Il Gattopardo. Una storia incredibile, ovvero il finale di una storia a molti sconosciuta. Ed è proprio questo a renderla avvincente: sappiamo il finale di una storia che non conosciamo. Il Gattopardo verrà pubblicato, vincerà il Premio Strega, diventerà uno dei grandi romanzi del Novecento italiano e Luchino Visconti ne ricaverà uno dei film più celebri della nostra cinematografia.
Non c’è suspense possibile, in teoria. Francesco Piccolo (sceneggiatore e scrittore, Premio Strega 2014) riesce invece a costruirla raccontando tutto ciò che precede quel finale: le volte in cui Giuseppe Tomasi di Lampedusa avrebbe potuto non scrivere il romanzo, quelle in cui il manoscritto avrebbe potuto fermarsi definitivamente sulla scrivania di un editore, quelle in cui una lettura politica avrebbe potuto imprigionarlo dentro un’etichetta.
E poi ricomincia da capo con il cinema. Il Gattopardo. Una storia incredibile, portato l’11 settembre nel Chiostro di Sant’Agostino per Narni Città Teatro, è un lungo dietro le quinte che da solo vale quasi un altro Gattopardo.
Piccolo parte da San Pellegrino Terme, nel 1954. A un convegno di giovani scrittori arriva Lucio Piccolo, accompagnato dal cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ancora estraneo ai circuiti letterari che contano. Alla domanda su che cosa faccia nella vita, la risposta è quasi una dichiarazione di classe: fa il principe. È lì che affiora per la prima volta il progetto di un romanzo storico. Da quel momento la vicenda procede per bivi. Il libro viene scritto, sottoposto agli editori, rifiutato; Tomasi muore nel 1957 senza vederlo pubblicato. Il manoscritto arriverà a Giorgio Bassani e Feltrinelli lo manderà in libreria nel novembre 1958. Raccontati così sembrano fatti di storia editoriale. Nella costruzione di Piccolo diventano tanti “e se?”.
Ogni passaggio avrebbe potuto interrompere la catena. Ogni lettera apre o chiude una possibilità. Ogni rifiuto sembra poter essere quello definitivo. Perfino quando il manoscritto entra nella storia di Elena Croce, Marguerite Caetani e Giorgio Bassani, la traiettoria continua a dipendere da incontri, dimenticanze, intuizioni, coincidenze.
È questo il meccanismo che trasforma una quantità enorme di documenti, nomi e passaggi editoriali in materia narrativa. Piccolo non semplifica la storia per renderla accessibile: ne scopre la trama. Il materiale documentario non appesantisce il racconto: è il racconto.
Piccolo occupa il centro della scena, cammina, gesticola, avanza verso il pubblico. Più che una conferenza-spettacolo, è un racconto orale che prende continuamente corpo. Le proiezioni non costituiscono un fondale permanente e non servono a illustrare ciò che viene detto: entrano quando servono. Il valzer del film di Visconti porta sul palco il Gattopardo ormai diventato immaginario collettivo; il dialogo tra Don Fabrizio e Chevalley, con Burt Lancaster, occorre mostrare, non più soltanto raccontare, il nodo politico del romanzo.
Ed è quando Il Gattopardo finalmente esiste che comincia forse la parte più divertente, feroce e ancora sorprendentemente attuale della storia. Pubblicare il romanzo non basta: bisogna stabilire che cosa significhi. E una parte importante della cultura italiana decide rapidamente da che parte collocarlo. “Conservatore, reazionario e fascista”: Piccolo torna più volte su questa formula fino a farne quasi un refrain. La filosofia di Don Fabrizio viene confusa con quella del romanzo; la sua sfiducia nel cambiamento diventa la presunta tesi dell’autore. È il cortocircuito sul quale si innesta una polemica che coinvolge Sciascia, Moravia, Vittorini, Mario Alicata e il Partito comunista.
Piccolo mette a fuoco l’equivoco con una semplicità quasi disarmante: Don Fabrizio tenta di fermare la storia, ma il romanzo mostra che non ci riesce. La storia va avanti nonostante lui. Scambiare la visione del protagonista per quella dell’opera significa non vedere ciò che l’opera sta facendo. E così la vicenda letteraria diventa una commedia dell’autolesionismo ideologico.
Mentre in Italia si discute se il romanzo sia abbastanza progressista, dalla Francia Louis Aragon, comunista, rimprovera agli italiani di non aver compreso il libro.
György Lukács, uno dei grandi riferimenti della critica marxista, aggiunge una legittimazione che rende sempre più difficile sostenere la condanna originaria.
Il paradosso è irresistibile: il Gattopardo conservatore, reazionario e fascista rischia di essere capito meglio dagli intellettuali marxisti stranieri che da una parte di quelli italiani. Togliatti, nel racconto di Piccolo, diventa il personaggio comico involontario più riuscito di tutta la vicenda. È lui a rivolgersi ad Alicata quando occorre prendere posizione sul romanzo e di nuovo quando il quadro internazionale è cambiato e Il Gattopardo deve diventare pubblicabile nell’Unione Sovietica.
Nel frattempo sono arrivati Aragon, Lukács, il successo internazionale del libro e una posizione italiana sempre più difficile da sostenere. Togliatti si ritrova colpito da quello che potremmo chiamare fuoco amico: da una parte gli intellettuali comunisti stranieri che contestano la lettura italiana, dall’altra Mosca che ha bisogno di pubblicare proprio quel romanzo. La soluzione è di una genialità profondamente italiana. Non occorre confessare apertamente di avere sbagliato, basta riscrivere. Alicata prepara una nuova introduzione: l’impianto rimane, cambiano le frasi che la nuova situazione ha reso scomode. Nessuna autocritica clamorosa, nessuna sconfessione pubblica, nessuna perdita della faccia. Si modifica ciò che deve essere modificato e si conserva la continuità di chi aveva giudicato.
Piccolo racconta la sequenza con un’ironia deliziosa: sono i fatti, messi uno dopo l’altro, a produrre la comicità.
Poi c’è il secondo Gattopardo, quello cinematografico, e la storia riparte. La Titanus, Goffredo Lombardo, Suso Cecchi D’Amico, Enrico Medioli, Visconti, la sceneggiatura, il mercato internazionale, la durata, il cast: ciò che oggi appartiene alla mitologia del cinema italiano viene restituito alla precarietà del momento in cui stava accadendo.
È ancora lo stesso dispositivo: riportare l’incertezza dentro una storia che il tempo ha cristallizzato. Piccolo riesce così a costruire suspense con un esito noto, perché ci racconta tutte le volte in cui quel finale avrebbe potuto non esistere e rende ancora più sorprendente scoprire quanto fosse fragile il percorso che ci ha condotti fin lì.
Se un limite c’è, riguarda la dizione: nella velocità e nell’entusiasmo del racconto a tratti mangia le parole e qualche passaggio rischia di perdersi. Ma è un difetto che non intacca la presa complessiva dello spettacolo, costruita più sull’urgenza del narrare che sulla levigatezza attoriale della frase.
Alla fine, la trovata più irresistibile della storia non appartiene né a Tomasi di Lampedusa né a Visconti. Appartiene a Togliatti. È lui a chiamare Alicata quando occorre prendere posizione contro Il Gattopardo; ed è ancora lui a tornare dallo stesso Alicata quando quel romanzo deve diventare presentabile nell’Unione Sovietica. Non gli chiede una plateale ritrattazione. Gli chiede di riscrivere: l’impianto resta, cambiano le frasi che non si possono più sostenere. Nessuna sconfessione esplicita: si cambiano le parole, non il giudice. Ed è forse questa l’ultima, perfetta ironia della storia raccontata da Piccolo.
Dopo aver discusso per anni se e quanto Il Gattopardo fosse un romanzo conservatore, reazionario e fascista, la politica italiana finisce per offrirgli la dimostrazione più limpida del suo stesso meccanismo. Togliatti, per uscire dal Gattopardo, diventa gattopardesco.
