di Diego Perugini
Mancano pochi giorni all’uscita della nuova edizione speciale di “Rubber Soul”, uno dei tanti capolavori dei Beatles.
Il 2 ottobre, infatti, il celebre disco (pubblicato originariamente nel dicembre 1965) verrà messo in commercio con nuovi mix e ampliato con registrazioni di sessioni inedite e demo casalinghe.
Sarà l’occasione buona per riascoltare classici come “Drive My Car”, “Norwegian Wood”, “Nowhere Man”, “Michelle”, “Girl” e “In My Life”. Con i Beatles tesi a sperimentare nuovi strumenti, suoni e tecniche di registrazione in un momento di forte slancio creativo.
Nella fervida attesa, ci siamo portati avanti e abbiamo fatto una visita alla città in cui è nato tutto, Liverpool.
Una città moderna e accogliente, che per i fan è meta di pellegrinaggio sulle tracce delle origini della band.
Il punto di partenza è la centralissima Matthew Street, che per tutti è la via dei Beatles. E’ piccola e stretta, ma colorata e vivace, specie di sera. Ci sono negozi di gadgets e magliette; la statua di un John Lennon stile Teddy-Boy; il museo della famiglia Best; vari locali e tanta musica.
E c’è, ovviamente, il mitico Cavern.
Quello originale, dove i quattro (e non solo loro) furono protagonisti di serate infuocate e indimenticabili, non esiste più, causa demolizione in tempi andati. Oggi, fra ricostruzioni e aggiornamenti, si è moltiplicato per tre.
Ci sono, perciò, il Cavern ristorante, dal menu eclettico e i prezzi non proprio economici. Il Cavern Club, “cantina” che fra cimeli sparsi e mura in mattoni propone live tutto il giorno a costi contenuti. E il Cavern Pub, una “cave” con tante memorabilia del bel tempo che fu e concerti serali a ingresso libero.
Uscendo dal centro e andando verso il porto, immancabile la foto con le grandi statue dei nostri eroi, in una zona per altro molto suggestiva, col fiume Mersey, “Le Tre Grazie” (i tre imponenti edifici storici edoardiani sullo sfondo) e, sul lungomare, il Royal Albert Dock. Un tempo era luogo malfamato, oggi è debitamente ristrutturato e pieno di negozi e locali, con gran folla di turisti, ragazzi e famigliole.
A Liverpool ci sono anche due musei dedicati al gruppo inglese. Il “Liverpool Beatles Museum” è proprio nella succitata Matthew Street, quindi in pieno centro. Ha una piccola entrata rossa, l’immancabile negozietto di souvenir all’ingresso e tre piani pieni zeppi di cimeli e originali reperti d’epoca, accuratamente disposti nelle teche. Appartiene alla famiglia Best, quindi dà ampio spazio al primissimo periodo del gruppo, Amburgo e dintorni, quando alla batteria c’era Pete Best, poi sostituito da Ringo Starr. Il tutto con audio-guida in varie lingue (italiano incluso) e l’inevitabile sottofondo dei classici beatlesiani. Ogni piano racconta una fase della storia del gruppo, dagli esordi alla maturità, ed è un emozionante viaggio nel tempo fra gigantografie, lettere personali, oggettistica, vestiti di scena, gadgets promozionali, strumenti d’epoca e molto altro ancora. Troviamo la batteria usata da Pete e l’amplificatore per il basso di Paul McCartney; un paio di sedie dello Shea Stadium, dove i quattro si esibirono nel 1965; la poltrona a forma di uovo di John. E, ancora, giochi da tavolo, cartoline, riviste. E, ovviamente, tanti dischi, da far gola ai collezionisti più accaniti. Per visitarlo con attenzione e soffermarsi sui particolari ci vogliono almeno un paio d’ore. Spese bene.
Il secondo museo, “The Beatles Story”, si trova nel Royal Albert Dock (vedi sopra) ed è un’altra cosa. Sempre di Beatles si parla, ma da un punto di vista differente.
E’ un museo più grande e strutturato, con un sito in tutte le lingue del mondo, molto accattivante già a partire dai giochi di parole della presentazione. Ed è rivolto a un pubblico generalista (bambini e famiglie inclusi), che magari conosce a spanne la storia della band e vuole approfondire. Perciò ci sono meno reperti originali e più ricostruzioni d’epoca.
Quella del Cavern, per esempio, è suggestiva davvero. E in un attimo ti cali nell’atmosfera di quel club fumoso e puzzolente, giustamente entrato nella storia. Oppure ti puoi sedere sulle poltroncine rifatte dell’aereo Pan Am che portò i Nostri negli Usa. O farti fotografare a fianco del bus del Magical Mistery Tour. Non manca, comunque, qualche chicca originale, come la prima chitarra di George Harrison e l’ultimo pianoforte (bianco) di John Lennon. C’è poi uno spazio finale dedicato alle carriere soliste dei quattro, giusto per chiudere il cerchio. Anche qui c’è una ricca audio-guida, con racconti e video. Più tutta una serie di iniziative collaterali, dalle attività didattiche per bimbi e studenti a eventi sparsi e ampio spazio per il merchandising, foto-ricordo e simili. Ci sono persino un paio di caffetterie, dove ti fanno un cappuccino col volto del tuo Beatle preferito spolverato di cacao.
Se, poi, volete ancora di più (e avete qualche sterlina che vi avanza) ci sono le visite guidate alle case d’infanzia dei Nostri organizzate dal National Trust. Quindi, sempre fuori dal centro città, luoghi di culto come St. Peter’s Church e il vicino cimitero dove è sepolta Eleanor Rigby. Oppure il Casbah Coffee, club periferico della famiglia Best, dove si esibivano i primi Beatles. E, ancora, Strawberry Field, dove ora c’è una mostra interattiva su Lennon e dei bei giardinetti col cancello originale rosso. E, naturalmente, Penny Lane, col cartello stradale, il barbiere, la banca e la pensilina della rotonda. Posti d’ordinaria quotidianità che John e Paul hanno trasfigurato mirabilmente nelle loro canzoni.
E ora, tornati in Italia, non ci resta che attendere il 2 ottobre e riascoltare serenamente quel gioiello di “Rubber Soul”.
