di Antonio Salvati
La scuola è un mondo complesso che fatica a essere da traino nel rinnovamento del Paese. I problemi che affliggono la scuola sono tanti ma ancora di più sono coloro che si sentono in diritto di parlarne, alimentando la confusione e la ricerca di un capro espiatorio. Il Covid ci ha mostrato che abbiamo bisogno della scuola come spazio di socialità, ancora di più in un paese in cui crescono le disuguaglianze e aumentano le conflittualità. La scuola, inoltre, è un organismo centrale della nostra democrazia e le sue difficoltà, dunque, esprimono una crisi più generalizzata delle istituzioni democratiche.
Per molti aspetti, sembra essere venuta meno la fiducia che dovrebbe invece saldare le generazioni e il contrario della fiducia è lo scetticismo: la convinzione che “non ce la si possa fare (insieme)”. Per costruire una scuola buona è, dunque, necessario riporre fiducia nell’impresa educativa, non a caso la fiducia è anche un bene economico e la sua assenza compromette sia le relazioni sociali, sia quelle economiche.
Acquistano dunque nuova attualità le esperienze educative di tanti docenti appassionati. Alcune sono narrate da Dario Spagnuolo, dirigente scolastico napoletano, nel suo denso volume La scuola tradita (Albatros 2022, pp. 154, 12,50 euro). Un volume da consigliare a chi lavora nella scuola, per ritrovare motivazione e slancio, ma da far leggere anche a chi, a vario titolo, si trova a contatto con i giovani e gli studenti e desidera comprendere meglio questo universo decisivo per il futuro del paese.
Fin da giovanissimo Spagnuolo si è impegnato nelle Scuole della Pace con la Comunità di Sant’Egidio, venendo a contatto con un’infanzia povera e senza istruzione, nella periferia o nel centro di Napoli. E’ nata così la passione per l’insegnamento a chi sembra ormai ai margini della scuola. Una passione rafforzatasi negli anni e divenuta la motivazione profonda della sua vicenda umana e professionale. Spagnuolo è convinto che l’educazione dei più giovani è una missione decisiva, la sua missione.
Come ricorda Hanna Arendt «l’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani». Spagnuolo è convinto – come sottolinea Adriana Gulotta nella prefazione – che attraverso l’educazione, all’interno della scuola, i ragazzi possano apprendere atteggiamenti nuovi e positivi, sperimentando riflessione, ricerca e interesse. Un’esperienza simile a “I care” -mi interessa, mi sta a cuore- che è alla base della lezione della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani.
Ho incontrato Dario Spagnuolo per parlare con lui del suo volume e della situazione che la scuola attraversa in questo momento.
Come è nata l’idea di scrivere un libro?
Ne ho sentito l’esigenza. In un momento in cui i giovani sono emarginati da una società sempre più anziana ed egoista, ho pensato che fosse giusto raccontare quanto invece siano una ricchezza e come la scuola debba essere il luogo dove offrire ai più giovani attenzione e cura.
In effetti, il libro è pieno di aneddoti
Avevo appena 14 anni quando, 46 anni fa, ho iniziato un’esperienza come volontario nelle Scuole della Pace della Comunità di Sant’Egidio. In particolare, mi sono recato per molti anni a Scampia e poi nel Rione Sanità. Ho scoperto che dai bambini imparavo tantissimo ed anche che esisteva un mondo completamente dimenticato. Bambini che non erano mai stati iscritti a scuola o che la avevano abbandonata da anni, altri che a 9 o 10 anni non sapevano leggere e scrivere e invece lavoravano. Insieme agli amici di Sant’Egidio iniziammo a discuterne e anche a leggere libri di pedagogia. Con il tempo sono diventato prima docente di scuola superiore e poi dirigente scolastico. Non ho mai abbandonato il mondo dei bambini e la scuola. Quello che racconto non sono aneddoti divertenti o commoventi, ma episodi che sono stati determinanti per le mie scelte. Spesso fanno sorridere, ma hanno lasciato un’impronta indelebile in me e sono stati passaggi decisivi all’interno di un percorso di relazione.
Ad esempio i viaggi all’estero …
Si. Insegnavo in una scuola del Rione Sanità che i giornali avevano definito la peggiore d’Italia. I ragazzi erano rassegnati. Non vedevano l’utilità della scuola e non riuscivano ad immaginarsi al di là del proprio quartiere. Insegnavo geografia e capivo che era difficile appassionare dei ragazzi che credevano che quei luoghi, belli e lontani, non li avrebbero mai sfiorati. Fu difficile, all’inizio, convincere i colleghi, il preside e gli alunni. Per molte ragazze, poi, era una sfida alla mentalità patriarcale. Erano fidanzate e destinate quanto prima a diventare casalinghe e mamme e i fidanzati dicevano loro che non potevano restare fuori la notte, anche se in viaggio di istruzione, perché sarebbe stato come un tradimento.
Alla fine, però trovai i soldi e molti di loro presero l’aereo per la prima volta. La scoperta di un’altra città e di luoghi belli, in cui erano accettati e non etichettati come ragazzi del Rione Sanità, fu molto importante.
Ma perché “la scuola tradita”?
Viviamo una lunga e profonda crisi della democrazia. La scuola è il luogo dove si insegna la democrazia, si impara ad ascoltare, capire e confrontarsi. E’ il dono che la Costituzione italiana ha fatto ai più giovani. Oggi, però, i giovani sono disprezzati. La scuola è continuamente attaccata. L’istruzione non è più pubblica ed è entrata la logica della competizione.
Ma perché la competizione sarebbe negativa?
Innanzitutto, “competere” etimologicamente significa “domandare insieme”. Quindi non dovrebbe essere una spinta all’individualismo. Del resto, tutte le grandi imprese sono il risultato del lavoro di migliaia di esseri umani. In ogni caso, non è la competizione ad essere sbagliata, è il fatto che sia richiesta a scuola. Oggi scopo della competizione è superare tutti gli altri. Per questo ogni mezzo è lecito. Inoltre, non è necessario ottenere il massimo da se stessi, è sufficiente superare gli altri. In una classe mediocre, ad esempio, una sufficienza basterà per vincere la competizione. Marco Aurelio e Sant’Agostino dicevano “molto se guardo agli altri, poco se guardo a me stesso”. Paragonarsi agli altri è dannoso e ci vuole poco a trovare qualcuno che ne sa di meno, ma con se stessi è impossibile imbrogliare. Se ho un buon voto ad una prova ma non lo merito perché ho imbrogliato o sono stato fortunato io ne sono consapevole, non posso ingannare me stesso. Imparare è anche conoscere i propri limiti, accettarli, attraversarli e superarli. È questo che conta, imparare ad affrontare difficoltà e frustrazione e migliorarsi ogni giorno. Inoltre, è importante mettere a disposizione degli altri le proprie capacità, altrimenti servono solo ad alimentare il narcisismo.
C’è un problema di fiducia nei confronti dei giovani?
C’è un enorme problema di fiducia. I giovani in Italia sono deconsiderati. Se ne ammira al più la bellezza e la gioventù con invidia. Per questo, non essendo valorizzati e apprezzati, finiscono per essere demotivati o per lasciare il paese. Invece l’entusiasmo dei giovani è contagioso e consente di affrontare le sfide. La generazione degli adulti ha fatto di tutto per spegnerlo, spesso vagheggiando il ritorno ad un passato mitizzato, che è un po’ la sindrome di tutti gli anziani e di coloro che non conoscono la Storia.
Personalmente, ho incontrato tantissimi ragazzi e con molti miei ex studenti sono ancora in contatto a oltre 20 anni di distanza. Sono persone capaci e ammirevoli.
Ad un certo punto definisce la scuola “grande pattumiera”, non è un po’ esagerato?
Amo la scuola, e l’amore porta ad esagerare nel bene e nel male. Negli ultimi anni la scuola ha subito continui tagli di risorse, in questo ha tradito le promesse fatte ai ragazzi. Da Tremonti e Gelmini, con il taglio di 8 miliardi e mezzo e oltre 100.000 posti di lavoro, oggi siamo ad una pluralità di provvedimenti che avranno un effetto probabilmente ancora più grave: riduzione del numero di autonomie scolastiche, semplificazione dell’esame di maturità, istituzionalizzazione dei percorsi quadriennali di istruzione superiore. Siamo l’unico grande paese europeo a tagliare la spesa per l’istruzione. A fronte dei tagli, si cerca di riempire la scuola di altri progetti e contenuti, spesso discutibili e quasi sempre inutili. La scuola è divenuta parte di un sistema di finanziamento a enti esterni che realizzano progetti estemporanei. Ma educare significa affiancare la crescita dei ragazzi per anni e con pazienza, non realizzare progetti “spot”. Inoltre, senza risorse le difficoltà strutturali si incancreniscono rendendo poco efficace sia la didattica ordinaria, sia i progetti. Le scuole sono fatiscenti e tocca chiuderle improvvisamente perché non funzionano i bagni o cade un controsolaio. In tutto il Mezzogiorno manca il tempo pieno, però si vorrebbe fare la scuola in estate. Peccato che nelle scuole dove c’è il tempo pieno molto spesso il pomeriggio i termosifoni siano spenti perché i comuni non possono pagare il riscaldamento.
Ma allora non c’è una soluzione?
Certo che c’è. La scuola deve essere presa sul serio, deve essere finanziata adeguatamente rispondendo ai bisogni veri. Soprattutto la scuola non può essere lasciata sola nella sua azione educativa. Bisogna essere comunità educante. Questo significa abbandonare il linguaggio aggressivo, favorire l’inclusione, non discriminare, incoraggiare lo sport e tutelare la salute. Per questo occorrono pazienza ed uno sguardo amorevole e fiducioso.
Oggi però il mondo degli adulti si muove in direzione contraria. Si vogliono mettere i metal detector fuori alle scuole, però un politico può presentarsi armato ad una festa di Capodanno: è un evidente controsenso. Educare, invece, chiede a tutti di essere la versione migliore di sé stessi, perché insegnare -lasciare un segno- è possibile solo dando il giusto esempio.