Moda e trasformazione: il ritorno di Miranda Priestly sul grande schermo
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Moda e trasformazione: il ritorno di Miranda Priestly sul grande schermo

Non si tratta solo di un film, il nuovo Diavolo veste Prada è più profondo di quel che sembra.

Moda e trasformazione: il ritorno di Miranda Priestly sul grande schermo
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8 Maggio 2026 - 17.43 Culture


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di Lilia La Greca

A vent’anni di distanza, Il diavolo veste Prada torna sul grande schermo con un seguito che prova a rileggere, un immaginario che ha segnato un’intera generazione. In Il diavolo veste Prada 2, Miranda Priestly (Meryl Streep) si conferma più iconica che mai, affiancata da volti familiari come Nigel (Stanley Tucci), Emily Charlton(Emily Blunt) e Andy Sachs (Anne Hathaway), ma immersi in un contesto radicalmente trasformato.

Nel primo film, la rivista Runway rappresentava il centro gravitazionale dell’universo moda: un sistema chiuso e potentissimo, governato con precisione chirurgica da Miranda. Oggi, invece, quel mondo appare attraversato da crepe profonde. Il giornalismo, già competitivo e selettivo, si trova ora a fare i conti con l’immediatezza dei contenuti digitali, la pressione costante dei social media, l’impatto dell’intelligenza artificiale e una crisi strutturale della carta stampata.

È proprio su questo terreno instabile che si sviluppa la narrazione. Andy Sachs, ormai giornalista affermata, viene licenziata nel momento in cui la sua carriera sembra raggiungere l’apice, vittima di una redazione in difficoltà. Parallelamente, Miranda Priestly è travolta da uno scandalo mediatico che mette in discussione la credibilità di Runway, dopo aver espresso apprezzamento per un colosso del fast fashion. Due traiettorie che si incrociano nuovamente quando Andy viene richiamata in redazione come features editor, dando vita a un ritorno carico di tensioni irrisolte e nuove ambizioni.

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Tra le evoluzioni più interessanti spicca quella di Emily, che abbandona il giornalismo per affermarsi nel mondo del lusso, lavorando per Dior. Il suo confronto con Andy diventa emblematico di una tensione contemporanea: da un lato l’idea di un giornalismo ancora legato alla sostanza, dall’altro un sistema dominato dall’estetica e dalla rappresentazione. Una dicotomia che riflette in modo lucido le contraddizioni dell’industria attuale.

In questo scenario complesso emerge con forza un tema centrale: l’alleanza tra donne. Non una solidarietà idealizzata, ma un legame costruito anche attraverso conflitti, errori e tradimenti. Le protagoniste si confrontano, si scontrano, ma trovano infine un terreno comune, scegliendo di sostenersi reciprocamente. È una rappresentazione che rompe con la tradizionale narrazione della competizione femminile, per lasciare spazio a un modello più autentico e contemporaneo, fatto di collaborazione e crescita condivisa.

A colpire maggiormente è Miranda. Per anni simbolo di un potere freddo e inaccessibile, il personaggio si apre a una dimensione più fragile e umana. Il film scardina così uno stereotipo radicato: quello della donna di successo costretta a rinunciare alle proprie emozioni. La vulnerabilità, qui, non indebolisce Miranda, ma la rende più complessa, più reale. La sua autorevolezza non viene meno, si trasforma.

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Quando uscì Il diavolo veste Prada avevo appena due anni. Eppure, la prima volta che lo vidi, qualche anno dopo, avvolta nelle coperte sul divano, stretta tra le braccia di mia madre, si accese qualcosa. Una scintilla legata alle parole, alle storie, all’idea che un giorno avrei potuto far parte anch’io di quel mondo, proprio come Andy.

Oggi, dopo aver visto Il diavolo veste Prada 2, a quasi 22 anni, da studentessa di comunicazione, con poco più di una borsa piena di sogni e molte incertezze, quella scintilla non si è spenta, si è trasformata. Mi ha fatto riflettere sul vero motore di questo sistema, non solo della moda, ma di qualsiasi ambito: l’amore per ciò che si fa. Anche Miranda, nella sua apparente impenetrabilità, lascia intravedere quanto il suo lavoro sia parte integrante della sua identità, tra forza e fragilità.

E allora sì, forse replicare l’iconicità del primo capitolo era quasi impossibile. Ma questo secondo film riesce comunque a riportarti lì, su quel divano, in bilico tra sogno e realtà, ricordandoti perché, nonostante tutto, certe storie continuano a chiamarti.

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