Indagini su Rogoredo: prende forza l’ipotesi di omicidio volontario, vacilla la tesi della legittima difesa
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Indagini su Rogoredo: prende forza l’ipotesi di omicidio volontario, vacilla la tesi della legittima difesa

Si consolida l’ipotesi di omicidio volontario nei confronti del poliziotto Carmelo Cinturrino, assistente capo di 42 anni che il 26 gennaio, nel boschetto di Rogoredo a Milano, ha sparato uccidendo il 28enne Abderrahim Mansouri.

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20 Febbraio 2026 - 22.02


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Si consolida l’ipotesi di omicidio volontario nei confronti del poliziotto Carmelo Cinturrino, assistente capo di 42 anni che il 26 gennaio, nel boschetto di Rogoredo a Milano, ha sparato uccidendo il 28enne Abderrahim Mansouri.

Dagli interrogatori in Questura degli altri quattro agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso emerge una versione che aggraverebbe la posizione del collega. Secondo quanto riferito, Cinturrino avrebbe assicurato di aver già allertato i soccorsi quando Mansouri era a terra agonizzante, ma la chiamata al 118 sarebbe partita solo oltre venti minuti dopo lo sparo. I quattro poliziotti hanno escluso qualsiasi coinvolgimento diretto nell’omicidio, sostenendo che nelle fasi successive al colpo avrebbe gestito tutto Cinturrino, descritto come una sorta di “fanatico” con modalità operative ritenute “opache”.

La versione dell’agente

Il poliziotto continua a respingere l’accusa più grave. “Non avevo intenzione di uccidere. Ho sparato perché avevo paura”. Lo ha ribadito al suo difensore, l’avvocato Piero Porciani, durante un incontro avvenuto nelle ultime ore dopo gli interrogatori dei colleghi presenti quella sera a Rogoredo.

Secondo quanto trapela, nel colloquio non si sarebbe discusso della pistola — poi rivelatasi una replica a salve — trovata accanto alla vittima. Per la Procura l’arma sarebbe stata collocata sulla scena dopo la morte del giovane, mentre Cinturrino ha sempre sostenuto che Mansouri gliel’avesse puntata contro, costringendolo a reagire. L’assistente capo ha inoltre negato qualsiasi rapporto con gli spacciatori della zona.

Le nuove dichiarazioni dei colleghi

Davanti al pm Giovanni Tarzia, i quattro agenti indagati avrebbero precisato numerosi elementi rispetto alle versioni precedenti. Pur con ruoli diversi — uno era accanto a Cinturrino al momento dello sparo, gli altri sono arrivati successivamente — tutti avrebbero indicato nel 42enne la figura che gestì le fasi immediatamente successive, compresa la presunta falsa rassicurazione sull’arrivo dei soccorsi.

Dai verbali emergerebbe anche una gestione considerata “borderline” di alcune operazioni antidroga. In più occasioni, sempre secondo quanto ricostruito, Cinturrino avrebbe usato le mani contro tossicodipendenti e piccoli spacciatori dell’area.

Il giallo della borsa

Un passaggio ritenuto cruciale riguarda quanto avvenuto dopo lo sparo. In base alla ricostruzione della Procura — supportata anche dalle immagini delle telecamere — l’agente più vicino a Cinturrino si sarebbe recato al commissariato Mecenate per poi tornare con una borsa mentre il 28enne era ancora a terra, prima della chiamata al 118. Gli altri colleghi avrebbero dichiarato di non sapere cosa contenesse.

Gli investigatori ipotizzano che proprio in quel frangente possa essere stata collocata la replica della pistola a salve accanto al corpo, circostanza che — se confermata — indebolirebbe la tesi della legittima difesa sostenuta dall’assistente capo. Una ricostruzione in linea anche con le indagini difensive degli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, che assistono la famiglia della vittima.

I 23 minuti di ritardo

Le indagini hanno inoltre accertato che Mansouri, poco prima di essere colpito, era al telefono con un altro presunto spacciatore, che gli avrebbe detto: “Attento, c’è la polizia scappa”. Il giovane sarebbe stato richiamato poco dopo senza però rispondere, perché già a terra ferito. Da qui il conteggio dei 23 minuti di ritardo nell’allerta al 118 ricostruito finora dagli investigatori.

Le analisi sul dna

Sulla pistola a salve trovata accanto al cadavere sono stati individuati due profili genetici. Si tratta dei primi esiti — ancora parziali — delle analisi forensi sull’arma, risultata una riproduzione di una Beretta. Le identità restano al momento riservate e sono state rilevate anche ulteriori tracce complesse ancora da confrontare.

Gli inquirenti proseguono gli approfondimenti non solo sulla dinamica di quel pomeriggio, ma anche sul contesto operativo dell’assistente capo. Tra gli elementi al vaglio figura pure un presunto falso verbale di arresto del 2024 relativo a un pusher poi assolto. Le versioni fornite dagli altri quattro agenti, sentiti giovedì, vengono descritte da fonti qualificate come univoche e concordanti.

L’intervento del Viminale

Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: “Sono compiaciuto che la polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno, di saper dare la migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di poter fare chiarezza anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà”.

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