L’Italia è, indiscutibilmente, una superpotenza manifatturiera. I dati diffusi annualmente da SACE e ISTAT confermano che la meccanica strumentale e l’automazione rappresentano la spina dorsale del nostro export, con un valore che supera spesso i cento miliardi di euro l’anno. Costruiamo le macchine che imballano le medicine del mondo, i robot che assemblano le auto e le linee che processano il cibo. Eppure, in questa narrazione di successo tecnologico, esiste un dettaglio apparentemente marginale che rischia di compromettere contratti importanti: la comunicazione tecnica.
Troppo spesso, infatti, le aziende italiane investono risorse ingenti nella ricerca e sviluppo dei prodotti, per poi trattare la documentazione tecnica come un fastidioso orpello burocratico. In questo scenario, la traduzione di manuali tecnici, operativi e di manutenzione viene spesso affidata a risorse interne non qualificate o a software automatici, ignorando che, agli occhi del cliente internazionale, la qualità delle istruzioni è specchio fedele della qualità del prodotto.
La direttiva macchine: quando l’errore diventa reato
Oltre al problema di apparire poco professionali agli occhi dei clienti esteri, c’è una questione molto più concreta che riguarda il rispetto dei vincoli di legge a tutela della sicurezza. In ambito europeo, la Direttiva Macchine 2006/42/CE è chiarissima: ogni macchinario venduto nell’UE deve essere accompagnato da istruzioni redatte nella lingua ufficiale del Paese di utilizzo.
Un errore di traduzione in un protocollo di emergenza o nella descrizione di un quadro comandi non è un semplice errore di battitura, ma una potenziale causa di infortuni gravi. Se un operaio in Polonia o in Francia dovesse farsi male perché non ha capito bene come usare la macchina a causa di un manuale scritto male, la colpa ricadrebbe interamente sull’azienda produttrice. In casi del genere, le conseguenze legali e i risarcimenti possono essere così pesanti da mettere in seria difficoltà economica una PMI, molto più di quanto farebbe un mancato guadagno.
Il danno d’immagine nei mercati emergenti
Spostando lo sguardo fuori dall’Europa, la sfida si fa ancora più complessa. Nei mercati asiatici o sudamericani, dove la concorrenza cinese è spietata sul prezzo e quella tedesca è granitica sull’affidabilità, l’Italia gioca la carta della flessibilità e del genio ingegneristico. Tuttavia, questo valore aggiunto rischia di perdersi se un’impresa italiana dovesse partecipare a una fiera a Shanghai o a Dubai con una documentazione approssimativa, diventando un punto debole che i concorrenti potranno sfruttare per guadagnarsi la fiducia dei compratori.
Per un cliente estero che spende cifre a sei zeri per un impianto, ricevere un manuale in un inglese maccheronico o, peggio, incomprensibile, è un segnale di allarme: suggerisce che l’azienda non sarà in grado di fornire assistenza post-vendita adeguata. In un’economia globale basata sui servizi, il prodotto fisico è solo metà del valore; l’altra metà è la capacità di trasferire il know-how necessario per usarlo. Fallire nella comunicazione significa svalutare l’intero pacchetto tecnologico.
Oltre il dizionario: la necessità di competenze ibride
Il vero ostacolo è culturale: si tende a pensare che per tradurre un testo tecnico basti conoscere la lingua. In realtà, il linguaggio industriale è un codice a sé stante, pieno di insidie e “falsi amici” che un traduttore generalista non può cogliere. Termini come “albero”, “tenuta” o “gioco” assumono significati meccanici precisi che non hanno nulla a che vedere con la natura o il divertimento.
Per questo motivo, l’eccellenza dell’export richiede figure professionali ibride: linguisti che abbiano competenze ingegneristiche o ingegneri con sensibilità linguistica. Affidarsi all’improvvisazione o alla traduzione automatica non revisionata, significa ignorare la complessità del proprio stesso prodotto. Per restare leader, il Made in Italy deve imparare a raccontare la propria tecnologia con la stessa cura maniacale con cui la costruisce.