Sul giubbotto di Silvia Romano il 'pizzino' dei turchi all'Italia e a mondo
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Sul giubbotto di Silvia Romano il 'pizzino' dei turchi all'Italia e a mondo

Vera o taroccata che fosse la foto scattata dopo la liberazione della nostra cooperante, il segnale è chiaro: Ankara vuole avere un posto nello sfruttamento del petrolio e del gas nel Mediterraneo.

Silvia Romano con un giubbetto anti-proiettile turco
Silvia Romano con un giubbetto anti-proiettile turco
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

12 Maggio 2020 - 15.00


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Sarà pure una fake come si sono affrettati a sostenere i nostri 007, ma su quel giubbotto antiproiettile “taroccato” (?) dai turchi c’è un pizzino grande come una casa inviato dal Sultano di Ankara, al secolo il presidente turco Recep Tayyp Erdogan all’Italia, destinazione Palazzo Chigi: se pensate di esservela cavata con pubblici ringraziamenti, avete capito male. Perché, come ha anticipato Globalist, Erdogan passerà all’incasso. E’ solo questione di tempi. Comunque ravvicinati. L’incasso avverrà in Libia, e a Cipro: l’Eni è avvertita. Ankara vuole avere un posto a capo tavola nello sfruttamento delle ricchezze petrolifere e di gas nel Mediterraneo.

Il giallo del giubbotto

Il giubbotto antiproiettile con impressa la Mezzaluna e la stella, simboli della bandiera turca, che indossa Silvia Romano nella foto scattata subito dopo la sua liberazione, è un fake? La foto è stata taroccata? E chi, e perché, avrebbe contraffatto l’immagine della cooperante italiana appena liberata? Per cercare di venire a capo del rompicapo d’intelligence occorre partire dall’immagine che sta facendo il giro del mondo e dei social e che mostra la ragazza a bordo di un veicolo del Mit, l’intelligence turca: lo scatto è stato diffuso dall’Agenzia di stampa turca Anadolu. Si tratta, dunque, di un documento diffuso ufficialmente da Ankara, come se la Turchia volesse dimostrare che il successo per la liberazione fosse solo suo e non come ha subito riconosciuto il Servizio italiano  nei momenti caldissimi della liberazione, frutto della collaborazione a tre, Aise, spie turche e spie somale. Non a caso in queste ore i media turchi sono pieni di servizi sulla liberazione di Silvia Romano, dunque anche in questo caso l’intenzione evidente è che Ankara vuole far passare l’idea che il ruolo dei suoi servizi segreti sia stato decisivo nel successo della missione.

La nostra intelligence in risposta a questa guerra mediatica ha fatto trapelare che Silvia Romano è stata recuperata dai servizi segreti italiani con quello stesso giubbetto, e che si tratta di dotazione militare assolutamente italiana. Ma perché creare un fake e mostrarlo in mondovisione? Ora, quella mezzaluna rossa sarà pure un fotomontaggio, ma sul ruolo fondamentale avuto dai servi turchi nella liberazione di Silvia Romano, su questo non esistono dubbi. Come non esistono dubbi sul fatto che gli uomini del Sultano hanno ben chiaro quale sia il prezzo che l’Italia dovrà pagare per aver riportato a casa la ventiquattrenne volontaria lombarda.

Il prezzo da pagare, a cominciare dalla Libia.

 La Libia e Cipro.
In Libia  la Turchia appoggia il Governo di accordo nazionale (Gna) guidato da Fayez al-Sarraj contro l’uomo forte, ma ultimamente indebolito, della Cirenaica, il generale Khalifa Haftari), sostenuto da Egitto e Russia oltre che da Francia ed Emirati Arabi Uniti,  con gli americani incerti. Pareva che Haftar fosse destinato a una vittoria rapida. Ora sta rinculando, grazie al sostegno dato da al-Sarraj da parte di Doha (Qatar) e, appunto, Ankara. L’ Italia era stata dapprima con al-Sarraj, spinta a questo dagli Usa e dall’ Onu. Poi si è posizionata a metà strada. Chiaro che la Turchia pretenderà un sostegno netto da parte di Roma. Sostegno e riconoscimento di ciò che già sul campo di battaglia si sta realizzando: se a Tripoli c’è ancora Sarraj, se Haftar ha subito pesanti perdite in queste ultime settimane, è soprattutto grazie ai militari turchi e ai mercenari qaedisti che dalla Siria, i turchi hanno spostato in Libia.

Ma il punto cruciale, e più pesante per l’’Italia, è sintetizzabile così: la Turchia insiste nella Tripolitania di al-Sarraj  per godere dello sfruttamento dei pozzi antistanti le coste, a danno dell’Eni. Che si farà? Stessa cosa per i giacimenti al largo di Cipro già assegnati con contratto all’ Italia e invece presidiati da navi militari di Erdogan. In gioco è la ripartizione della “torta” miliardaria petrolifera nel Mediterraneo. Sullo sfruttamento dei giacimenti marittimi nel Mediterraneo centrale, Roma ha sostenuto la protesta di Atene contro l’espansionismo di Ankara. E’ difficile pensare che questa posizione rimanga inalterata. Di certo, Erdogan batterà cassa con l’Italia.

Mani sull’Africa

Lo scorso gennaio, il presidente turco ha annunciato di aver accettato l’invito del governo somalo per l’esplorazione di pozzi petroliferi. Ad oggi, Ankara può contare anche su una base militare, la pù grande costruita all’estero. Le compagnie turche gestiscono i porti aerei e marittimi di Mogadiscio, i suoi mercati sono pieni di prodotti della Turchia e la Turkish Airlines vola direttamente nella capitale, il primo grande vettore internazionale a farlo. La Somalia occupa inoltre una posizione strategica fondamentale per il suo accesso al Mar Rosso e al Golfo di Aden, uno degli snodi del commercio di petrolio più importanti al mondo.

Il Sultano ha fatto della Somalia un avamposto della sua espansione diplomatica ed economica in Africa. E per raggiungere il suo scopo ha rafforzato e consolidato la presenza turca nel Paese, anche con attività di assistenza alla popolazione locale. La Turchia ha una grande base militare a Mogadiscio, proprio di fianco a quella dell’Unione europea, ha ricordato una fonte di intelligence fonte qualificata contattata da askanews., evocando anche i contatti radicati degli esperti turchi nelle città e nei villaggi somali.

Contatti che gli uomini di Ankara hanno da tempo anche con gli Al Shabaab.

“Già quando ero ambasciatore ad Ankara – afferma l’ex ambasciatore italiano ad Ankara Gianni Marsili, in una conversazione con formiche.net  la Turchia aveva iniziato una forte offensiva africana aprendo ambasciate in quasi tutti i Paesi del continente, cosa che pressoché nessuno Stato fa: basti pensare che molte rappresentanze italiane coprono in capitali africane più di un Paese. Inoltre, Ankara ha messo in campo la Turkish Airlines: dal 2012 fino a metà marzo (causa coronavirus) c’erano voli regolari per Mogadiscio. Infine, ci sono state molte visite di Erdogan. Investimenti, interventi umanitari e fattore religioso hanno reso la Turchia, la seconda presenza in Africa dopo la Cina, ed è ben vista. A differenza di Pechino, percepita come necessaria ma rapace”.

Ad impressionare è il numero di progetti a livello commerciale, militare ed edilizio realizzati dalla Turchia, un dato in forte contrasto con le strategie intraprese e abbandonate dai paesi occidentali nel recente passato. I successi della Turchia e il potenziale somalo hanno spinto il presidente turco ad incrementare l’influenza politica e nominare un inviato speciale per la Somalia nel 2018, il primo nella storia della Turchia, con l’obiettivo di influenzare direttamente l’agenda politica locale e cercare di ricomporre la rottura tra il governo federale di Mogadiscio e la regione del Somaliland.

Altra importante forma di soft power turco si basa sulle numerose borse di studio garantite agli universitari locali, che si recano per studiare in Turchia per poi diventare la classe dirigente somala del futuro, conservando un occhio di riguardo nei confronti di Ankara. Altra forma di influenza invisa agli islamisti, che negli ultimi anni hanno colpito gli studenti beneficiari delle borse di studio turche in almeno due diversi attentati.

Ultimo atto dell’influenza turca, l’invito della Somalia alla Turchia a condurre delle ricerche di idrocarburi sui propri fondali. “Abbiamo ricevuto una proposta dalla Somalia – ha dichiarato Erdogan – , ci hanno detto (il governo somalo ndr) che nelle acque somale c’è petrolio e potremmo condurre delle ricerche, esattamente come al largo della Libia”. Si tratterebbe solo dell’ultimo atto di relazioni che tra Ankara e Mogadiscio sono cresciute esponenzialmente negli ultimi 10 anni, sia a livello commerciale, ma anche diplomatico e militare. La strategia portata avanti in Somalia ricalca lo schema già seguito in Sudan e, in parte, in Libia.

Tre tessere di un puzzle con cui il presidente turco ribadisce la propria influenza nell’Africa nord occidentale facendo uno sgarbo al nemico egiziano, il generale Abdel Fattah al- Sisi, cui Erdogan non perdona di “avere assassinato” Mohamed Morsi, a lui vicino per la comune adesione ai Fratelli musulmani.

L’influenza militare turca in Somalia, quindi, è cresciuta negli ultimi dieci anni sotto l’ombrello di un soft power che attraverso la costruzione di strade, ospedali, scuole e scambi commerciali, ha permesso ad Ankara di spingere la propria influenza nel Corno d’Africa fino a divenire uno degli attori principali nell’area.

La cooperazione militare tra i due Paesi ha permesso di fornire armi ed equipaggiamento e si è in una prima fase basata sull’addestramento di 1.500 militari di Mogadiscio, preparati da Ankara per la lotta al terrorismo islamico di Al Shabaab, ma chiaramente nell’ottica di spingere al massimo la propria influenza in un’area già nell’orbita dell’impero ottomano.

Dalla Libia alla Somalia, dal Vicino Oriente al cuore dell’Africa: è il disegno neo-ottomano perseguito da Erdogan. Per realizzarlo, il Sultano ha bisogno di neutralizzare chiunque gli si opponga, facendolo marcire in prigione, fino alla morte, e di costruire alleanze con dittatori africani, come è avvenuto nel Sudan con il dittatore e criminale di guerra Omar al Bashir, deposto nel 2019, con il quale il Sultano concluse un accordo per il restauro di siti ottomani nel Paese.

In Africa, la Turchia è una potenza. In Somalia, come in Libia, è la garanzia armata dei governanti in carica. L’Italia deve adeguarsi. E sottostare al Sultano. E’ questo il messaggio in quel giubbotto. Più che un messaggio, un pizzino.

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