Diego Luna a Roma: "È quando accogliamo i migranti che mostriamo chi siamo"

Alla Festa del Cinema di Roma, il regista messicano presenta Ceniza en la boca, una storia di migrazione e fratture familiari. «Il cinema deve combattere l'ignoranza e creare empatia». E racconta la perdita della madre quando aveva soltanto due anni

Anna Diaz e Diego Luna sul red carpet della Festa del Cinema di Roma - film - Ceniza en la boca - di Alessia de Antoniis
Anna Diaz e Diego Luna alla Festa del Cinema di Roma per la presentazione del film Ceniza en la boca
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16 Ottobre 2026 - 01.13


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di Alessia de Antoniis

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«Quando accogliamo qualcuno, mostriamo chi siamo». Diego Luna sposta così il centro del dibattito sulle migrazioni: dalle ragioni di chi è costretto a lasciare il proprio Paese alle responsabilità di chi lo riceve. Alla Festa del Cinema di Roma, dove presenta in concorso Ceniza en la boca, il regista e attore messicano affronta il tema dell’immigrazione attraverso una storia familiare, lontana dalle statistiche e dalle rappresentazioni collettive che spesso cancellano le singole persone.

Tratto dal romanzo di Brenda Navarro, il film segue Lucila, interpretata da Anna Díaz, che lascia il Messico insieme al fratello Diego per raggiungere la madre emigrata anni prima in Spagna. Madrid, poi Barcellona, infine il ritorno in Messico: un percorso segnato dalla precarietà lavorativa, dalle discriminazioni e da un’appartenenza che sembra continuamente sfuggire. Lucila lavora come babysitter, badante, rider, cercando di costruirsi un’esistenza mentre porta sulle spalle le conseguenze di una separazione mai superata.

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«Non volevamo raccontare le ragioni che spingono le persone a partire, né il viaggio. Volevamo raccontare la quotidianità di chi è già arrivato», spiega Luna. E soprattutto quelle piccole violenze, spesso invisibili, che accompagnano la vita degli immigrati. «A volte le persone che arrivano nelle nostre comunità provocano disagio. Ma quel disagio, molto spesso, parla della nostra ignoranza. Se riuscissimo a metterci nei panni dell’altro, potrebbe trasformarsi in generosità, empatia, comprensione e rispetto».

Sulla crescente ostilità verso i migranti, dalla Spagna agli Stati Uniti di Donald Trump, Luna rivendica il ruolo politico del cinema. «I numeri non servono, le statistiche non servono. Sono le storie intime e personali che permettono di riconoscere una connessione con l’altro». E ricorda che nessuna società moderna può raccontare la propria identità senza riconoscere il contributo delle migrazioni.

Ma dietro questa riflessione politica c’è anche una ferita privata. «Ho perso mia madre quando avevo due anni. Per tutta la vita ho cercato di spiegarmi la sua assenza e di capire chi sono a partire da quella perdita», racconta il regista. Un’assenza che ha segnato il suo rapporto con il padre, con il lavoro e con la propria paternità.

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È proprio nell’incontro tra questa esperienza personale e il romanzo di Navarro che nasce il film. Per Lucila, la partenza della madre è stata un abbandono; per la madre, un sacrificio compiuto per i figli. Due narrazioni della stessa storia che soltanto il ritorno in Messico permetterà alla protagonista di mettere a confronto.

E il Messico che ritrova non è quello protetto dei suoi ricordi infantili. La violenza attraversa anche i luoghi che immaginava sicuri. Ma Luna rifiuta una lettura semplicistica: non è soltanto la violenza di un Paese a spiegare una partenza. C’è anche quella che si consuma dentro le famiglie.

«Nella migrazione c’è chi parte, chi resta e chi accoglie», osserva il regista. «E credo che oggi la domanda più importante riguardi proprio noi che accogliamo».

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Una domanda che Ceniza en la boca consegna agli spettatori senza offrire risposte consolatorie: prima di giudicare chi arriva, siamo disposti a comprenderne la storia?

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