La scena conclusiva di The Gin Game, l’opera di Donald Lee Coburn, è memorabile: all’ennesima sconfitta di una partita di Gin Rummy, Weller Martin batte il bastone sul tavolo fino al pianto, per poi ricomporsi e uscire in silenzio; rimasta sola sul dondolo della veranda, alla sua avversaria-amica Fonsia Dorsey scappa un «Oh, no». Fuori tuona, da una stanza s’ode il canto di un coro domenicale.
Coburn scrisse questa sua prima commedia a trentotto anni, la pièce debuttò a Hollywood nel settembre 1976 in un teatrino di novantanove posti, tredici mesi dopo era a Broadway, diretta da Mike Nichols, con Jessica Tandy e Hume Cronyn, coppia anche nella vita, e nel 1978 vinse il Pulitzer. Fu il canto del cigno, nessuno dei suoi testi successivi vide le stampe, alcuni non furono mai portati in scena: quel finale tragico in una casa di riposo aveva un che di profetico per la sua carriera.
In Italia Gin Game ha sempre goduto di un certo successo. Arrivò al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel luglio 1978, a pochi mesi dal Pulitzer, con la regia di Giorgio De Lullo, le scene di Pier Luigi Pizzi e la traduzione di Enrico Medioli, lo sceneggiatore di Visconti, amico di lunga data di Franca Valeri, che interpretò Fonsia con Paolo Stoppa nei panni di Weller. Lo spettacolo segnò il ritorno sulle scene di Stoppa, rimasto vedovo di Rina Morelli due anni prima. Nel 1990 la commedia fu il cavallo di battaglia di Paolo Ferrari e Valeria Valeri, diretti da Gianfranco De Bosio, la ripresero più di vent’anni dopo con Francesco Macedonio, nella stagione in cui l’attrice compiva novant’anni. Nel 2002 toccò a Valeria Moriconi e Massimo De Francovich, con Piero Maccarinelli. Da noi il testo di Coburn è passato di mano in mano come un mazzo di carte fra attori che hanno incrociato i loro talenti sulle stesse assi: a ventitré anni Pambieri aveva recitato Le mosche di Sartre accanto alla Moriconi, a venticinque era entrato nella compagnia di Stoppa ed Enrico Maria Salerno per Giochi di ragazzi – portare in scena questa pièce è per lui anche ripercorrere tratti della propria carriera.
Il congegno dell’opera è di un’economia esemplare: due personaggi, un mazzo di carte e una sfida che diviene metafora delle fragilità umane. La trama vede due ospiti di una scalcagnata casa di riposo che si incontrano sulla veranda nel giorno delle visite. Lì uniscono la loro solitudine, Walter Ferrari (così è ribattezzato il Weller originale) insegna a Fonsia il gin rummy. Da semplice passatempo il gioco sfocia in un acceso scontro di personalità: la sequenza di vittorie della donna fa esplodere l’orgoglio ferito dell’uomo, rivelando solitudini, ironie e ripicche tra i due.
Coburn aveva concepito la storia come pura tragedia, la casa di riposo fu un’idea successiva e la comicità vi si è insinuata attraverso l’arguzia dei personaggi, mirabilmente resa da Villoresi e Pambieri, diretti con asciuttezza da Francese, una di quelle regie dichiaratamente al servizio degli interpreti: il regista parla di un «saccheggio silenzioso» dell’esperienza dei suoi attori, vestiti da Lucia Mariani. La scena di Enzo Tenore chiude la veranda in una grande vetrata su tre lati, con un’uscita al centro, e su quei vetri scorre a un certo punto un temporale, che il testo originale prescrive per l’ultima mano della partita di carte. I due atti sono compressi in un tempo unico di circa ottanta minuti, scandito in quadri.
Pamela Villoresi si invecchia con una parrucca bianca, la sua Fonsia ha una cadenza toscana, il contegno della figlia di un «cattolico integralista». L’attrice lavora per sottrazione, sulle pause e sui silenzi, rendendo il punto più insidioso del personaggio: ella non è una vittima, come vuole apparire. La grazia e i modi educati celano un bisogno di sopraffazione che le è già costato figlio e marito, e che la porta a vincere ogni mano anche quando ciò significa perdere l’unica compagnia inopinatamente trovata. Lo schiaffo a un certo punto assestato al partner, che Pambieri racconta divertito come «una sberla tremenda», è il momento in cui la maschera cade: un gesto che, se sbagliato, scivolerebbe nella farsa, e che il testo vuole invece capace di gelare la sala.
Il Walter di Pambieri non è un vecchio stanco: è un uomo ancora pieno di energia che non sa però come impiegare, un individuo rancoroso estromesso dall’azienda che aveva fondato e convinto che la sfortuna gli abbia rubato la vita, reso dall’attore con la maestria che gli conosciamo. Il suo modo di distribuire le carte contando ad alta voce, troncando ogni tentativo di conversazione, è il ritmo di chi conta per non dover ascoltare. È lo stesso ritmo delle battute incalzanti di un testo non semplice da recitare, intarsiato com’è di botte e risposte, salti emotivi e gradi d’intensità, che soltanto due attori di livello quali sono Pambieri e la Villoresi, che dimostrano un ammirevole affiatamento, sanno mantenere senza inciampi e cali di tensione.
Forse è vero che la solitudine e l’orgoglio raccontati da Coburn vengono in questa rappresentazione ammorbiditi in una gradevolissima commedia: la micidiale partita qui si chiude con un abbraccio e a passo di danza, oltre le vetrate della scena affiorano fiori. Tuttavia, il sapore rimane distintamente amaro, un po’ come nella commedia all’italiana del nostro cinema, in equilibrio tra comicità e mestizia, e va ricordato che nel 1997 lo stesso Coburn, dopo un primo rifiuto, accettò il ballo finale proposto da Julie Harris, che recitava accanto a Charles Durning, poiché mostrava che cosa i due avrebbero potuto essere se avessero trasceso i propri difetti. Certo, nel testo originale la tragedia dei personaggi sta nel modo in cui distruggono l’occasione che il fato offre loro di superare le proprie solitudini; trasformata in riconciliazione, la commedia guadagna in tenerezza ma sfuma il suo punto, il sabotaggio di sé.
Del resto, la scelta funziona. In un’epoca in cui la casa di riposo è diventata un luogo d’attenzione, una paura collettiva, il desiderio di uscire dal teatro con un’immagine di primavera è ben legittimo, e il pubblico, che applaude a scena aperta, la gradisce; la scorsa stagione, racconta Pambieri, le quaranta repliche hanno visto il tutto esaurito. E se questo Gin Game è la versione addolcita di un testo amarissimo, proposta da due interpreti di tale classe lo si accetta volentieri.
Lo spettacolo, in programmazione al Teatro Manzoni di Roma sino a domenica 25 ottobre, andrà poi in tournée, fra le altre sedi al Teatro Stabile di Catania (17-22 novembre), al Dehon di Bologna (8-10 gennaio 2027) e al Gioiello di Torino (15-17 gennaio 2027).
