Orsini chiude le repliche all'Argentina: "Non penso mai sia l'ultima"

Massimo Popolizio dirige Umberto Orsini in un viaggio teatrale intimo e potente: tra Dostoevskij, Rossella Falk, Corrado Pani e la memoria del teatro

Diamara Ferrero - Umberto Orsini - Prima del temporale - recensione di Alessia de Antoniis
Diamara Ferrero - Umberto Orsini - Prima del temporale - foto di scena
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

14 Maggio 2026 - 11.48


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di Alessia de Antoniis

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Interno. Camerino. Un tavolo, una lampada, una radio, una porta.
Fuori, il teatro fa il suo rumore: passi, voci, la prova audio di un temporale. Dentro, Umberto Orsini aspetta di entrare in scena. Dovrebbe recitare Il temporale di Strindberg. Manca mezz’ora. O forse manca una vita intera.

In Prima del temporale, nato da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio, che ne firma anche la regia, il tempo non procede: si apre. Non va avanti, ritorna. Un suono chiama un volto, una battuta riporta un amore, una risata spalanca un lutto, una porta diventa soglia tra ciò che ancora accade e ciò che non tornerà più. Orsini è in scena con Flavio Francucci e Diamara Ferrero. 

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Sul fondo scorrono immagini. Vecchi articoli di giornale. Non spiegano. Riaffiorano. Hanno la grana sgranata dei filmini, delle fotografie d’archivio, delle immagini anni Sessanta e Settanta consumate dal tempo. Passano come un album sfogliato da qualcun altro, mentre Orsini resta davanti, nel presente ostinato della scena. Prima del temporale non racconta la vita di Umberto Orsini: racconta il dolore di chi resta quando la vita degli altri continua a passare sul fondo come un film già finito.

Non è un memoir, quelli che “adesso vanno tanto di moda”. È un congedo che si rifiuta di chiamarsi congedo.

Massimo Popolizio lo sa e, nei momenti migliori, non forza. Non costruisce un altare intorno a Orsini, non gli impone la postura del monumento vivente, non chiede al pubblico una reverenza preventiva. Gli lascia spazio. Soprattutto, gli lascia tempo. E Orsini, spesso seduto, non ha bisogno di riempire la scena con altro. Non ha bisogno del gesto esibito, dell’enfasi, della dimostrazione di potenza, dell’effetto. È solo un immenso attore che sa recitare facendo muovere tutto il resto restando fermo.

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La vecchiaia è visibile, ma non è usata come argomento. Il corpo è segnato, ma non chiede indulgenza. La voce non rincorre la giovinezza – e neanche i microfoni -, non cerca di vincere contro il tempo: lavora dentro il tempo. Orsini non recita “nonostante” l’età. Recita con l’età, dentro l’età, lasciando che ogni pausa dica anche ciò che la parola non deve più dimostrare.

Le scene di Marco Rossi e Francesca Sgariboldi costruiscono uno spazio grigio, spoglio, quasi clinico. Pochi oggetti e una porta che non è mai soltanto una porta. Insieme alle luci di Carlo Pediani e ai video di Lorenzo Letizia restituiscono una stanza mentale. Un luogo di transito. Il punto esatto in cui un attore, prima di entrare in scena, si trova visitato da tutte le vite che ha attraversato.

Tra i ricordi torna anche il Teatro Eliseo. Non come luogo astratto della cultura, ma come casa fisica. Orsini ne ricorda la sala, le balconate, i posti, i camerini, i dettagli minimi; perfino il lavabo e il rubinetto che perdeva sempre. Ricorda che gli bastava ascoltare il rumore della sala, dal camerino, per capire che pubblico ci fosse, forse perfino quanti spettatori fossero seduti in platea. Qui Prima del temporale tocca qualcosa di essenziale: per Orsini il teatro non è un’idea, non è una categoria nobile da evocare a distanza. È materia abitata. Porte, muri, odori, attese, brusii, repliche accumulate nel corpo.

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Una voce tra tutte racconta il fil Rouge che sottende tutto lo spettacoli. “Voglio morire prima di te, così a soffrire sarai tu.” La frase arriva nel ricordo di Corrado Pani, grande amico di Orsini. Detta così, ha la crudeltà tenerissima che appartiene a certe amicizie tra attori: un modo di dirsi bene passando dal sarcasmo, dalla ferocia, dalla lama dell’intelligenza. Ma poi Pani morì davvero. E allora quella battuta cambia natura. Non è più soltanto una battuta. Diventa una profezia. O peggio: un lascito. A soffrire resta chi resta.

Da qui lo spettacolo trova la sua vena più profonda. Non il successo. Non la carriera. Non il catalogo delle glorie. Il tema vero è la sopravvivenza. Restare quando gli altri, uno dopo l’altro, escono di scena. Restare con le loro frasi, le loro cattiverie, le loro risate, le loro telefonate, i loro modi di dire buongiorno. Restare abbastanza a lungo da vedere i morti diventare più giovani di te.

Poi il teatro, quello grande. Dostoevskij.

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Orsini affronta il monologo di Alëša, il nodo dell’armonia, del male, della sofferenza dei bambini. E lì il memoir, se mai lo è stato, si spezza. La scena smette di sfogliare l’album e torna a essere il luogo pubblico della domanda. Quale armonia può giustificare il dolore degli innocenti? Quale ordine del mondo può chiedere come prezzo la sofferenza di un bambino? Orsini non esibisce il grande brano. Non lo incornicia. Lo lascia passare dentro la sua voce, dentro il suo corpo anziano, dentro una stanchezza che non indebolisce la parola, ma la rende più definitiva. La sala ha risposto con un silenzio, poi con un applauso a scena aperta.

In quel momento lo spettacolo si alza. Non perché abbandoni il racconto privato, ma perché gli dà una misura più grande. Dopo gli amici, gli amori, i teatri, le repliche, le stanze, arriva la domanda senza soluzione. Il dolore personale si allarga al dolore del mondo. E Orsini, seduto, quasi immobile, ricorda una cosa che il teatro contemporaneo a volte dimentica mentre si affanna a moltiplicare dispositivi: la parola, quando è detta da chi sa darle corpo, non ha bisogno di essere decorata.

Dopo l’abisso, il comico. Un pompiere (Flavio Francucci) chiamato a sostituire una comparsa e costretto a dire “Sono l’uomo del ghiaccio” è esilarante perché riporta il teatro alla sua natura più concreta, più artigianale, più fragile. Qualcuno manca. Qualcuno deve entrare. Lo spettacolo deve andare avanti.

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Questa sequenza impedisce a Prima del temporale di diventare mausoleo. Il grande teatro di una volta non viene imbalsamato. Viene mostrato nella sua materia quotidiana: prove, sostituzioni, scale, comparse, incidenti, memoria che salta, mestiere che tiene. Il teatro è una macchina sublime e scassata. Una cosa altissima che dipende, spesso, da qualcuno che all’ultimo momento riesce a entrare dalla parte giusta e a dire una frase assurda senza far crollare il mondo.

Poi la delicatezza del ricordo di Rossella Falk malata. Orsini racconta le visite, la malattia, la tenerezza di un rapporto che non ha bisogno di essere spiegato. Fingeva di sbagliare le vocali, aperte e chiuse, perché lei potesse correggerlo ancora. Come molti anni prima. Come quando tutto era cominciato. Un gesto minuscolo e enorme: un uomo anziano che sbaglia apposta per restituire a una donna malata, per pochi istanti, il suo posto di maestra.

Popolizio, qui, non calca. Non serve. Il gesto basta. Non serve dire “commozione”, perché la commozione è già nella struttura di quell’errore volontario. Nel teatro, a volte, anche sbagliare può essere una forma d’amore.

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Alla fine resta lui. Seduto, spesso. In piedi quando serve. Mai diminuito dal limite fisico, perché il teatro non coincide con l’esibizione della forza. Resta Umberto Orsini, con il cappotto nero a tre quarti, il bastone, il cappello, davanti a una platea che lo guarda come si guarda qualcuno che ha attraversato non solo la propria storia, ma anche un pezzo della nostra memoria culturale. Sul fondo svaniscono le immagini. Per chi vive di teatro, anche quando tutto scivola via, l’ultima replica resta una frase impronunciabile.

“Io non penso mai che sia l’ultima.” Forse è il cuore segreto dello spettacolo. Orsini la dice parlando della replica, ma la frase si allarga oltre il suo contesto. L’attore non può pensare che sia l’ultima, perché il teatro vive sulla superstizione opposta: domani si torna, domani si ripete, domani la stessa battuta avrà un’altra temperatura. La replica è una forma di negazione della fine. Ogni sera finisce, ma non deve sembrare definitiva. Ogni sipario chiude, ma promette sempre una riapertura.

Eppure il pubblico dell’Argentina sente altro. Sente non una fine dichiarata, ma il suo bordo. Un applauso lungo, affettuoso, quasi protettivo accompagna Orsini mentre saluta. Non è soltanto ammirazione. È riconoscimento. La sala non applaude solo l’attore, applaude il tempo che porta con sé, gli assenti che ha convocato, il pudore con cui non ha chiesto commozione e l’ha ottenuta lo stesso.

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Prima del temporale

Visto al teatro Argentina di Roma
Da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio – Con Umberto Orsini
E con Flavio Francucci e Diamara Ferrero
Regia Massimo Popolizio – Scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi – Costumi Gianluca Sbicca – Video Lorenzo Letizia – Luci Carlo Pediani – Suono Alessandro Saviozzi – Assistente alla regia Mario Scandale – Produzione Compagnia Orsini

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