Mentre i riflettori si accendono sulle piste di Milano-Cortina 2026, dietro le quinte del merchandising ufficiale si consuma un atto di repressione politica che non può passare sotto silenzio. Ali Mohamed Hassan, un giovane commesso, è stato licenziato in tronco per aver pronunciato due parole: “Free Palestine”. Il fatto è avvenuto in un negozio ufficiale dei Giochi, davanti a un gruppo di tifosi israeliani: un’espressione di opinione durata pochi secondi, priva di insulti o minacce, ma prontamente trasformata in un “caso di antisemitismo” dalla macchina del fango digitale di StopAntisemitism.
La criminalizzazione del dissenso
Definire “antisemita” l’invocazione di una Palestina libera è un falso storico e giuridico. È una strategia retorica funzionale a silenziare chiunque denunci l’occupazione militare dei territori palestinesi, definita illegale dalla stessa Corte Internazionale di Giustizia. Chiedere giustizia e autodeterminazione per un popolo non è un atto di odio verso un altro; è un principio cardine dei diritti umani riconosciuto da oltre il 75% degli Stati membri dell’ONU.
Un precedente pericoloso per il mondo del lavoro
Il licenziamento di Hassan non è solo una punizione individuale, è un messaggio intimidatorio inviato a tutti i lavoratori: le vostre opinioni politiche possono costarvi il pane. In un contesto olimpico che vanta valori di fratellanza, la scelta di cedere al ricatto dei gruppi di pressione pro-occupazione è una macchia indelebile. Trasformare una frase di solidarietà in “molestia” (harassment) è una forzatura che calpesta la libertà di espressione garantita dalla Costituzione.
Hassan non è un criminale, è un uomo che ha espresso un’opinione politica legittima e diffusa globalmente. Il suo licenziamento è un atto di servilismo ideologico che va combattuto con il reintegro immediato. Non possiamo permettere che la lotta all’antisemitismo venga strumentalizzata per giustificare l’apartheid e punire chi ha il coraggio di denunciarlo.
Argomenti: Palestina