Mondiale, the end: la Spagna espugna il fortino di Infantino e Trump
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Mondiale, the end: la Spagna espugna il fortino di Infantino e Trump

Il tentativo di strappare con la grande tradizione della Coppa Rimet ha mostrato i suoi limiti. Il calcio è spettacolo di per sé e non ha bisogno di copiare modelli hollywoodiani. Il prezioso e dettagliato racconto del Mondiale americano nelle cronache dei nostri redattori.

Mondiale, the end: la Spagna espugna il fortino di Infantino e Trump
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20 Luglio 2026 - 21.41 Culture


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di Maurizio Boldrini

Nel calcio lo spettacolo è dentro il calcio stesso. Non ha bisogno di supporti barocchi, di parate hollywoodiane, di politici invadenti. Lo spettacolo sta nel dribbling riuscito, nella rovesciata, nel cross, nel sudore del centrocampista che corre e rincorre quella dannata palla che gli  avversari vogliono prendere. Sta nelle parate, nei lanci sulla fascia. Sta nella pallone che entra in qualsiasi modo tra quei tre pali e s’infila in fondo alla rete. Il calcio è spettacolo. Uno spettacolo che dai porti inglesi si diffuse in tutta Europa e poi lentamente sbarcò negli altri continenti, a partire dall’America Latina.  Difficile farlo capire alle platee yankees abituate ad altri sport dove da sempre lo sport è vissuto non solo per quello che è ma come parte di uno spettacolo più complessivo. Fa parte del loro Dna, come il Far-West, del Business, o Broadway, o Hollywood, con il loro miti e le loro star.  Infantino ha tentato di mischiare le carte, di appagare il padrone di turno, di intrecciare quel loro mondo con quello secolare del calcio. Non riuscendovi. Basta guardare la foto nella quale il vero padrone del vapore, l’invadente Trump, tenta di inserirsi di soppiatto nella foto ricordo della Spagna vittoriosa, che ha espugnato il loro fortino. 

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Il calcio ha altri riti, altre credenze, altri protagonisti. La prima partita mondiale che ricordo è quella del ’58 tra la Svezia di Nils Liedholm e Kurt Hamrin e il Brasile di Gjlmar, Djalma Santos, NIlton Santos, l’imprendibile  Garrincha e  il trio Didì, Pelè, Vavà, al quale il Quartetto Centra dedicò anche una piacevole canzonetta. Rimando quasi a mente quella memorabile formazione che rifilò una sonora sconfitta al giganti del nord. Ricordo di averla vista su un televisore tedesco che allora era di gran moda, il Telefunken. Il mito di Pelè nasce lì. Come quello di Maradona si consacrerà quando, nel ’98, metterà la “ mano de Dios” per sconfigge, in finale, l’Inghilterra nei terribili giorni della guerra per le Malvine. 

Di quattro anni in quattro anni le memorie si sono arricchite e le partite sono diventate, per ogni popolo, come segnalibri delle esistenze. Nelle nostre rimangono gli incubi delle eliminazioni precoci, delle ingiustizie subite, dei sogni svaniti come quelli delle notti magiche romane e poi i giorni gloriosi della Spagna e di Berlino. Questi sono i nostri ori e dolori che, guarda caso, sono al contempo simili e diversi da quelli vissuti dalle tifoserie delle altre nazioni.

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Strappare questa tela è stato pericoloso. E’ pericoloso. Una cosa è allargare il campionato al mondo che è cambiato: questo mondiale ci ha mostrato nazioni e personaggi che non altrimenti avremmo mai visto. E’ stato bello e piacevole e ha offerto non pochi spunti  a Marcello Cecconi  e ai giovani collaboratori del nostro giornale (Gabriele Bisconti, Francesco Frati, Enea Russo e Lapo Vinattieri per gli articoli e Caterina Abate per la diffusione social) che hanno seguito con verve e originalità i tanti passi di questo Mondiale segnalandone le originalità ma anche i tanti difetti emersi. Con loro abbiamo seguito le imprese dei cannonieri ( Mbappè, Haaland, Kane), le gesta eroiche dei giocatori delle isole di Capo Verde, i pianti di chi ha fatto in fretta e furia le valigie (Turchia, Germania), le intromissioni della politica con Infantino e Trump che pretendono di  decidere chi deve giocare, i viaggi da uno Stato all’altro e da stadio all’altro, l’abbandono triste di Ronaldo e quello commovente dI Messi, ancor più mito dopo questo mondiale. 

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Altra cosa è sottomettere il calcio alle bramosie degli affaristi e dei nuovi imperialisti culturali. Ogni riferimento a Trump non è puramente casuale. Infantino lo ha fatto con l’arroganza di chi può spartire dollari e potere per conto terzi. Infantino è il male del calcio planetario ma, con i soldi e intrallazzi di potere riuscirà  ancora a dettar legge. Ma la Coppa Rimet sopravviverà anche a lui perché il calcio è un gioco unico e  uno spettacolo unico dove servono piedi da ballerini, muscoli d’acciaio e animo da combattenti. Il calcio è il calendario delle nostre esistenze. 

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