In Libia la guerra dei mercenari è anche a stelle e strisce con il fondatore dei Blackwater

Erik Prince, tra i principali sostenitori di Trump propose un’operazione militare per aiutare Haftar che nell’aprile del 2019 aveva lanciato un’offensiva per la conquista di Tripoli.

Erik Prince, fondatore della società di contractor Blackwater
Erik Prince, fondatore della società di contractor Blackwater
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

22 Febbraio 2021 - 17.37


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Libia, terra di conquista. Terra di mercenari. Non bastavano i russi della Wagner e i tagliagole jihadisti assoltati da Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Nella guerra dei mercenari in atto nel martoriato Paese nordafricano è entrato anche un amico e munifico sostenitore di Donald Trump. 

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Mercenari made in Usa

È riuscito a far arrivare in Libia anche alcuni aerei da guerra, tutto in violazione dell’embargo Onu sulle armi. È quanto emerge da un rapporto confidenziale delle Nazioni Unite, secondo cui Erik Prince, tra i principali sostenitori ed alleati dell’ex presidente Donald Trump e fondatore della società di contractor Blackwater, propose un’operazione militare per aiutare il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che nell’aprile del 2019 aveva lanciato un’offensiva per la conquista di Tripoli.

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Il rapporto è stato presentato giovedì al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nell’ambito della cosiddetta “Operation Opus”, Prince offrì ad Haftar aerei da ricognizione e imbarcazioni, oltre a un piano per rapire e uccidere ‘nemici’ di alto profilo. Il fondatore della Blackwater è il fratello dell’ex segretaria all’Educazione dell’amministrazione Trump, Betsy DeVos.

Scrive Giordano Stabile su La Stampa: “Si è trasformata in una battaglia di mercenari che ha coinvolto tutti. I russi della Wagner al fianco del maresciallo, e si sapeva, ex jihadisti siriani riciclati e trasportati dalla Turchia, ciadiani e sudanesi reclutati dagli Emirati arabi.  Ed è proprio ad Abu Dhabi dove tutto si incrocia. Prince, fratello della ministra dell’Istruzione di Donald Trump, Betsy DeVos, in buoni rapporti con Jared Kushner e con i due uomini forti del Golfo, Mohammed bin Salman e Mohammed bin Nayef, si è trasferito nell’emirato dopo aver sciolto la Blackwater, travolta dallo scandalo per il massacro di 17 civili in un mercato di Baghdad. Con una nuova società, la Assurance Management Consultants, si è riciclato come «facilitatore» ma ha continuato il mestiere. Dopo il fallito blitz per prendere Tripoli nell’aprile del 2019, Haftar si rivolge a lui attraverso i suoi mentori. Ha bisogno di armi, droni, uomini per un colpo definitivo. In barba dall’embargo sulle forniture di armi, Prince procura subito, conferma il rapporto dell’Onu, «mercenari stranieri, elicotteri d’assalto, motoscafi armati, mezzi per la guerra elettronica». Ma il ‘pacchetto’ più interessante è un plotone di ‘hitmen’, sicari, che hanno il compito di eliminare i capi delle milizie schierate con il premier Al-Sarraj, e seminare il panico. È un’operazione ardita; i commando devono operare dietro le linee nemiche, trasportati da elicotteri. Prince, ex Navy Seals, recluta una ventina di uomini: dodici sudafricani, cinque britannici, due australiani, un americano. Un suo sodale, Christiaan Durrant, va in Giordania per acquistare due Cobra H1. L’affare sembra fatto, Durrant rassicura i vertici del Regno hashemita che ha ‘tutte le autorizzazioni’. Ma i giordani, insospettiti, lo bloccano. Durrant si sposta allora in Sudafrica per trovare i mezzi adeguati. Anche questo tentativo va a vuoto. Il commando di ‘hitmen’ arriva comunque in Cirenaica, ma senza l’equipaggiamento chiesto da Haftar. Il maresciallo va su tutte le furie. E il commando fugge, su un paio di gommoni, attraversa il Mediterraneo fino a Malta, in un viaggio da incubo di 18 ore. Tutti vengono arrestati al loro arrivo. Questo sbarco anomalo insospettisce autorità locali e l’Onu. Comincia l’inchiesta, che si è conclusa giovedì con la consegna del rapporto di 61 pagine al Consiglio di Sicurezza”.

Globalist ha documentato con articoli e interviste questa guerra di mercenari al soldo di Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e, più defilati, Arabia Saudita e Qatar.
L’Lna di Haftar sembra continui a reclutare mercenari sudanesi grazie ai fondi degli Emirati Arabi e Rapid Support Forces (Rsf) del Sudan hanno annunciato nei giorni scorsi l’arresto di circa 160 persone al confine con la Libia dirette nel Paese nordafricano per combattere in qualità di mercenari.

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Lo ha riferito in una nota dell’Rsf, forze legate al governo transitorio del Sudan formate in larga parte dalle milizie janjaweed e che rispondono alle autorità militari e di sicurezza di Khartoum. “Le forze di sicurezza congiunte di stanza al confine tra Sudan e Libia hanno arrestato 160 persone che avrebbero trovato impiego come mercenari nel conflitto in Libia, tra cui due stranieri”, ha riferito una nota dell’Rsf. “Inviare i sudanesi a combattere in Libia come mercenari è inaccettabile”, ha dichiarato il generale Jaddo Hamdan, comandante dell’Rsf nello stato del Darfur settentrionale.

“Abbiamo monitorato e assicurato il confine con la Libia per combattere l’immigrazione clandestina, la tratta di esseri umani e tutte le imprese criminali transfrontaliere”, ha aggiunto. Il Sudan sta attualmente attraversando una fragile transizione democratica dopo che violente proteste hanno spinto lo scorso anno i militari a rovesciare il presidente Omar al Bashir. A gennaio, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha affermato che molti arabi della regione del Darfur del Sudan, devastata dai conflitti, e il vicino Ciad stavano combattendo come “mercenari” in Libia. Il mese scorso, Khartum ha arrestato 122 persone, tra cui otto bambini nel Darfur occidentale, che avrebbero dovuto servire come mercenari nella guerra civile in Libia.

Quelli della Wagner

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Molto interessante, a tal proposito, è un documentato report dell’Agi: Mosca, che aveva già inviato al generale della Cirenaica mezzi ed equipaggiamenti almeno due anni fa, ha dispiegato un piccolo esercito di mercenari del Gruppo Wagner. Chiamata dai suoi membri semplicemente “Compagnia”, Wagner è una società di contractor riconducibile ad Evgheni Prigozhin, conosciuto anche come lo chef di Putin per il suo business nel catering e la sua vicinanza al presidente russo.  Alcune centinaia di mercenari reclutati tra le milizie fedeli a Damasco nelle province del sud della Siria sarebbero già in Cirenaica insieme ad armi ed equipaggiamento trasportati da aerei cargo russi e della compagnia siriana Cham Wings, a cui appartengono anche i due voli arrivati il 20 maggio a Bengasi. Uno di questi, proveniente da Teheran ma che ha fatto scalo a Damasco, ha aperto l’ipotesi che milizie scite filo-iraniane ed Hezbollah possano affiancare le forze dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) “Ogni recluta riceve uno stipendio mensile di 1.000 dollari per combattere dalla parte delle forze di Haftar contro il Governo di accordo nazionale sostenuto dalla Turchia, che anch’essa recluta mercenari in Siria”, spiegano fonti  dell’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus), 

Secondo gli analisti della Nazioni Unite, contractor militari russi sono impegnati in Libia in operazioni “su vasta scala” — dal training al fronte — per sostenere le ambizioni politiche armate di Haftar.  Ci sarebbero tra gli 800 e i 1200 uomini del gruppo Wagner, che operano attivamente in Libia almeno dal 2018. Tra questi ci sono anche una quarantina di cecchini in prima linea sul fronte tripolino. Sono ex forze speciali che mesi fa hanno fatto la differenza pro-Haftar, e da quando hanno un po’ allentato le attività il capo miliziano dell’Est ha iniziato a indietreggiare.

Nel report ci sono le immagini di questi professionisti della guerra e prove tecniche circostanziali, come la presenza in Libia di granate Vog-25 da 40 mm, che sono state utilizzate dagli agenti Wagner nell’Ucraina orientale e in Siria.

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Le analisi sono state effettuate dagli esperti dell’Onu che monitorano le sanzioni contro la Libia — sottoposta a embargo dal 2011, misura costantemente violata su entrambi i fronti, e ora oggetto del controllo della missione navale europea Irini  attivata da pochi giorni. Il report è la prima ampia analisi delle Nazioni Unite sui mercenari russi, ed è stato visto da Bloomberg in anteprima.

Un’entità collegata a Wagner si è impegnata in una “campagna altamente sofisticata ed estesa sui social media” per sostenere Haftar e le sue operazioni a terra, ha osservato il gruppo di analisti onusiani, aggiungendo che le “operazioni psicologiche” sono vietate sotto l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite. Uno sforzo simile è stato intrapreso per sostenere Saif Al-Islam Gheddafi, il figlio del defunto dittatore, considerato il cavallo su cui Mosca ha puntato in Libia.

Al servizio del “Sultano”

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Quanto ad Erdogan, il presidente turco per la sua campagna libica fa leva sulla compagnia militare privata Sadat, etichettata da alcuni come “l’esercito ombra di Erdogan” in Libia, dove è attiva già dal 2012 (stesso anno in cui è stata fondata). Si tratta di gruppi di contractor formati da ex militari, con la benedizione dei servizi segreti turchi (Mit). Alla testa di Sadat è Adnan Tanriverdi, comandante in pensione dell’esercito, che ha specificato che la compagnia “fornisce sostegno e addestramento militare in 22 Paesi del mondo islamico e dell’Asia Centrale”.  Sadat è stata impegnata in operazioni spesso clandestine, come l’addestramento delle milizie siriane da opporre al regime di Bashar al-Assad. L’intervento di Sadat nei Paesi coinvolti nelle “primavere arabe” è servito a Erdogan per spingere nell’orbita turca realtà in profondo cambiamento, come appunto quella libica, molto spesso attraverso la raccolta di informazioni e interventi diretti circoscritti. La Turchia per avere la meglio sul campo in Libia si affida anche ai mercenari siriani. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani negli ultimi sei mesi Ankara ha portato sul fronte a Tripoli 9.600 mercenari e altri 3.300 li sta addestrando nei campi siriani, pronti a partire. Tra le reclute, segnala l’Osservatorio, vi sono circa 180 minori di età compresa tra 16 e 18 anni. 

Dal maggio 2019, in coincidenza non casuale con il coinvolgimento principalmente di Turchia e Russia nel conflitto, sono arrivati in Libia mercenari dal Ciad e alcuni ribelli del Darfur. Poi, non sono mancate le forze di supporto sudanesi, i combattenti libici Toubou e ciadiani nel sud per difendere campi e piste di atterraggio e combattenti russi per lavori più tecnici. In particolare, la Turchia aveva iniziato a rischierare i terroristi mercenari anti-Assad dalla Siria, come truppe di terra già nel 2019, subito dopo la firma degli accordi marittimi e militari intercorsi con il Gna.  La maggior parte di questi combattenti apparteneva all’esercito nazionale siriano “reclutato” da Erdogan per affrontare il governo di Assad sostenuto da Mosca. La maggioranza proveniva da due formazioni: la Brigata Sultan Murad (composta in parte da turkmeni dell’area di Aleppo e autoproclamata come un gruppo “islamista”) e la Brigata al-Sham (principalmente da Idlib e designata come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti). Molti altri provenivano dalla Brigata al-Mu’tasim (Aleppo) e da Jabhat al-Nusra (una branca di al-Qaeda). Per la maggior parte, questi gruppi sono ben addestrati ed esperti nella cooperazione con il supporto al combattimento con le forze armate turche

Secondo il Pentagono, la Turchia avrebbe pagato e offerto la cittadinanza a migliaia di mercenari siriani per combattere al fianco delle milizie libiche alleate del Gna

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Una conferma sul ruolo svolto dai mercenari al servizio del “Sultano” di Ankara, viene da un recente report dell’organizzazione per i diritti umani “Syrians for Truth and Justice” (Stj) .

La Stj è riuscita a mettersi in contatto con un testimone che lavora al confine turco-siriano di Jarabulus e che ha testimoniato come il Ministero della Difesa turco abbia incaricato alcune compagnie di sicurezza privata, tra cui Sadat ed Abna al-Umma di reclutare volontari tramite l’ombrello dell’Esercito libero siriano. Le compagnie in questione si occuperebbero di esaminare i potenziali mercenari per poi preparare tutta la documentazione necessaria e trasferirli legalmente dalla Turchia alla Libia, con tanto di contratto che va dai 3 ai 6 mesi.

Secondo testimonianze raccolte e pubblicate nel report, i volontari che passano i test di reclutamento vengono poi trasferiti con dei bus in territorio turco dove le compagnie di sicurezza si occupano di registrare i dati di ciascun volontario (impronte, dna, impronta ottica digitale). In seguito, a tutti viene consegnato un documento di identità da utilizzare in Libia e un Kimlik (documento che i turchi rilasciano ai rifugiati siriani). Un processo di circa 3 o 4 giorni, dopo di che i mercenari vengono inviati in Libia.

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L’Stj ha poi raccolto la testimonianza di un volontario registratosi con un ufficiale della Divisione “Sultan Murad” noto come Abu Stef ma che ha poi desistito dal partire. L’intervistato ha illustrato l’esperienza di un suo compagno che dopo i test veniva messo in un hotel per poi ricevere documenti turchi, in modo da uscire dalla Turchia senza essere individuato come cittadino siriano. I mercenari vengono trasferiti in Libia con navi ed aerei per poi essere mandati al fronte senza alcun tipo di supporto logistico o indicazioni di alcun tipo. Il volontario ha poi smentito il salario di $3 mila al mese, spiegando che si tratta di soli $1.200 e senza possibilità di poter rientrare in Siria.

La “Linea Maginot” del deserto

Nel suo ultimo briefing al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’inviata Onu uscente Stephanie Williams ha espresso preoccupazione “per le continue fortificazioni e posizioni difensive create dalle Forze armate arabe libiche (Laaf) all’interno della base aerea di Gardabiya a Sirte e lungo l’asse Sirte-Jufra nella Libia centrale”. Il riferimento è alla “Linea Maginot” del deserto scavata dai mercenari russi della Wagner, al soldo del generale Haftar, ben visibile dalle immagini satellitari open source elaborate dal network Maxar e rilanciate dall’emittente televisiva statunitense Cnn. Si tratta di almeno 30 posizioni difensive scavate nel deserto e sui pendii che si estendono per 70 chilometri circa: una vera e propria trincea progettata per impedire o fermare un attacco di terrestre contro la Cirenaica. 

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E questo sarebbe un Paese in via di “stabilizzazione”… A crederci, forse, c’è rimasto solo il riconfermato ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio. 

 

 

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