Sulla scuola abbiamo fallito perché siamo stati incapaci di convivere con il virus

Nonostante la proliferazione di previsioni, grafici e tabelle, non si è progettato realmente un anno scolastico in sicurezza. L’errore più grave è stato quello di ritenere che la situazione fosse sotto controllo

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Antonio Rinaldis Modifica articolo

2 Novembre 2020 - 20.52


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Mancano i banchi. No, i banchi ci sono. E se mancano li compriamo, quelli monoposto, magari con le rotelle.
Aspetta, mancano gli insegnanti! Non scherziamo, quelli ci sono. Dal primo di settembre sono tutti in cattedra, chiamiamo i supplenti, abbiamo rifatto le graduatorie e poi faremo anche i concorsi.
Un momento. La connessione internet! Come facciamo? Non tutte le scuole hanno una connessione potente e se dovessimo ricominciare con la didattica a distanza non siamo pronti. Ma non ricominciamo, questa volta reggeremo e faremo tutto in presenza, forse qualche ora in remoto, ma solo in caso di emergenza.
Ma come facciamo con i trasporti? Con gli intasamenti gli Assembramenti, gli spostamenti? Nessun problema. Il virus non ama viaggiare in pullman e neppure in treno, soprattutto nelle prime ore della mattina. Siamo tranquilli. Più o meno…
Perché poi le cose sono andate ancora in un altro modo.
E questa mattina mentre salivo le scale del mio liceo, così insolitamente silenzioso che potevo sentire anche il mio respiro, ho pensato che è stato proprio un fallimento, perché la scuola adesso è di nuovo chiusa e gli studenti sono stati nuovamente ricacciati nelle loro stanzette.
I corridoi sono vuoti, la campanella della prima ora suona e mai segnale mi è parso più inutile. Entro nell’aula e vedo i banchi perfettamente disposti, distanziati, rispettosi di quelle misure sulle quali esperti di ogni genere si sono impegnati per tutta l’estate. Accendo il Pc e mi collego e dopo avere ringraziato il Dio Google che mi fornisce la meravigliosa piattaforma con la quale posso continuare a fare il lavoro di insegnante, posso finalmente iniziare.
Iniziare cosa? A coltivare l’assurdo. Perché bisogna che lo diciamo: fare lezione a distanza, seduti alla cattedra, davanti a dei banchi vuoti, è proprio l’assurdo, perché la scuola è un luogo di vita e di presenze, è una comunità viva, non mi stancherò di ripeterlo, dove ogni spazio è riempito dalle parole degli insegnanti, dai pasi degli studenti, dalle domande dei ragazzi, dai libri e dalla voglia di stare insieme.
A questo punto però una domanda dobbiamo farcela?
Perché abbiamo fallito? Perché quella specie di linea Maginot che era l’anno scolastico è crollata dopo un mese, anche se i provvedimenti del governo e dei Governatori delle Regioni lasciano intendere un’altra verità, che la scuola è aperte e continua a funzionare. Anche questo è falso, perché il 75% della didattica a distanza sarà anche una decisione inevitabile, ma sancisce di fatto la chiusura delle scuole superiori.
Abbiamo fallito perché, nonostante la proliferazione di previsioni, grafici e tabelle, non si è progettato realmente un anno scolastico in sicurezza. L’errore più grave è stato quello di ritenere che la situazione fosse sotto controllo e che il virus avesse perso la sua forza espansiva; per conseguenza dal 1° di settembre abbiamo celebrato i riti scolastici come se niente fosse, come se tutto fosse normale, perché avevamo bisogno di rassicurarci, ma stavamo perdendo di vista la realtà. Così la fragile impalcatura su cui si reggeva il sistema scolastico non ha retto all’imperversare del Covid. Per convivere con il virus bisogna essere più intelligenti della sua forza espansiva, ma non lo siamo stati e soprattutto non abbiamo adattato la scuola all’emergenza per evitare il sovraffollamento dei trasporti pubblici, delle aule insufficienti, dei docenti mancanti. Il virus non ha immaginazione, noi esseri umani ne possediamo moltissima, si trattava di dispiegarla, per non offrirci in pasto alla nuova ondata.
E adesso? Ora si chiude, perché non ci sono alternative. Se il sistema di regole e di protocolli è quello attuale le scuole non possono restare aperte, perché la decimazione di studenti e docenti ha raggiunto livelli non più sopportabili.
Chiudere per riaprire, magari con l’idea di avviare un grande dibattito pubblico sul ruolo, le prospettive di quella comunità scolastica che è alimento, vita e gioia per le future generazioni, sapendo che la didattica a distanza deve essere soltanto un rimedio momentaneo all’emergenza e che non potrà mai affiancare il lavoro in aula, quel corpo a corpo tra insegnanti e studenti, che è all’origine di ogni sapere e di ogni scoperta.

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