Sistema pensionistico 2026: futuro a rischio. Sostenibilità sempre più in pericolo
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Sistema pensionistico 2026: futuro a rischio. Sostenibilità sempre più in pericolo

Sistema pensionistico 2026: futuro a rischio. Sostenibilità sempre più in pericolo
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22 Maggio 2026 - 16.43


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Analisi FlexTax su dati IRPEF, MEF e INPS: 708 comuni dove i pensionati guadagnano più dei lavoratori, quasi 2 milioni di forfettari con contributi minimi, rapporto lavoratori-pensionati crollato da 4:1 a 1,66:1

FlexTax.it, piattaforma italiana specializzata nella gestione fiscale e contabile per Partite IVA, ha realizzato un’analisi approfondita sulla sostenibilità del sistema previdenziale italiano incrociando i dati pubblici più recenti:

  • Dati IRPEF comunali per gli anni d’imposta 2023 e 2024 (Agenzia delle Entrate)
  • Dati dell’Osservatorio sulle Partite IVA del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) 2021-2025
  • Dati sulla gestione di cassa INPS aggiornati al 31 dicembre 2025

Tutti i dati utilizzati sono stati pubblicati tra aprile e maggio 2026 e rappresentano il quadro più aggiornato disponibile sul sistema pensionistico italiano.

FlexTax.it offre servizi di apertura Partita IVA, gestione contabilità, fatturazione elettronica e consulenza fiscale attraverso una piattaforma digitale, con piani a partire da 366€ all’anno IVA inclusa. La società gestisce migliaia di Partite IVA in tutta Italia, con particolare focus sul Regime Forfettario.

Il sistema pensionistico italiano: i numeri del 2024-2025

La spesa per le pensioni in Italia ha raggiunto dimensioni che sollevano interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo del sistema. Secondo i dati IRPEF relativi all’anno d’imposta 2024, l’ammontare complessivo dei redditi da pensione dichiarati è pari a 325,5 miliardi di euro, in crescita del 5,53% rispetto ai 308,4 miliardi del 2023.

I pensionati che hanno dichiarato redditi da pensione sono 14,5 milioni, con un incremento di circa 29.000 unità rispetto all’anno precedente. La pensione media annua si attesta a 22.390 euro, con una crescita di 1.131 euro (+5,32%) rispetto ai 21.259 euro del 2023.

I dati INPS confermano il trend: nel 2025 la spesa per pensioni ha raggiunto 287,6 miliardi di euro (al netto degli assegni agli invalidi civili), con un incremento dell’1,33% rispetto al 2024. A questi si aggiungono 23,4 miliardi per gli assegni agli invalidi civili, portando il totale delle prestazioni pensionistiche erogate a oltre 311 miliardi di euro.

Il peso di questa spesa sul PIL italiano è significativo: considerando un PIL di circa 2,1 trilioni di euro, la spesa pensionistica rappresenta circa il 15,5% della ricchezza nazionale, uno dei valori più alti in Europa.

Il primo segnale di allarme: 708 comuni dove i pensionati guadagnano più dei lavoratori

L’analisi dei dati IRPEF comunali rivela un fenomeno che fotografa in modo plastico lo squilibrio del sistema: in 708 comuni italiani con più di 1.000 abitanti, il reddito medio da pensione supera il reddito medio da lavoro dipendente.

Si tratta di una situazione concentrata principalmente nel Sud Italia, dove in alcune regioni il reddito da pensione rappresenta una delle principali fonti di sostentamento per intere comunità.

Le regioni più colpite dal fenomeno:

  • Calabria: 117 comuni dove i pensionati guadagnano più dei lavoratori dipendenti
  • Campania: 103 comuni
  • Lazio: 88 comuni
  • Puglia: 74 comuni
  • Sicilia: 68 comuni
  • Sardegna: 61 comuni

Tra i casi più emblematici emergono città di medie dimensioni come Locri (RC), dove la pensione media è di 22.518 euro contro un reddito medio da lavoro di 17.611 euro, con un divario di quasi 5.000 euro. A Palermo la pensione media raggiunge 25.568 euro, contro 21.677 euro per i lavoratori dipendenti. A Taranto il divario è di oltre 3.400 euro a favore dei pensionati.

In alcune aree del Paese, inoltre, i pensionati rappresentano oltre la metà dei contribuenti. Comuni come Ferriere (PC), dove il 56% dei contribuenti è pensionato, o Campana (CS) con il 54,9%, mostrano una struttura demografica ed economica fortemente sbilanciata verso la popolazione anziana.

Il divario Nord-Sud: quando la pensione vale più del lavoro

L’analisi regionale evidenzia forti disparità territoriali. Se a livello nazionale il reddito medio da lavoro dipendente (24.251 euro) supera ancora la pensione media (22.390 euro) con un gap dell’8,3%, in alcune regioni del Mezzogiorno la situazione è invertita.

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In Calabria, la pensione media (18.251 euro) supera il reddito medio da lavoro dipendente (17.793 euro) del 2,5%. In Sardegna il divario è dello 0,6%, in Sicilia dello 0,1%, mentre in Puglia i due valori sono sostanzialmente equivalenti.

Al contrario, nelle regioni del Nord il gap è più marcato: in Lombardia i lavoratori dipendenti guadagnano in media 3.600 euro in più dei pensionati, in Emilia-Romagna oltre 2.400 euro in più.

Questo divario territoriale racconta una doppia realtà: da un lato, regioni dove il tessuto produttivo garantisce salari più elevati e dove le pensioni seguono logiche contributive più stringenti; dall’altro, aree dove le pensioni – spesso erogate con sistemi più generosi del passato – rappresentano una delle poche forme di reddito stabile e superiore ai salari correnti.

Le entrate: il sistema regge, ma per quanto?

I dati INPS sulla gestione di cassa al 31 dicembre 2025 mostrano che, almeno per ora, il sistema previdenziale italiano genera più entrate che uscite. Il saldo finale dell’anno 2025 è positivo per 6,5 miliardi di euro.

Le riscossioni totali ammontano a 432,8 miliardi di euro, di cui:

  • 244,4 miliardi da contributi previdenziali (+11,17% rispetto al 2024)
  • 164,8 miliardi da trasferimenti statali
  • 10,5 miliardi da recupero crediti

I pagamenti totali sono pari a 426,3 miliardi di euro, di cui 287,6 miliardi per le sole pensioni.

Tuttavia, dietro l’apparente equilibrio si nasconde una fragilità strutturale. Innanzitutto, la crescita dell’11,17% delle entrate contributive è in larga parte dovuta a un cambiamento normativo: dal 1° gennaio 2025 è stato eliminato l’esonero contributivo del 6-7% per i lavoratori con retribuzioni inferiori a 35.000 euro. Si tratta quindi di una crescita “contabile”, non di un reale aumento della base imponibile.

In secondo luogo, senza i 164,8 miliardi di trasferimenti statali – pari al 7,8% del PIL – il sistema sarebbe strutturalmente in deficit. L’INPS non è autosufficiente: dipende in modo massiccio dal bilancio pubblico per garantire le prestazioni.

Il rapporto lavoratori-pensionati: un equilibrio sempre più fragile

Uno degli indicatori più significativi della sostenibilità del sistema previdenziale è il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati. Nel 2025 questo rapporto è pari a 1,66 lavoratori per ogni pensionato.

Per comprendere la portata del cambiamento basta guardare al passato: nel 1970 c’erano circa 4 lavoratori per ogni pensionato. In poco più di 50 anni il rapporto è crollato del 58%.

Anche rispetto all’anno precedente il miglioramento è solo apparente: nel 2024 il rapporto era 1,64, quindi nel 2025 si è registrato un incremento di 0,02 punti. Questo lieve miglioramento è dovuto a una crescita dei lavoratori dipendenti (+348.000 unità) superiore a quella dei pensionati (+29.000).

Tuttavia, il trend di lungo periodo è chiaro e preoccupante: ogni anno ci sono sempre meno lavoratori a sostenere ogni pensionato, e questa dinamica è destinata ad aggravarsi con l’invecchiamento della popolazione.

I lavoratori autonomi: il contributo che manca

Un elemento che complica ulteriormente il quadro è il progressivo calo dei contributi versati dai lavoratori autonomi. Nel 2025 le entrate contributive da lavoratori autonomi sono diminuite del 2,16% rispetto all’anno precedente, passando da 18,1 a 17,7 miliardi di euro.

Questo dato si inserisce in un contesto più ampio: negli ultimi cinque anni, dal 2021 al 2025, sono state aperte oltre 1,2 milioni di nuove Partite IVA in Regime Forfettario, secondo i dati dell’Osservatorio MEF analizzati da FlexTax.it.

Solo nel 2025 si sono registrate 242.529 nuove adesioni al Regime Forfettario, il dato più alto degli ultimi cinque anni, pari al 48,5% di tutte le nuove Partite IVA aperte nell’anno. Di queste, il 50,2% riguarda under 35.

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Il Regime Forfettario, pur offrendo vantaggi fiscali (tassazione al 15% o al 5% per i primi cinque anni), comporta versamenti contributivi significativamente inferiori rispetto al lavoro dipendente. Un lavoratore autonomo in Regime Forfettario con un fatturato di 25.000 euro versa mediamente circa 4.000 euro di contributi all’anno, mentre un lavoratore dipendente con lo stesso reddito genera contributi per circa 8.000 euro (quota datore + quota lavoratore).

Questo significa che ogni giovane che sceglie il lavoro autonomo anziché quello dipendente riduce strutturalmente la base contributiva del sistema. E con quasi 2 milioni di contribuenti oggi attivi in Regime Forfettario, l’impatto è tutt’altro che marginale.

La gestione separata INPS: contributi in crescita ma insufficienti

Le entrate della gestione separata INPS, che raccoglie i contributi di collaboratori, professionisti senza cassa e altri lavoratori parasubordinati, ammontano nel 2025 a 11,6 miliardi di euro, con una crescita modesta del 2,32% rispetto all’anno precedente.

Si tratta di un importo che rappresenta meno del 5% delle entrate contributive complessive e che, pur in crescita, non compensa il calo dei contributi dei lavoratori autonomi tradizionali (artigiani, commercianti, coltivatori diretti).

La conseguenza è che una fetta sempre più ampia della forza lavoro italiana – giovani, freelance, lavoratori della gig economy – versa contributi previdenziali molto inferiori rispetto ai lavoratori dipendenti, riducendo le entrate future del sistema.

Lo scenario futuro: più pensionati, meno contribuenti

La combinazione di questi fattori disegna uno scenario preoccupante per i prossimi decenni.

Da un lato, il numero di pensionati è destinato ad aumentare. La generazione dei baby boomer, nata tra gli anni ’60 e ’70, sta raggiungendo l’età pensionabile. Si tratta di coorti numerose che hanno beneficiato di regole pensionistiche più favorevoli (sistema retributivo o misto) e che andranno a pesare ulteriormente sul sistema nei prossimi 10-15 anni.

Dall’altro, la base contributiva si sta indebolendo. Non solo per il calo demografico – l’Italia ha uno dei tassi di natalità più bassi al mondo (1,24 figli per donna) – ma anche per la trasformazione del mercato del lavoro.

L’aumento del lavoro autonomo, spesso in Regime Forfettario, riduce i contributi versati. La crescente diffusione di intelligenza artificiale e automazione potrebbe ridurre ulteriormente le assunzioni nei prossimi anni, erodendo la base di lavoratori dipendenti che oggi rappresenta la colonna portante del sistema contributivo.

Se nel 2025 servono 1,66 lavoratori per finanziare ogni pensionato, è ragionevole ipotizzare che nei prossimi decenni questo rapporto continuerà a scendere, avvicinandosi progressivamente a 1:1, un punto in cui il sistema diventerebbe matematicamente insostenibile senza interventi strutturali.

Il caso delle pensioni anticipate: Quota 100, 102, 103 e APE Sociale

Un ulteriore elemento di pressione sul sistema è rappresentato dalle misure di pensionamento anticipato introdotte negli ultimi anni.

Secondo i dati INPS, nel 2025 sono state erogate:

  • 711 pensioni con le regole “Quota 100, 102 e 103” nella gestione privata, per un costo lordo di 1.080,9 milioni di euro
  • 780 pensioni nelle gestioni pubbliche, per un costo lordo di 380,9 milioni di euro
  • 273 pensioni APE Sociale, per un costo complessivo di 669 milioni di euro

Complessivamente, si tratta di oltre 1,1 milioni di pensioni anticipate che pesano circa 2,1 miliardi di euro all’anno sul bilancio INPS.

Queste misure, nate per rispondere a esigenze sociali e politiche comprensibili, hanno però l’effetto di ridurre ulteriormente il rapporto tra lavoratori e pensionati, anticipando l’uscita dal mercato del lavoro di persone che avrebbero potuto continuare a contribuire al sistema.

La prospettiva dei giovani: verso pensioni da 400-500 euro al mese

Per i giovani lavoratori autonomi che oggi aprono Partita IVA in Regime Forfettario, la prospettiva pensionistica è radicalmente diversa rispetto a quella delle generazioni precedenti.

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Un trentenne che versa i contributi minimi previsti per il Regime Forfettario – circa 4.000 euro all’anno – accumulerebbe in 40 anni di lavoro un montante contributivo di circa 160.000 euro (al netto della rivalutazione). Applicando il coefficiente di trasformazione previsto per chi va in pensione a 67-70 anni, la pensione mensile risultante sarebbe nell’ordine di 400-500 euro al mese.

Si tratta di importi che non garantiscono l’autosufficienza economica e che sono radicalmente inferiori rispetto alle pensioni erogate oggi. Un confronto con le generazioni precedenti è impietoso:

  • Un baby boomer andato in pensione con il sistema retributivo o misto riceve mediamente 1.500-2.500 euro al mese
  • Un lavoratore dipendente che va in pensione oggi con il sistema contributivo puro può aspettarsi 1.000-1.500 euro al mese
  • Un giovane autonomo in Regime Forfettario che versa contributi minimi riceverà 400-500 euro al mese

La differenza è strutturale: chi ha lavorato con il vecchio sistema ha accumulato diritti pensionistici molto superiori rispetto a quanto versato. Chi lavora oggi con il sistema contributivo puro riceve esattamente quanto ha versato, rivalutato. E chi versa poco perché lavora in autonomia con il Regime Forfettario riceverà molto poco.

Il ruolo della digitalizzazione: FlexTax e la gestione delle Partite IVA

L’esplosione del Regime Forfettario negli ultimi anni è stata favorita anche dalla digitalizzazione dei servizi fiscali. Piattaforme come FlexTax.it, che offrono gestione contabile, fatturazione elettronica e consulenza fiscale a costi molto contenuti (a partire da 366 euro all’anno IVA inclusa), hanno reso più accessibile l’apertura e la gestione di una Partita IVA.

Questo è positivo perché democratizza l’accesso al lavoro autonomo e riduce le barriere economiche per chi vuole avviare un’attività. Tuttavia, non risolve il problema contributivo di fondo: anche con una gestione digitale efficiente, un lavoratore autonomo in Regime Forfettario continua a versare contributi molto inferiori rispetto a un dipendente.

La digitalizzazione può abbattere i costi di gestione, rendere più semplice il rapporto con il fisco, ottimizzare la fatturazione. Ma non può, da sola, colmare il gap contributivo che si sta creando tra lavoratori dipendenti e autonomi, e che peserà sulla sostenibilità futura del sistema.

Verso un punto di non ritorno

I dati analizzati da FlexTax.it disegnano un quadro chiaro: il sistema pensionistico italiano è sostenibile oggi grazie a trasferimenti statali massicci (164,8 miliardi di euro nel 2025) e a un rapporto lavoratori-pensionati ancora positivo (1,66:1), ma entrambi questi pilastri sono destinati a indebolirsi nei prossimi anni.

L’aumento dei pensionati, la riduzione della base contributiva, la crescita del lavoro autonomo con contributi minimi, la diffusione dell’automazione e dell’intelligenza artificiale nel mercato del lavoro sono tutti fattori che convergeranno nel rendere sempre più difficile garantire le prestazioni attuali.

In assenza di modifiche strutturali – che potrebbero riguardare l’età pensionabile, il calcolo delle prestazioni, gli incentivi alla natalità, l’immigrazione qualificata, il carico contributivo sul lavoro autonomo – il sistema previdenziale italiano rischia di avvicinarsi a un punto di non ritorno.

Non si tratta di allarmismo, ma di matematica: se il numero di pensionati cresce, gli importi aumentano, i contribuenti diminuiscono e versano meno, prima o poi i conti non tornano più.

I dati del 2026 mostrano che siamo ancora in equilibrio, ma su un equilibrio sempre più precario. E il tempo per intervenire si assottiglia anno dopo anno.

Nota metodologica

L’analisi è stata realizzata da FlexTax.it incrociando:

  • Dati IRPEF comunali pubblicati dall’Agenzia delle Entrate per gli anni d’imposta 2023 e 2024
  • Dati dell’Osservatorio sulle Partite IVA del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) relativi al periodo 2021-2025
  • Dati sulla gestione di cassa INPS al 31 dicembre 2025

Tutti i dati sono pubblici e sono stati pubblicati tra aprile e maggio 2026.

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