di Rock Reynolds
«Criminali non si nasce. Un reato, soprattutto se di natura violenta, commesso da un adolescente non è quasi mai un episodio che si può chiudere tra due parentesi, avendo l’illusione di risolverlo con una pena esemplare. È quasi sempre l’esito di percorsi accidentati, di ingiustizie che non hanno apparenti spiegazioni, di disuguaglianze brucianti, di famiglie cieche di fronte alle necessità di un figlio o incastrate in una vita faticosa che non lascia spazio all’interessamento autentico e al dialogo, di scuole che non hanno saputo intercettare il disagio, di cattivi maestri.»
Basterebbero queste poche righe per incastonare in una cornice di pensiero razionale e compassionevole un libro che mi ha profondamente toccato e fatto riflettere tanto.
Dentro le Mura (Treccani, pagg 132, euro 15) di Antonella Inverno, come talvolta mi capita di dire, è uno di quei libri che andrebbero letti a scuola e che, magari, dovrebbero pure essere testi propedeutici all’espressione libera del voto. Sarebbero, per lo più, una sana ancora di salvezza contro l’analfabetismo di ritorno e un antidoto contro la massificazione verso il basso del discorso pubblico. Conoscere i dati e non sparare sentenze a vanvera in un mondo serio non dovrebbe essere neppure oggetto di discussione. Nella triste consapevolezza che la realtà è un’altra, un libro come Dentro le Mura diventa pressoché indispensabile.
Il testo è anticipato dalla splendida prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi ed è corredato dalle suggestive fotografie di Alessio Romenzi.
L’autrice, Antonella Inverno, è una giurista specializzata in tutela internazionale dei diritti umani e, soprattutto, di quelli dell’infanzia e dell’adolescenza e svolge ricerche per conto di Save the Children Italia. Attenzione, però: mai nella pagine di Dentro le Mura ci si imbatte in momenti in cui l’autrice si scorda del suo ruolo quasi istituzionale e della scientificità delle analisi in cui è impegnata. Se è vero che oggi più che mai schierarsi è un dovere, è altrettanto vero che per risultare credibili agli occhi di certi benpensanti è bene snocciolare dati incontrovertibili prima di fare altri discorsi.
In un momento di crescita almeno apparente delle estreme destre e dei pensieri che le estreme destre ritagliano a uso e consumo di quella fetta della società che ha gravi difficoltà a distinguere il pericolo dell’incognito dal male reale, sarebbe bene puntare su cose positive e costruttive. La Costituzione italiana è il miglior garante di tale idea. È certamente non facile indicare una strada che in molti equiparano a un’utopia, ma sperare si deve.
Dentro le Mura consta di due parti ben distinte: la prima è un’analisi lucida e implacabile dei numeri e descrive un quadro preoccupante del sistema carcerario minorile più ancora che della delinquenza minorile; la seconda, invece, è una raccolta straordinariamente toccante di testimonianze dirette di ragazzi tuttora ospiti del sistema carcerario nazionale o passati più o meno produttivamente dallo stesso. Da leggere con una mano sul cuore: i racconti di questi ragazzi, accomunati spesso (ma non sempre) dall’assenza di una vera famiglia, si lasciano leggere come pagine di splendida letteratura.
Non aggiungo altro per non togliere curiosità al lettore. Il resto lo dice l’autrice stessa, rispondendo a qualche nostra domanda.
Proviamo a fare un po’ di chiarezza sul quadro della delinquenza minorile in Italia? Lei porta a suffragio della verità numeri che paiono incontrovertibili…
«I numeri ci aiutano a fare chiarezza, ma a condizione di saperli leggere. E la prima cosa che ci dicono è che dobbiamo essere molto prudenti quando parliamo di “emergenza criminalità minorile”. Se guardiamo ai minori e giovani adulti presi in carico dagli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (USSM), vediamo un incremento: erano 20.195 nel 2014, 22.212 nel 2024 e 23.518 nel 2025 (dati al 15 dicembre 2025), ma se consideriamo che dentro quel numero convivono ragazzi entrati nel circuito giudiziario in anni diversi, appare evidente che non possiamo considerare questo incremento equivalente a un aumento della devianza. Se vogliamo capire più approfonditamente, dobbiamo guardare alle segnalazioni che l’Autorità giudiziaria fa agli USSM ogni anno affinché i funzionari di Servizio Sociale prendano in carico i casi. E qui il quadro è molto più articolato: i minorenni segnalati sono passati dai 18.527 del 2011 ai 14.220 del 2024. È vero che dal 2021 sono tornati a crescere e che nel primo semestre del 2025 erano già 8.016, ma siamo ancora lontani dai livelli del 2011. C’è poi un terzo elemento che spesso scompare completamente dal racconto pubblico: una segnalazione non equivale a una condanna. Nel 2024 sono stati 18.042 i procedimenti con autore noto per i quali è stato richiesto il rinvio a giudizio o che sono stati definiti in altro modo. Nello stesso anno, però, 18.950 procedimenti sono stati inviati dalle Procure minorili al GIP con richiesta di archiviazione. Le ragioni sono diverse, ma tra le più frequenti ci sono l’infondatezza della notizia di reato e la mancanza delle condizioni di procedibilità. In altre parole, in più di 1 caso su 2 le denunce vengono archiviate e il sistema di garanzie che spesso ricordiamo per gli adulti – non si è colpevoli fino a una sentenza definitiva di condanna – dovrebbe valere a maggior ragione per i minorenni. Detto questo, sarebbe altrettanto sbagliato usare questi dati per dire che non esiste un problema. Esiste, e riguarda soprattutto alcune forme di violenza giovanile che negli ultimi anni hanno assunto caratteristiche preoccupanti: aggressioni, uso di armi bianche, violenza tra gruppi, rapine, comportamenti che possono rapidamente degenerare. Ma il fenomeno va letto nella sua complessità e nella sua dimensione educativa e sociale. Una lettura semplicistica dei numeri rischia di produrre una risposta altrettanto semplicistica, con la conseguenza che ad aumentare sono invece i minorenni e i giovani adulti detenuti, per due motivi, entrambi conseguenza degli ultimi decreti sicurezza: da un lato aumentano le fattispecie di reato (prima la disobbedienza pacifica, per esempio, non era un reato, ora sì); dall’altro le possibilità alternative alla detenzione di natura educativa si sono estremamente ridotte.»
Lei parla dell’“occhio assuefatto” del personale carcerario e persino dei volontari. Cosa si può fare per restituire la vista piena a quell’occhio?
«L’“occhio assuefatto” è uno dei rischi più grandi per chi lavora costantemente in luoghi caratterizzati da privazione della libertà personale: un carcere, un CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio), anche un luogo di sbarco, dove esigenze di sicurezza e gestione del trattenimento possono produrre, a lungo andare, pratiche di svalutazione della persona. È un meccanismo umano: quando ogni giorno sei esposto alle crisi, alla sofferenza, anche alle provocazioni, puoi finire per non vedere più la persona nella sua interezza, ma piuttosto il problema – o il corpo – da gestire. Purtroppo, abbiamo ben due indagini in corso in due carceri minorili storiche, il Beccaria di Milano e Casal del Marmo a Roma, per violenze e torture a danno di giovanissimi detenuti. Restituire la vista a quell’occhio significa innanzitutto ricordarsi che dietro il reato c’è sempre un adolescente, e che l’adolescenza è, per definizione, un’età nella quale le traiettorie non sono ancora definitivamente scritte. Questo richiede formazione, ma soprattutto supervisione, confronto tra professionisti, spazi nei quali gli operatori e i volontari possano elaborare quello che ogni giorno vedono e provano. E serve una cultura istituzionale che non consideri l’umanità solamente accessoria rispetto alla sicurezza. L’occhio si riapre quando torniamo a vedere non soltanto un detenuto, ma un ragazzo con la sua complessità e i suoi bisogni. Un ragazzo che ha ancora tutto il tempo per cambiare rotta, se è messo nella condizione di farlo. Non dobbiamo mai dimenticare che la violenza non può che generare violenza.»
Pare che i giovani in generale trovino sempre maggiori difficoltà a raccontarsi e che i loro genitori abbiano disimparato ad ascoltarli. Cosa fare?
«Prima di tutto dobbiamo accettare una cosa molto semplice: un adolescente non si racconta perché un adulto gli chiede di farlo, ma quando sente che dall’altra parte c’è qualcuno disposto ad ascoltare davvero, qualcuno che non gli chiede di essere perfetto per poter mostrare all’esterno una famiglia perfetta. Nel libro emerge più volte quanto sia difficile per questi ragazzi dare un nome a quello che provano. La violenza può diventare allora un linguaggio sostitutivo. Esprime rabbia, bisogno di riconoscimento, appartenenza, desiderio di essere visto. Gli operatori parlano anche di una sorta di analfabetismo emotivo, di una difficoltà a percepire fino in fondo la sofferenza dell’altro. Per questo non credo che servano soltanto più adulti, ma adulti capaci di stare nella relazione. Genitori, insegnanti, educatori, allenatori, operatori dei servizi: dobbiamo ricostruire una presenza adulta che sappia mettere in campo un ascolto attivo, porre limiti quando sono necessari e – soprattutto – accettare la sofferenza e il disagio dei più giovani senza cedere alla tentazione di delegare la funzione educativa a qualcun altro, che si presume più “esperto”. Stare nella relazione non vuol dire sapere sempre cosa fare, ma assicurare vicinanza e comprensione.»
Le violenze giovanili non vengono solo da ambienti disagiati e da gruppi di giovani di origini straniere. Come si affronta questa realtà spiazzante a chi ha preconcetti difficili da superare?
«Partire dai fatti è probabilmente il modo più efficace per mettere in crisi i pregiudizi. Se ci raccontiamo che la violenza giovanile sia semplicemente il prodotto della povertà, della marginalità o dell’immigrazione sbagliamo diagnosi, rischiando di non vedere una parte importante del fenomeno. I ragazzi che ho incontrato mentre lavoravo al libro mostrano una realtà più trasversale. Ci sono quelli che provengono da contesti socialmente integrati e quelli che vengono da territori di profonda marginalità, ci sono gli italiani e gli stranieri, ci sono quelli con famiglie presenti ma disfunzionali e ragazzi che hanno alle spalle storie di abbandono. Non esiste un unico identikit. Il dibattito sulla sicurezza, come spesso accade nei dibattiti politici che mirano a un facile consenso, tende a semplificare questa realtà per trovare un capro espiatorio, complice un certo tipo di stampa. E così nascono i “maranza” e le “baby gang”. Il risultato sono politiche che non incidono sulla realtà, perché non la intercettano. E a pagarne le conseguenze sono i ragazzi stessi, ai quali si appiccica un’etichetta dalla quale è difficile liberarsi.»
Molti nell’arena pubblica sono portati a favorire la soluzione punitiva. Il Decreto Caivano insegna: un prete che si fa promotore convinto di quella strada. Che sensazioni le ha trasmesso quella scelta da parte della nostra politica, alla luce di una Costituzione che considera il carcere un luogo di rieducazione, a maggior ragione per i minorenni?
«Mi ha colpito soprattutto una cosa: la facilità con cui un certo tipo di politica gioca con la vita degli adolescenti, senza rendersi conto che ne segna definitivamente le traiettorie di vita. Io non penso che la punizione non debba esistere. Un ragazzo che commette un reato deve confrontarsi con la propria responsabilità e con le conseguenze delle proprie azioni, ma deve farlo attraverso un processo che alla punizione affianchi un percorso educativo, che possa intercettare le cause profonde di un comportamento antisociale e porre rimedio. Nelle interviste che ho condotto, la violenza, per esempio, è una cifra esistenziale dei ragazzi incontrati: nasce già a casa, nella violenza domestica a cui hanno dovuto assistere o peggio che hanno subito direttamente. Poi c’è la scuola, che nelle storie che ho raccolto è stata incapace di trattenere i ragazzi più difficili, lasciandoli al loro destino. Punire senza ricostruire la fiducia non può che produrre ulteriore violenza. Nella prefazione del Presidente della CEI, il Cardinale Matteo Zuppi, si individua la categoria dei “cattivisti”, che reclamano interventi forti, che strumentalizzano la paura, alimentando false aspettative di “giustizia”. La verità è che una giustizia punitiva come quella messa in campo dai decreti sicurezza ha l’unico risultato di allontanare questi ragazzi dallo sguardo pubblico, condannandoli a un “futuro senza futuro”. Dobbiamo invece recuperare la capacità di guardare alla criminalità minorile con onestà, schivando le interpretazioni ideologiche. Non dobbiamo aver paura di farci guidare, anche nelle politiche, da un principio di umanità e di vicinanza, che al giorno d’oggi invece sembra così difficile da sponsorizzare.»
Cosa pensano i minori reclusi dell’esperienza carceraria? Ritengono l’esperienza una possibilità di svolta e ricostruzione? Mi ha colpito una sua frase: “Non pochi dei ragazzi intervistati mi hanno raccontato di come il contatto con il sistema di giustizia sia stato una grande fortuna”.
«Questa è forse una delle contraddizioni più interessanti che ho incontrato. Alcuni ragazzi mi hanno detto che dal carcere si esce ancora più criminali; altri che l’incontro con la giustizia è stato una fortuna perché ha rappresentato una frattura nella loro traiettoria. Per la prima volta qualcuno si è occupato di loro: hanno incontrato un educatore, uno psicologo, un assistente sociale (ma sarebbe meglio mettere tutto al femminile, perché il lavoro di cura è ancora altamente caratterizzato dalla presenza delle donne) e hanno ripreso a studiare, hanno scoperto di avere delle competenze spendibili lontano dai contesti criminali. In sostanza hanno avuto un adulto che ha creduto in loro. Questo succede più spesso quando l’istituto penale minorile mantiene un carattere comunitario, con numeri bassi (10/20 detenuti al massimo), con un buon lavoro di squadra tra agenti e educatori, con un’apertura reale all’esterno. Tutte condizioni messe seriamente a rischio dal sovraffollamento che per la prima volta in Italia caratterizza anche il sistema di giustizia minorile, come conseguenza della definizione panpenalistica e punitiva degli ultimi decreti sicurezza.»
Come si esce da un simile garbuglio come quello che vede l’affollamento delle carceri dovuto soprattutto all’aumento delle pene per reati (come la resistenza passiva) commessi all’interno delle carceri dai minori?
«Quello che descrive è un paradosso che dovrebbe farci riflettere molto. Se un sistema produce condizioni di forte tensione, e quelle tensioni generano ulteriori comportamenti sanzionabili, possiamo trovarci dentro una spirale nella quale il carcere alimenta ciò che dovrebbe contribuire a interrompere. Se a ogni conflitto rispondiamo soltanto aggiungendo una sanzione, rischiamo di trasformare il carcere in una macchina che produce ulteriore devianza. Come se ne esce? Ricominciando a investire seriamente in politiche educative. Faccio un esempio: viviamo un momento di forte declino demografico, gli studenti continuano a diminuire. Potremmo utilizzare i risparmi che questo genera per rafforzare il nostro sistema educativo pubblico: garantire il tempo pieno in tutte le scuole primarie, la compresenza dei maestri, nei gradi superiori offrire al pomeriggio attività sportive, educative e ricreative gratuite all’interno delle scuole che dovrebbero rimanere aperte al territorio, assicurare la continuità didattica dei professori; invece anno dopo anno si taglia la già risibile percentuale di PIL che dedichiamo a questi interventi, lasciando i ragazzi sempre più soli ad affrontare le nuove fragilità che il mondo in crisi produce.»
Come immagina un sistema detentivo per minori al passo coi tempi?
«Lo immagino innanzitutto davvero come l’ultima possibilità e non il punto di partenza. Molti dicono che nella contemporaneità il carcere non dovrebbe neanche esistere e la pena assumere un’altra forma. Immagino istituti nei quali la sicurezza sia costruita attraverso l’educazione. Piccole comunità, gruppi meno numerosi, personale adeguatamente formato e stabile, psicologi ed educatori in numero sufficiente, scuola non messa in discussione da esigenze di sicurezza, attenzione alla salute, formazione professionale, sport, attività culturali, maggiore apertura all’esterno, possibilità di lavorare sulle relazioni familiari. Insomma, un posto dove si costruisce il futuro. Altrettanto importante, e forse anche di più, è il sistema delle misure alternative al carcere. Innanzitutto, bisognerebbe ridare dignità al lavoro sociale di cura: troppo turnover tra educatori e operatori sociali non garantisce quella continuità affettiva e educativa di cui i ragazzi hanno bisogno. Le comunità di accoglienza dovrebbero essere sostenute e lavorare in tandem con gli istituti detentivi, per assicurare una veloce fuoriuscita dal carcere anche per quei ragazzi che fuori non hanno una famiglia ad aspettarli.»
