Immigrati anziani in Italia: come l’invecchiamento della popolazione migrante sfida sanità, lavoro e welfare
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Immigrati anziani in Italia: come l’invecchiamento della popolazione migrante sfida sanità, lavoro e welfare

Anche gli immigrati invecchiano nel nostro Paese. Infatti, negli ultimi anni nella popolazione immigrata si rileva sempre più una consistente presenza di anziani. Un fenomeno che attesta un certo ed utile radicamento nel nostro Paese.

Immigrati anziani in Italia: come l’invecchiamento della popolazione migrante sfida sanità, lavoro e welfare
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13 Febbraio 2026 - 19.50


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di Antonio Salvati

Anche gli immigrati invecchiano nel nostro Paese. Infatti, negli ultimi anni nella popolazione immigrata si rileva sempre più una consistente presenza di anziani. Un fenomeno che attesta un certo ed utile radicamento nel nostro Paese. Ma, altresì, una sfida per il nostro sistema sociale, meritevole di approfondimento, al fine di individuare buone pratiche e strategie sostenibili. Se n’è parlato nel corso di un interessante convegno dal titolo Migranti ed età grande: una minoranza di una minoranza che si è tenuto lo scorso 9 febbraio a Roma, nella Sala Pio XI del Palazzo San Calisto, promosso dal Centro di Ricerca in Salute Globale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dalla Fondazione Età Grande ETS e dal Gruppo Italiano Salute e Genere (GISeG).

«Gli stranieri residenti in Italia che pagano le tasse sono oltre 5 milioni, provenienti da circa 180 Paesi. La maggioranza è cristiana, ma più di un milione e mezzo sono musulmani; sono inoltre presenti minoranze significative di induisti e buddisti. Le donne rappresentano il 51% e i bambini nati ogni anno da coppie di stranieri residenti superano le 50 mila unità», ha detto il Professor Walter Malorni, Direttore Scientifico del Centro di Salute Globale, aprendo l’incontro. Il fenomeno migratorio, com’è noto, inizia negli anni Settanta con l’arrivo di donne impiegate nel lavoro domestico, mentre negli anni Ottanta si consolidanoi flussi femminili e l’Italia diventa un Paese attrattivo anche per migrazioni maschili. Grazie alle politiche sull’immigrazione, negli anni Novanta, si sviluppano i ricongiungimenti familiari e, dal 2000, diventa consistente l’arrivo di donne dall’Est Europa impegnate nella cura delle persone. «Sebbene l’età media degli stranieri residenti – ha aggiunto Malorni – sia inferiore a quella degli italiani (circa 35 anni), sta aumentando la quota di immigrati appartenenti ai primi flussi che oggi sono entrati nell’età grande (oltre i 64 anni) che può essere stimata tra i 300 e i 500 mila individui, in maggioranza donne (circa il 65%). Le diverse etnie e confessioni religiose mostrano atteggiamenti differenti nei confronti della malattia e si riscontrano anche differenze di genere, con gli uomini che talvolta vivono la malattia come una perdita del ruolo sociale e tendono a evitare le cure». In tal senso, nei prossimi anni diventerà sempre più evidente occuparsi di problemi di salute e di integrazione sociosanitaria dei migranti appartenenti all’età grande.  «La mia idea – ha continuato Malorni – è di costruire un tavolo permanente multietnico e multireligioso che sotto la sapiente guida della Fondazione Età Grande sappia individuare le maggiori criticità e suggerire ai decisori come affrontarle».

I migranti anziani non sono un’emergenza, ma il risultato prevedibile dell’invecchiamento della popolazione migrante in Italia. Per il Prof. Walter Ricciardi, Ordinario di Igiene generale e applicata dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, hanno «una doppia vulnerabilità, sanitaria e sociale, legata a lavori usuranti, accesso tardivo alle cure, isolamento e condizioni socio-economiche fragili. Nonostante l’universalismo del Servizio Sanitario Nazionale, persistono forti disuguaglianze nell’accesso, nella gestione delle cronicità e nella long-term care. Affrontare questo tema è un test di equità, sostenibilità e capacità di innovazione della sanità pubblica italiana».

I migranti anziani, pertanto, così come gli italiani di origine, sono una popolazione di lavoratori in costante aumento ed invecchiamento. Si tratta di una situazione che non solo pone l’accento sull’aumento dei soggetti con più patologie contemporaneamente, sia prima che dopo l’età pensionabile, «quanto la tendenza – ha affermato il Professor Umberto Moscato, Associato di Medicina del Lavoro dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore del Centro di Salute Globale – a verificarsi di differenti forme di fragilità della persona: sia sociali che economiche, sanitarie e dell’accesso all’assistenza, nonché principalmente quella correlata al genere. Attualmente, l’aumento costante dei migranti al lavoro oltre i 65 anni in Italia riguarda in particolare le lavoratrici, in percentuale quasi doppia rispetto agli uomini; per le donne, poi, il comparto principale lavorativo è quello domestico, prevalentemente quello dell’assistenza e della cura domiciliare, laddove una lavoratrice domestica migrante su quattro è over 60 e si può stimare che due lavoratrici over 60 anni su tre sono impiegate nell’ambito domestico».

Ciò richiederebbe l’attenzione sulla necessità di policy previdenziali che tengano conto delle disuguaglianze di genere e delle carriere lavorative discontinue, «facilitando – ha aggiunto Moscato – l’apprendimento permanente e l’alfabetizzazione digitale tra le popolazioni anziane, al fine di poter proseguire a svolgere attività in uno stato di benessere fisico e psichico, garantendo la loro partecipazione sociale attiva e significativa anche lavorativa, concentrandosi sulla resilienza sia fisica che mentale, altrimenti ancora oggi penalizzanti per molte donne. Il rischio è che si possa verificare anche in Italia il fenomeno già conosciuto all’estero dell’“anziano non pensionabile”, con la potenzialità di un aumento esponenziale della fragilità, diseguaglianza ed impatto “a domino” sulla realtà occupazionale, sanitaria ed economica».

L’estensione temporale della vita umana e la mobilità dei popoli sono forse i più significativi “segni dei tempi “di questa epoca e possono e devono essere affrontati insieme per realizzare più saggie politiche. È la preoccupazione espressa da Mons. Vincenzo Paglia, presidente della Fondazione Età Grande. Dalle fragilità può in realtà nascere una grande forza, la stessa che ha garantito, ad esempio, a milioni di anziani di continuare a vivere e morire nella propria casa negli ultimi decenni. Gli immigrati hanno, di norma, storie lavorative spesso segnate da bassi redditi che fanno sì che, tra di essi, l’incidenza della povertà assoluta sia decisamente elevata – stimata, dall’Istat al 30,4% per le famiglie con almeno uno straniero e al 35,1% per quelle composte esclusivamente da stranieri, contro il 6,3% tra quelle composte solo da italiani (Istat, 2024).  A cui si aggiunge spesso una ridotta (e incompleta) tutela previdenziale.

Gli anziani stranieri, soprattutto tante donne sole, da anziane saranno ancora più povere, non avranno alcuna possibilità di coprire il costo dell’abitazione – che non possiedono – e della vita quotidiana. È a dire che dopo anni di lavoro pesante, di grande responsabilità e quasi eroico – come accade a tante badanti conviventi che assistono a casa, magari sole, anziani molto fragili -, avranno ed hanno due sole opportunità: o restare in Italia in grande povertà, e lontane magari dalla propria rete familiare che possa sostenerle; oppure tornare nel loro Paese senza alcuna pensione o nei casi migliori con una di importo irrisorio.

Tale doppia debolezza – sia reddituale che previdenziale – si sta inoltre collocando – ha osservato nei mesi scorsi Carla Facchini, docente di Sociologia della Famiglia presso la Facoltà di Sociologia di Milano Bicocca – in un quadro complessivo segnato dai mutamenti in atto del sistema pensionistico, che vede non solo un aumento dell’età e dell’anzianità lavorativa necessarie per accedere alla pensione, ma anche il passaggio dal modello retributivo del suo computo a quello contributivo, di norma assai meno favorevole (dato che l’importo della pensione è calcolato non sulle retribuzioni degli ultimi anni, tendenzialmente migliori, ma sull’intero arco lavorativo, comprendente quindi le fasi iniziali e i periodi di precarietà). I mutamenti del sistema pensionistico fanno ipotizzare una maggiore presenza, in futuro, di pensioni di importo modesto, soprattutto per gli immigrati, specificamente penalizzati dalla loro storia lavorativa doppiamente “debole”, esponendoli, quindi, da “anziani” ad un rischio di povertà ancora maggiore di quello che li sta connotando, attualmente, da “adulti”. Eppure – spiega Paglia – «sono state loro che hanno sostenuto, soprattutto a partire dal 2000, un settore come quello della cura, che è cruciale in un contesto di rapido invecchiamento come quello italiano ed europeo. Fa davvero tristezza vedere oggi donne ucraine, magari di 70 o anche 75 anni, cercare ancora un impiego da badante fissa perché “non ho un posto dove stare e mi mancano ancora 2 anni di contributi”».

La crescente incidenza di immigrati tra gli anziani è entrata, finora, solo marginalmente nelle analisi sull’immigrazione e nel relativo dibattito. Eppure dovrebbe essere oggetto di attenzione se si considera il ruolo che le storie lavorative degli immigrati avrà sulle loro pensioni e, quindi, sulle loro future condizioni economiche.

E allora alcuni interrogativi dobbiamo porceli. Non c’è un dovere di riconoscenza – chiede Paglia – per l’assistenza che queste donne hanno fatto con coraggio e sacrifici spesso incredibili, lasciando il loro Paese in età già matura e rigiocandosi, loro che magari erano insegnanti, ingegneri, dirigenti nella vita precedente, e si assoggettano a fare lavori di umile assistenza? Non è saggio, per oggi e per il futuro, aggiunge Paglia, sostenere – sia verso le lavoratrici sia verso i datori di lavoro – un settore come quello della cura a casa, che riduce tanto i costi pubblici del welfare ma i cui costi ormai molte famiglie ed anziani non sono in grado di coprire da soli? Non sarebbe necessario ed intelligente accrescere e facilitare i flussi regolari di immigrati che possono sostenere i lavori di cura in un’Europa ed un’Italia che è invecchiata ed invecchierà ancora di più? Oggi, in Italia vi è una carenza di almeno 200.000 badanti e di moltissimi OSS e infermieri. La “desertificazione” delle cure domiciliari sta già avvenendo perché sempre meno donne straniere vogliono lavorare nelle cure a casa, con redditi bassi e scarse garanzie per la loro vecchiaia. Per di più sempre meno anziani e famiglie possono sostenere i costi di una badante convivente.

La Legge 33/2023, di cui Paglia è stato promotore, prevede una grande rafforzamento dell’assistenza domiciliare agli anziani e agli anziani stranieri. Se applicata, potrà rafforzare la coesione sociale nella società italiana e la stessa integrazione degli stranieri, che potranno guardare con più serenità alla loro vecchiaia nel nostro Paese. Questa legge gli dà l’attenzione che meritano, conferendo all’Italia un primato straordinario che richiede, tuttavia, un’accelerazione. Nei mesi scorsi Paglia ha richiamato sul rischio che la legge resti negli archivi. La cura che tutti dobbiamo prenderci degli anziani è il cuore della legge. “Se noi anziani veniamo curati a casa – direbbe Paglia – non andiamo al pronto soccorso e non pesiamo sul sistema sanitario. I miliardi che vengono così risparmiati, devono essere impiegati per allargare il progetto in altri quartieri. Ma il tema è soprattutto creare una nuova cultura della cura. Perché la vera malattia è l’abbandono”.

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