di Rock Reynolds
Avete voglia di una lettura snella ma non banale e, comunque, ricca di spunti interessanti su una Sicilia e, più in generale, un’Italia che si ha la sensazione che non voglia cambiare e progredire?
L’Antimafia dei Fatti – Vita di un siciliano atipico (Baldini+Castoldi, pagg 140, euro 18) di Sebastiano Buglisi, con Antonio Armano, potrebbe fare al caso vostro.
Per chi non ne avesse mai sentito il nome prima d’ora – io stesso non lo conoscevo – Sebastiano Buglisi rappresenta una figura anomala nell’annosa lotta alla mafia. Imprenditore di successo malgrado gli umili natali, Buglisi ha fatto del coraggio ostinato nell’opposizione ai dictat della mafia – in un luogo che in molti considerano votato a un destino di sudditanza al crimine organizzato – un vero e proprio stile di vita.
Capace di assicurarsi con merito commesse statali importanti, si è inevitabilmente attirato le mire avide di potenti famiglie malavitose, peraltro non solo in Sicilia.
Un socialista nell’anima, con una profonda conoscenza delle difficoltà a cui le frange deboli vanno sempre incontro, lui che non proveniva da una famiglia abbiente, Buglisi ha capito in giovane età l’esistenza di un “sovrastato”, una struttura informale dominata dall’accettazione tacita di ruoli di potere da parte di un popolo atavicamente soggetto a una sudditanza passiva. «Perché i padroni non volevano dare ai coloni quello che gli era dovuto? Perché non rispettavano la legge della giusta ripartizione? Perché venivano dal partito fascista, da quel regime nefasto che aveva consentito di comandare e vessare i più deboli, i contadini, i coloni, gli operai. Ecco perché non sarà mai di destra.» Sono parole sue. Qualcuno potrebbe obiettare che sono pure la tesi della difesa, dato che L’Antimafia dei Fatti è stato in qualche modo concepito come riscatto dall’accusa infamante di essersi a sua volta attaccato al carro di una famiglia mafiosa, dando lavoro a Maurizio Avola, spietato assassino pentito.
Comunque la si giudichi, la vita di Sebastiano Buglisi che esce da questo suo libro è una convincente testimonianza di rettitudine morale. L’aiuto del giornalista Antonio Armano contribuisce certamente a darle un tocco letterario, sfumato di un fosco sarcasmo che ho la sensazione che avuto il plauso di Leonardo Sciascia. «Questo libro non sarebbe mai nato se, per aver osservato la legge e tenuto comportamenti che ogni onesto cittadino dovrebbe tenere, Buglisi non fosse stato accusato da improbabili personaggi di essere vicino a contesti mafiosi. Solo le gesta al limite dell’assurdo pirandelliano dell’antimafia di facciata e le accuse manipolate in Commissione parlamentare antimafia lo hanno spinto a raccontare.»
L’accorata prefazione di Guido Ruotolo non guasta.
Va aggiunto che nel libro si raccontano pure interessanti – per non dire inquietanti – episodi legati alla manipolazione della verità da parte del sistema-mafia non legati direttamente alla vicenda di Buglisi ma fortemente indicativi del clima omertoso e criminoso che ha regnato e tuttora regna in Sicilia. Perché Buglisi non «si è mai atteggiato a eroe della resistenza contro la mafia, ma ha mandato in galera i mafiosi che hanno tentato di sottoporlo a estorsione».
Scoprirete di che pasta sia fatto quest’uomo attraverso il suo bel libro e pure attraverso le risposte che ha voluto dare alle nostre domande.
C’è qualcosa che, con il senno di poi, avrebbe preferito non fare?
«In Sicilia si dice “acqua passata non macina mulino”. Ho sempre guardato avanti. Ho sempre preferito imparare dall’esperienza piuttosto che rimuginare sul passato.»
In che modo ha capito che la sua isola era dominata da una logica antidemocratica?
«Guardando la realtà che avevo sotto gli occhi. La guerra era finita, il fascismo era stato sconfitto con un sacrificio di vite umane enorme, l’Italia si era data una Costituzione fondata sulla dignità del lavoro fin dal primo articolo. In Sicilia molte cose non erano cambiate. I padroni non volevano dividere la terra con i contadini. Ho capito che la democrazia era arrivata sulla carta, ma nella vita quotidiana sopravvivevano dinamiche di potere antiche. E ho capito l’importanza di conquistare la propria autonomia attraverso lo studio e il lavoro. Ho lavorato fin da bambino e mi sono diplomato geometra studiando al “lustro della lumera”, alla luce della lampada a olio.»
Secondo lei, cos’è che ancora oggi affascina la Sicilia del pensiero e della politica della destra?
«Molti giovani se ne sono andati, al Nord Italia o all’estero, in cerca di un futuro migliore e non solo dal punto di vista economico. Così una certa politica di destra continua a trovare terreno fertile in chi resta e nei suoi limiti culturali, cioè a dire nell’ignoranza.»
Siccome lei, da imprenditore, ha ottenuto importanti commesse statali, automaticamente “doveva aver pagato lo Stato”. Questa equivalenza da dove nasce? E a lei che effetto ha fatto?
«Non è assurda, ma il frutto di una storia. Per troppo tempo in Sicilia la mafia è stata uno stato parallelo, uno stato nello stato e ha condizionato gli appalti.»
L’ultimo atto estorsivo ai suoi danni è avvenuto prima del Covid e poi non ce ne sono più stati altri. Cos’è cambiato?
«Credo che il Covid abbia rappresentato uno spartiacque anche per la criminalità. Molte imprese hanno attraversato una crisi profonda e le estorsioni sono diventate meno redditizie. La mafia si è concentrata su attività più remunerative come il traffico di droga.»
Ci parla del ruolo della paura nei rapporti di mafia?
«All’inizio avevo paura, poi ho smesso di averne. La paura è di chi entra nel sistema mafioso. Se ne resti fuori, la mafia di solito non ha interesse a perseguitarti. Così mi sono detto: o mi ammazzano subito, oppure non mi ammazzano più.»
Dopo una vita di impegno contro la mafia, come ha reagito alle accuse legate all’assunzione di un pentito?
«Ho sempre pensato che la mia vita parli per me: le denunce, gli attentati subiti, gli arresti e le condanne ottenute anche grazie alla mia collaborazione. Poi ho capito che, se non racconti tu la tua storia, c’è sempre qualcuno disposto a raccontarla al posto tuo, magari capovolgendone il significato. Da questa consapevolezza è nato L’antimafia dei fatti. Mi sono anche tutelato denunciando i calunniatori.»
Lei ha dimostrato che si può aiutare la macchina della giustizia inserendo ex-malavitosi in programmi di reinserimento. Alla luce della situazione delle nostre carceri, cosa si sente di dire?
«Molto prima che a Maurizio Avola, ho offerto lavoro al figlio di un uomo che era stato mio dipendente. Poi era diventato capo bastone della mafia in questa zona e ha tentato di compiere un’estorsione ai miei danni. L’ho denunciato ed è stato condannato. Il figlio non ha accettato di lavorare nella mia azienda. Quando poi ho dato un’opportunità di lavoro ad Avola, l’ho fatto con la stessa logica: chiudere i conti con il passato e offrire un lavoro onesto. Il reinserimento riduce il rischio che chi ha pagato il proprio debito torni a delinquere.»
Negli ultimi decenni si sono registrati numerosi casi di imprenditori che si sono rifiutati di pagare il pizzo. Com’è cambiata la Sicilia? E qual è l’atteggiamento giusto del cittadino e quello necessario dello Stato?
«Oggi ci sono più imprenditori disposti a denunciare. Ma non bisogna illudersi: la mafia ha cambiato volto e si è adattata ai tempi. Per questo servono cittadini che non accettino compromessi e uno Stato che sia presente fino in fondo. Anche a livelli meno eclatanti del pizzo. Mi riferisco all’evasione fiscale o al lavoro nero che continuano a essere molto diffusi da queste parti e non solo.»
Che effetto le hanno fatto le parole di Ignazio La Russa su Paolo Borsellino?
«Ognuno può avere le proprie idee su come Borsellino avrebbe interpretato il presente. Ma nessuno può parlare al suo posto. Il modo migliore per ricordarlo nell’anniversario della strage di via D’Amelio è continuare a fare il proprio dovere senza trasformare la memoria in uno strumento di parte.»