Medio Oriente, Biden il "costruttore" sulle macerie di Trump

Come prima cosa il presidente intende affrontare la questione iraniana in maniera diametralmente opposta a quella del suo predecessore e unsare l'arma della diplomazia in accordo con gli alleati"

Joe Biden
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

21 Gennaio 2021 - 16.53


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Il Medio Oriente investe su Biden. Per archiviare l’era Trump. La nuova amministrazione Biden si è insediata da un giorno e alla nuova portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, l’onore e l’onere di aprile la strada nella prima conferenza stampa poche ore dopo il giramento di Joe Biden come 46mo presidente degli Stati Uniti d’America. “I piani per i negoziati con l’Iran saranno parte delle prime consultazioni del neopresidente americano con gli alleati”, annuncia.  L’obiettivo di Joe Biden, aggiunge Jen: “È continuare a usare la diplomazia per rafforzare i vincoli dell’accordo sul nucleare”. È, l’ennesimo, capovolgimento della politica americana nel teatro mediorientale. L’intesa era stata raggiunta il 14 luglio del 2015 tra l’Iran ed il gruppo 5+1 ,ovvero i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu ( Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti) più la Germania, oltre all’Unione europea. 

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Sguardo a Teheran

L’era Obama volgeva però verso il termine e già nel 2018, infatti, Trump ritirò gli Stati uniti dall’accordo facendolo, di fatto, fallire. Nel frattempo alcune cose sono cambiate: con gli Accordi di Abramo l’amministrazione Trump ha messo la politica americana totalmente sull’asse Israele – Arabia Saudita, isolando ancora di più Teheran; alcuni omicidi mirati hanno colpito alcuni uomini molto vicini ai vertici iraniani; la minaccia di un bombardamento era stata formulata.  Quali siano i piani di Biden per il Medio Oriente non è dato sapere, lo vedremo col tempo. La reazione iraniana è stata veloce, tanto da anticipare Jen Psaki di circa otto ore. Già l’altro ieri mattina le agenzie riportavano le parole del presidente iraniano, Hassan Rohani. Durante un vertice di governo trasmesso in diretta televisiva ha salutato “la fine dell’era del tiranno Trump”, “che aveva spinto l’Iran ad arricchire l’uranio oltre i limiti che erano stati stabiliti”. “La palla è ora nel campo degli Stati Uniti”, ha sottolineato Rohani, “se Washington ritorna all’accordo sul nucleare, anche noi rispetteremo pienamente i nostri impegni nel quadro del patto”. Un tempismo eccezionale, anche troppo per non far pensare che le diplomazie ufficiali e non, dirette e indirette, non fossero al lavoro da tempo per questo primo, importante, risultato della nuova amministrazione. Indirettamente lo aveva confermato il giorno prima la stessa Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei: “Le sanzioni contro l’Iran – aveva affermato Khamenei – sono un’amara realtà e un crimine degli stati uniti e dei loro alleati europei, quindi non possiamo sperare in loro, perché sono ostili nei nostri confronti. Tenere colloqui con questi paesi non darà frutti”. Si vedrà. 

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“Bibi” l’inconsolabile

Da Teheran a Tel Aviv. “Mi aspetto di lavorare con lei per rafforzare ulteriormente l’alleanza tra Usa e Israele e continuare ad allargare la pace fra Israele e il mondo arabo e confrontarci con le sfide comuni prima delle quali la minaccia posta dall’Iran”. Così il premier Benjamin Netanyahu si è rivolto al presidente Usa appena insediatosi. “Abbiamo una amicizia calda e personale vecchia di decenni. Le auguro – ha concluso – il migliore dei successi”. Netanyahu si è congratulato anche con la vicepresidente Kamala Harris.

Dichiarazione freddina, soprattutto se rapportata all’entusiasmo con cui lo stesso Netanyahu aveva accolto l’elezione del suo grande amico e sodale Donald Trump quattro anni fa. E per cogliere al meglio il quadro mediorientale che Biden dovrà “ridipingere”, Globalist si avvale del più autorevole analista israeliano di politica estera, e firma storica di Haaretz: Zvi Bar’el

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“Gli inviati di Joe Biden  – scrive Bar’el – stavano negoziando con gli iraniani il ritorno degli Stati Uniti all’accordo nucleare internazionale anche prima del suo giuramento? L’Iran lo nega, Washington non lo conferma e Israele ha paura. Dopo l’insediamento di Biden mercoledì, la questione nucleare iraniana diventa la questione principale che preoccupa il mondo, in particolare Israele e i paesi arabi. Biden sta portando l’elefante iraniano alla Casa Bianca. Ha dichiarato la sua intenzione di riportare gli Stati Uniti nell’accordo nucleare, dal quale il presidente Donald Trump siera  ritirato. Il nuovo presidente ha fatto di questo l’asse più importante della sua politica estera anticipata,  e ne ha fatto il suo test più importante.

Le dichiarazioni in campagna elettorale tendono a essere rinnovate e riformulate quando il candidato diventa presidente. L’anno 2021 non assomiglia al 2015, quando l’accordo nucleare è stato firmato, e Biden dovrà affrontare alcune sfide difficili sulla strada per rientrare nel patto nucleare, tra le quali la possibilità di accettare di eliminare le sanzioni imposte da Trump. Nel processo, Biden perderebbe la sua fonte primaria di influenza sull’Iran. Ma la decisione del 2018 di Trump di ritirarsi dall’accordo e la ripresa dell’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran sono solo una parte dell’intricato guazzabuglio che Trump si lascia dietro in Medio Oriente, con la sua terrificante partenza dalla Casa Bianca. La situazione nella regione lascia gli Stati Uniti e la loro influenza molto degradati. È vero che gli Stati Uniti non sono responsabili delle fratture interne e delle guerre nella regione. Né hanno causato la primavera araba, che si è metastatizzata in ogni paese arabo. D’altra parte, l’amministrazione Obama è stata scioccamente apatica di fronte al massacro metodico del presidente siriano Bashar Assad dei suoi stessi cittadini. L’amministrazione Obama si è anche sfilata dall’Afghanistan dopo aver assassinato Osama bin Laden e ha avuto un approccio superficiale alla guerra in Yemen. Da parte sua, Trump mancava di qualsiasi politica o strategia. Questo ha portato i paesi della regione, e non solo loro, a temere ogni suo tweet o capriccio e li ha resi incapaci di contare su una politica americana stabile su cui costruire le proprie politiche o alleanze.

Di conseguenza, molti paesi arabi hanno cercato alleanze alternative o aggiuntive per assicurare la loro sopravvivenza, per evitare che il prossimo tweet di Trump portasse un nuovo disastro su di loro. Per esempio, l’Arabia Saudita ha fatto della Russia uno dei suoi partner commerciali, con l’opzione di fornire reattori nucleari. E gli Stati Uniti sono stati assenti dalla guerra in Libia, lasciando molto spazio di manovra a Russia, Turchia, Egitto e Qatar. L’Egitto ha firmato un accordo per acquistare aerei russi avanzati. In pratica, la Siria è sotto il controllo russo, e l’alleanza tra Turchia e Russia è molto più forte di quella tra Turchia e Stati Uniti.

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Trump, convinto che il suo carisma personale e la sua dubbia convinzione che fare offerte che i paesi non potevano rifiutare avrebbe migliorato la sua posizione e, per estensione, quella dell’America, ha scoperto che i capi di stato preferiscono fare affari con un’amministrazione che ha politiche stabili, piuttosto che con quella guidata dal tizio con la pettinatura arancione. La stretta relazione di Trump con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan non è stata sufficiente a sventare l’acquisto da parte della Turchia di missili antiaerei dalla Russia. L’abbraccio di Trump al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman non ha trasformato il reale saudita, considerato direttamente responsabile dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, in un amico degli Stati Uniti. L’Iraq, dove gli Stati Uniti hanno investito trilioni di dollari dalla seconda guerra del Golfo, considera l’America indesiderabile, e il parlamento iracheno ha chiesto che gli americani lascino il territorio iracheno. I curdi, alleati vitali dell’America nella guerra contro lo Stato Islamico, hanno affrontato un dilemma esistenziale quando Trump ha annunciato la sua intenzione di ritirare le forze statunitensi dalla Siria. Questo era presumibilmente basato su una dottrina che cercava di portare le truppe americane a casa, in particolare da un luogo che ha descritto come nient’altro che ‘sabbia e morte’. Ma poi è venuto in mente a Trump che una dottrina che non è basata sulla realtà sul terreno avrebbe fallito, e le forze americane sono rimaste lì.

In Iraq – prosegue il giro d’orizzonte Bar’el –  ha cercato di lasciare lì le truppe per un lungo periodo, anche se su scala ridotta. Non è stato lui a dettare questo, ma la realtà politica in Iraq.

Se il presidente Obama ha spinto la guerra in Yemen molto in basso nella sua lista di priorità, Trump ha scommesso su un cavallo perdente. Nonostante la stretta cooperazione militare con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che ha incluso la vendita di armi, dopo cinque anni, la guerra in Yemen non è ancora stata decisa ed è diventata una questione di politica interna americana.

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Il coronamento della politica di Trump è stato il patetico ‘Accordo del secolo’,  accompagnato da una disconnessione che ha creato con i palestinesi. Israele senza dubbio è stato il grande vincitore dell’’Accordo’, che ha portato agli accordi di normalizzazione con gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Marocco e il Sudan. Ma l’accordo non ha nemmeno iniziato ad affrontare la disputa più importante, quella tra Israele e i palestinesi.

Sarebbe anche più preciso dire che ha piantato tutte le mine necessarie per far saltare qualsiasi accordo futuro, compresa l’approvazione dell’annessione israeliana di parti della  Cisgiordania, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, insieme al trasferimento dell’ambasciata statunitense, e il riconoscimento delle alture del Golan come parte inseparabile di Israele. A Biden viene consegnato un demoralizzante dossier sul Medio Oriente, in cui c’è più distruzione che costruzione. Ma per certi aspetti, non sarà in grado o potrebbe non voler tirare su le fondamenta di ciò che Trump ha gettato. È dubbio che Biden possa invertire il riconoscimento di Gerusalemme o spostare l’ambasciata di nuovo a Tel Aviv. La Siria è apparentemente una causa persa per quanto riguarda gli Stati Uniti e qualsiasi piano per tornare su quel fronte significherebbe un confronto con la Russia.

Una dottrina ben organizzata

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Biden ha una dottrina ben organizzata sulla necessità di promuovere i diritti umani in Medio Oriente, ma sa che comporterebbe uno sforzo pericoloso che includerebbe un palese intervento nelle politiche interne di paesi come l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti – così come Israele. Ha espresso la sua posizione sull’Arabia Saudita in molte occasioni, in particolare la sua opinione sul principe ereditario Mohammed, e ha definito Erdogan della Turchia un autocrate.

Ma imporrebbe sanzioni all’Arabia Saudita per la guerra in Yemen o per le gravi violazioni dei diritti umani da parte di Riyadh? Boicotterebbe Erdogan? Tutto questo si aggiunge alla questione nucleare iraniana, che non riguarda solo il ripristino dello status quo ante e l’arresto dello sviluppo nucleare iraniano, ma anche l’immagine degli Stati Uniti come paese che detta la politica globale. La questione iraniana è il test più importante per Biden, perché ha anche ramificazioni di vasta portata di altro tipo: sulle relazioni USA-UE, che hanno raggiunto il punto più basso dopo il ritiro degli Stati Uniti dal patto; sul rapporto dell’America con i paesi arabi come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti; sulla posizione dell’Iran in Medio Oriente e nel mondo in generale; e sul rapporto di Washington con Israele. Questo non è solo un altro ‘accordo’ che può o non può andare in porto. 

La posizione internazionale dell’America sarà determinata dall’Iran. Tutto questo solleva anche la questione se Biden stia cercando di riparare il mondo o se verrà risucchiato nel vortice che Trump gli ha lasciato in eredità e cercherà semplicemente di riparare alcune parti difettose. In altre parole, Biden avrà una dottrina o solo un’officina che fa riparazioni su strada?”.

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Uomini (e donne) chiave

Questioni cruciali, quelle sollevate da Bar’el che Biden dovrà condividere e provare a dare soluzione, con alcune delle figure chiave della sua amministrazione. 

Antony Blinken, segretario di Stato 58 anni, è uno dei consiglieri di Biden più fidati e di lunga data. Guiderà la politica estera degli Stati Uniti che il presidente vuole rifondare, smantellando l’approccio “America First” di Trump, e riportando il Paese negli Accordi di Parigi contro il cambiamento climatico e negli accordi con l’Iran sul nucleare. Cruciale la gestione delle relazioni con la Cina e con gli alleati Usa, dopo la guerra commerciale lanciata dal tycoon.  

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Lloyd Austin, segretario alla Difesa Generale in pensione, 67 anni, fu a capo del Comando centrale delle forze armata Usa con Obama. E’ il primo afroamericano a ricoprire il cruciale ruolo di ministro della Difesa nella storia degli Stati Uniti.   

Avril Heines, direttore della National Intelligence Consigliere aggiunta alla sicurezza nazionale con Obama, 51 anni, assume l’incarico – creato dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 – di coordinare il lavoro delle 17 agenzie dell’intelligence e della sicurezza Usa.

Linda Thomas Greenfield, ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite, afroamericana 68enne, nota come Ltg al dipartimento di Stato, dove è stata in servizio per 35 anni, Thomas Greenfield è stata assistente segretario di Stato per l’Africa nella Amministrazione di Barack Obama. “Il multilateralismo sta tornando, la diplomazia sta tornando”, ha dichiarato la neo ambasciatrice.  Affermazione importante, impegnativa. E il Medio Oriente sarà uno dei più severi banchi di prova. 

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