Quando saremo di nuovo in lockdown, prendiamocela non noi stessi e con l'irresponsabilità natalizia

Mai come ora ci viene chiesto di diventare adulti, di uscire dall’eterna adolescenza cui il consumismo sfrenato ci ha condannati tutti e di compiere noi i sacrifici che tanto lodiamo dei nostri nonni

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Giuseppe Cassarà Modifica articolo

14 Dicembre 2020 - 17.37


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C’è davvero qualcuno che si è stupito, per le immagini dei fiumi di persone che si sono riversate in strada nel weekend? Qualcuno si aspettava che andasse diversamente, dopo tutti questi mesi?

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Che siamo un popolo senza speranza lo abbiamo più chiaro che mai, dopo questo 2020. Come ha scritto giustamente Jonathan Bazzi, stiamo mandando lucidamente a morire zii, nonni e genitori pur di festeggiare il Natale, pur di far finta che sia tutto normale, che non sia successo niente, che il mondo non sia cambiato.

Non penso più che si tratti solo di cattiveria, o di egoismo. Banalmente, credo che la maggior parte di noi non sia semplicemente in grado di metabolizzare quello che sta succedendo. Non abbiamo gli strumenti per capire, per essere responsabili, e non per ignoranza o cattiveria, ma perché siamo nati e cresciuti nell’idea che le cose alla fine si sistemano sempre, che ciò che vogliamo è a nostra disposizione in qualunque momento e che, cascasse – letteralmente – il mondo, certe cose non cambieranno mai. Il Natale è una di queste.

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C’è chi si avvinghia alla tradizione, c’è chi invoca un po’ di tregua, c’è chi semplicemente fa lo spaccone e c’è anche chi non ne può più, perché quest’anno non è stato pesante per tutti allo stesso modo: c’è chi ha potuto lavorare da casa, c’è chi si è recato comunque a lavoro, c’è chi è stato in quarantena, c’è chi ha visto morire amici e parenti, c’è chi si è ritrovato isolato in una terapia intensiva. E l’idea che no, non è finita, non finirà tanto presto e che non andrà tutto bene è semplicemente troppo da tollerare. E quindi, vada tutto in malora.

Un atteggiamento comprensibile, cui un Governo responsabile dovrebbe rispondere con autorità. Anziché cedere ai ricatti morali della destra più cinica e irresponsabile della storia italiana dopo il fascismo, bisognerebbe trovare il coraggio che manca a qualunque politico: quello di farsi odiare.

Chiudere tutto, adesso, è l’unica soluzione. Lo stanno facendo in Germania, in Olanda e negli Stati Uniti, e il numero dei loro morti è ancora inferiore ai nostri. Persino Papa Francesco ha anticipato la messa di Natale, dimostrando che la tradizione può adattarsi a tempi eccezionali come questi.

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L’odio sarà tanto, e il malcontento pure. La crisi ci colpirà tutti, sono anni terribili quelli che si prospettano davanti a noi. Nei prossimi mesi ne sentiremo di ogni, specie sullo spinosissimo problema del vaccino: sarà o no obbligatorio? Riusciremo a compiere questa impresa titanica che è la campagna di vaccinazione? I soldi del Recovery Fund saranno ben utilizzati? Il Governo reggerà?

Mai come ora ci viene chiesto di diventare adulti, di uscire dall’eterna adolescenza cui il consumismo sfrenato ci ha condannati tutti e di compiere noi quei sacrifici che tanto lodiamo dei nostri nonni, quegli stessi nonni che il Covid si sta portando via. Loro hanno vissuto le pagine più terribili della storia recente, hanno visto il mondo cadere e rialzarsi. Ora, è il nostro turno. E al virus non importa se siamo pronti o meno, che lo vogliamo o no. Proprio come non dovrebbe importare a chi ha il difficilissimo compito di guidarci in questi tempi. Ma non possiamo aspettarci che il Governo faccia tutto da solo; non possiamo nasconderci dietro l’idiotissima frase ‘se aprono si devono aspettare che le persone escano’: questo sarebbe vero, se fossimo capre. Ma da un popolo civile ci si aspetterebbe un po’ più di intelligenza. Altrimenti, verrebbe da pensare che l’unica cosa che ci ha tenuti in casa fino a questo momento siano state le restrizioni, e non un virus che ha ucciso oltre 60.000 persone in meno di un anno.

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