di Caterina Falconi
L’adolescenza e la giovinezza possono essere buchi neri da cui è difficile e a volte quasi impossibile uscire indenni. “Soltanto ragazzi” di Andrea Mariani, edizioni Il Viandante, non è solo un romanzo di formazione: la grande coprotagonista è Roma, con la sua periferia incandescente, dove la gioventù di quasi borgata – o zone limitrofe, di confine – sperimenta alcol e sesso, droga; sulla spinta inebriante di motori rombanti che conducono lontano, fino alla possibilità di smarrirsi.
Ma la periferia nella Capitale, a differenza che in altre metropoli in cui gli ambiti sono ben definiti, trasmuta senza soluzione di continuità in lembi di territorio considerati benestanti; e allora i pericoli si fanno, se possibile, più gravi. Nella confusione e nella solitudine. Un iter quasi canonico, che affratella molti adolescenti fino alla fatidica linea di demarcazione che si delinea, netta e inaspettata, a un certo punto, come l’imperativo di dare una direzione, una svolta, alla propria esistenza in un senso o nell’altro. È quello che accade, con esiti diversi, a Emiliano detto il Lupo solitario, e a Ivan che è una forza della natura. Caso e controllo si contendono le loro vite. Il Lupo si insinua nel bel mondo ritrovando, con sua grande sorpresa, amore e famiglia. Ivan, arreso ai gorghi della droga e dell’alcol, si infiltra nella malavita locale dove, però, si imbatte nella figura partenza di un vecchio boss, ricreando una sorta di contesto, se non familiare, di appartenenza.
Tutto il romanzo, scritto con uno stile disinvolto e a tratti crudo, porta i lettori più addentro alle “cose” della psicologia, a pensare a Jung. Ed ecco che il Lupo e Ivan sono le due facce di un Giano bifronte. L’Ombra e le parti accettabili secondo la morale comune, che si scambiano più volte di posto nel periglioso compito dell’individuazione.
Capita spesso, imbattendosi in simili romanzi, di avere l’impressione che l’autore stia mettendo in scena parti di sé, per farle dialogare nell’ottica assolutoria della comprensione, almeno sul piano narrativo. Scrivere è un modo per salvarsi, per darsi altre opportunità, per ipotizzare svolte altrimenti irrealizzabili.
Potente è il messaggio di quanto poco sia prevedibile o gestibile il corso degli eventi che ci riguardano. Ogni decisione o mancata scelta, per distrazione o viltà, porta a conseguenze che poi vanno affrontate e risolte, in un modo o nell’altro. Ed è chiaro come solo negli anni dell’adolescenza, ignari di tali meccanismi, si riesca a nuotare tra opposte correnti con lo stupore e l’esaltazione dell’infanzia appena trascorsa e l’eroico vigore della giovinezza incipiente. In vista di una maturità dove, è inesorabile e ineludibile, ogni nodo verrà al pettine fitto della resa dei conti. Un romanzo decisamente da leggere, a muso duro, pugni stretti e con il cuore palpitante.
