Nel giugno del 1946 il governo italiano e quello belga sottoscrivono un accordo bilaterale “minatori in cambio di carbone” che nei fatti equipara i migranti italiani a merce da scambiare con altra merce. L’accordo è molto dettagliato, ma glissa sulla misera vita che in Belgio attende questi nostri connazionali, i macaronì, costretti a vivere nelle baraccopoli di ex campi di concentramento e indotti a turni di lavoro massacranti senza una adeguata formazione. Anche il salario si rivela inferiore a quello promesso. E l’accordo tace sui malandati impianti estrattivi dei bacini carboniferi, pericolosi per le maestranze. Così, nel decennio 1946-1956, prima della catastrofe di Marcinelle, nelle miniere del Belgio già muoiono 520 lavoratori italiani; e molti altri verranno a mancare nel tempo, causa silicosi.
Dov’è Pescron?
Dal 1957 in veste di giornalista, Per Paolo Pasolini collabora come inviato a “Vie nuove”, un settimanale legato al Partito comunista. La direttrice Maria Antonietta Macciocchi gli affida alcune inchieste giornalistiche. Lo manda anche a Lilla in Francia, confine belga, per un reportages ui minatori italiani due anni dopo la tragedia di Marcinelle, un sobborgo di Charleroi in Belgio (l’8 agosto del 1956 un incendio in miniera aveva provocato la morte di 262 minatori; 136 erano immigrati italiani).
«“Dov’è Pescron?” Nessuno a Douai sapeva dov’era questo Pescron: un campo di baracche di minatori italiani», scrive Pasolini in Matrimonio nella baracca. Due giorni a Douai, città di miniere.
«Douai è una cittadina vicino a Lilla: perduta in una pianura ch’è tutta una immensa e desolata città. Una città di miniere, col pavé, le piccole case che sembrano di ferro, laccate di rosso e affumicate di carbone sotto i tetti gotici di lavagna. Nel sole, triste, nella tenebra del maltempo nordico, tristissima. Neanche i suoi abitanti, i francesi di Douai, hanno un’aria allegra». Quel giorno a Pescron una coppia di giovani siciliani si sposa, lei è la sorella di un ragazzo «grosso e timido come un lombardo» con cui Pasolini aveva nel frattempo fatto amicizia; e così lo scrittore viene invitato al loro matrimonio (“Vie nuove”, 22 novembre 1958).
Il giorno dopo «Scendemmo nella miniera» e qui bisognava «camminare rattrappiti, quasi carponi: la taglia era bassa, ma abbastanza larga. Il soffitto era tutto puntellato da paletti, tanto che pareva di camminare, o meglio di strisciare, in una specie di bosco. Ognuno come in una buca, in una tomba, lungo i centocinquanta metri del cunicolo, incontrammo una ventina di minatori. Ci comparivano a uno a uno, e fissavano su di noi il bianco degli occhi, nelle facce nere e sudate, interrompendo di scavare la roccia col martello pneumatico, da cui erano scossi con estrema violenza».
Il corpo magro e l’occhio allucinato
Nel rispondere, sempre su “Vie nuove”, a un minatore di Gerfalco in Toscana, più avanti nel tempo Pasolini paragonerà questa sua esperienza in miniera a una «specie di discesa all’inferno» tra «cose di un altro pianeta», e si racconta: «Dopo una interminabile camminata in questo putrido e riarso cunicolo, mi sono trovato davanti a una specie di buco, non più alto di un’ottantina di centimetri, semi-otturato da dei paletti e da dei macigni. Bisognava infilarsi lì dentro. Ho dovuto vincere un terrore fisico che mi pareva, in un primo momento, invincibile; e non ci sarei riuscito, se non avessi pensato che tutti i giorni centinaia di operai, più giovani e più vecchi di me, e col mio stesso diritto a vivere una vita umana e decente, erano costretti a vincere lo stesso terrore». Questi minatori «erano lì che lavoravano da molte ore: col martello pneumatico, un orrendo strumento di tortura, stavano frantumando la roccia nera di fronte a loro. In quella nicchia, che era appena più grande di una tomba, riuscivano appena a muoversi: e il tremito infernale del martello li scuoteva come pupazzi. Erano a petto nudo, tutti neri di carbone, e solo qualche osso del corpo magro e l’occhio allucinato, biancheggiava in mezzo a quella crosta nera che li copriva. Non potrò mai scordare il senso di rabbia impotente contro l’ingiustizia del nostro mondo, che mi ha dato l’umile, grato sorriso di un operaio siciliano, felice di vederci lì accanto a lui» (Dialogo con i lettori di “Vie nuove”, 24 dicembre 1960).
Il sogno di una cosa
In tema di miniere e di minatori ricorderemo un precedente articolo di Pasolini dal titolo Sopra il nostro capo due chilometri di terrauscito il 22 maggio 1950 sul “Quotidiano”, quando lo scrittore è a Roma da pochi mesi e senza un lavoro: «Le gallerie – raccontava Davide all’Enal d S. Giovanni – si stendono parallele una sopra l’altra, a circa cento duecento metri di distanza e sono messe in comunicazione fra loro da una serie di budelli scavati nella roccia e alti non più di quaranta centimetri. Ci si passa solo strisciando». Il casarsese Davide – un nome di fantasia – fa il minatore in Belgio e si esprime in un friulano contaminato «da accenti francesi o fiamminghi». Il migrante era tornato a casa per una breve vacanza, da trascorrere «in ozio, con il vestito della festa e la brillantina nei capelli».
Come in altri racconti usciti sul foglio romano (ricorderemo Acquerello funebre, Notte d’avventurae Apparizione della Svizzera) Pasolini sembra qui tornare a una o più d’una delle tante storie raccolte nel 1947-1948, quando era in cerca di spunti per Il sogno di una cosa, quel suo primo romanzo scritto in Friuli. E quasi come nel romanzo («Tutta la loro compagnia venne ad accompagnarli alla stazione di Casarsa a prendere il treno…», scrive ne Il sogno di una cosa), nell’articolo per il “Quotidiano” Pasolini annota che il giorno in cui Davide è partito «la stazione di Casarsa era piena di gioventù. Quelli di S. Giovanni erano i più allegri: splendidi come pioppi, avevano attorcigliato intorno ai colli i fazzoletti rossi e viola e reggevano i bagagli come aratri». Ecco la locomotiva apparire in fondo al terrapieno:
«andava in direzione di un 1948 nero di antracite, di un 1949 rovesciato su una distesa fugginesca di gru e di guglie, di un 1950 che l’esplosione di Charleroi copre di silenzio». Quell’anno a Charleroi erano morti 39 minatori, e tre di loro erano italiani.
Randagi
Sono di Pasolini i testi a corredo del docufilm Manon finestra 2(1956), un “corto” aziendale di Ermanno Olmi sulla dura vita dei minatori impegnati negli scavi per la costruzione di una centrale elettrica della Edison alle pendici lombarde dell’Adamello (per Olmi, l’anno successivo Pasolini scriverà i testi di Grigio, un documentario sui cani randagi). E in L’aigle(doveva essere l’ultimo surreale episodio del film Uccellacci e uccellini, 1966, un frammento poi tagliato) la massima aspirazione di uno “scimpanzè del Ruanda” è quella di «andare a lavorare in una miniera a Lille, guadagnare dei soldi e aprire una sala di coiffeur». Anche in La ragazza in vetrina, un film del 1961 di Luciano Emmer (la sceneggiatura è di Pasolini), assistiamo all’incontro di Else, una prostituta, con Vincenzo, un ragazzo veneto che lavora nelle miniere di carbone in Belgio.
