La mafia voleva eliminare Alfano: ma chi ci crede?

Rivelazioni di un pentito. Ma il progetto più che un attentato, sembra una farsa poco attendibile e para-elettorale. Scettici gli investigatori.

La mafia voleva eliminare Alfano: ma chi ci crede?
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3 Ottobre 2011 - 19.57


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Rivelazioni vere e attendibili? O una boutade elettorale per far risalire nei sondaggi un centro-destra in crollo verticale? Presto per dirlo, bisogna lasciare indagare le procure: il figlio del boss Totò Riina stava preparando un attentato contro l’ex ministro di Giustizia Angelino Alfano, ora segretario del Pdl. A rivelare il progetto di attentato sarebbe stato il collaboratore di giustizia Luigi Rizza, che ne ha attribuito l’input al figlio di Totò Riina, Giuseppe Salvatore, ieri scarcerato.

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Sulla circostanza – secondo quanto si è appreso – stanno indagando gli inquirenti di Catania ai quali Rizza avrebbe riferito dell’esistenza di un messaggio, per uccidere Alfano a causa dell’inasprimento del 41 bis, che gli sarebbe stato consegnato in carcere, a Padova, nel 2009, dal figlio di Riina, Giuseppe Salvatore, e da Umberto Bellocco. Le dichiarazioni di Rizza risalirebbero all’aprile scorso, ma solo ora sono apparse le indiscrezioni.

“Nel 2009, mentre ero detenuto al carcere di Padova, Umberto Bellocco e Giuseppe Riina, figlio di Totò – riferisce Rizza agli inquirenti di Catania – mi davano dei messaggi da portare ad altri detenuti del carcere, tra cui Salvatore Alia e Paolo Lombardo (detto Nino)”. E’ durante una “occasione” che il collaboratore di giustizia avrebbe riferito di avere “saputo che era in programmazione un attentato nei confronti del ministro Alfano (per via dell’inasprimento del regime di cui all’articolo 41 bis)”. Rizza afferma di non sapere se “il proposito ( di uccidere Alfano, ndr) sia ancora attuale”.

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“In particolare – riferisce agli inquirenti di Catania – Nino Lombardo e Salvatore Alia mi chiesero di chiedere conferma della cosa a Umberto Bellocco, cosa che io feci”. A questo punto “Bellocco mi confermò la cosa e mi disse ‘si’, procedetè; io – ha proseguito Rizza – riferii ad Alia e Lombardo; nei giorni successivi Alia mi chiese se ero disposto a partecipare all’attentato” visto che “a breve avrei dovuto godere di permessi”. Poi però – conclude il collaboratore di giustizia – “non se ne fece nulla perché io fui trasferito a Tolmezzo e non so se il proposito sia ancora attuale”.

Secondo fonti investigative, ascoltate da Globalist, nella pur doverosa attesa dei risultati delle indagini della magistratura, il racconto del pentito o è falso o rappresenta l’immagine di Cosa Nostra ridotta ad un branco di improvvisatori senza nemmeno più un briciolo di controllo sul terrotorio. Infatti, nella sua storia, la mafia non ha mai organizzato un attentato con modalità così cialtronesche. Quindi prudenza. Molta prudenza. Di pataccari e millantatori è piena la storia giudiziaria. Soprattutto in determinate congiunture politiche.

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