di Alessia de Antoniis
Inizia oggi all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, il primo Festival del co-Housing italiano: una giornata intera dedicata alle nuove forme di abitare condiviso per anziani, promossa dall’Assessorato alle Politiche Sociali e alla Salute di Roma Capitale e finanziata dal PNRR.
Sul palco, Barbara Funari – assessora alle Politiche Sociali e alla Salute di Roma Capitale – sposta subito il piano: «Non siamo qui solo per inaugurare un festival, ma per dare voce a una necessità profonda: ripensare l’abitare quando la vita si allunga». Non è una formula. È una linea. I numeri che porta non sono accessori: quasi 10 milioni di persone che vivono sole in Italia, oltre 3 milioni over 65, e una quota consistente di over 75 che dichiara di sentirsi sola spesso o sempre. «Uno su cinque non ha nessuno con cui parlare».
È da qui che parte il discorso. Non dal co-housing, ma dalla solitudine. «Anziano non è uguale a solo». Non è una frase retorica. È un rovesciamento politico. Significa spostare la vecchiaia fuori dall’assistenza e dentro la città.
«Ogni cittadino ha il diritto di abitare la propria casa e il proprio quartiere anche nella vecchiaia, respingendo l’istituzionalizzazione forzata come unica scelta possibile». Funari cita Bauman — la solitudine come condizione “rischiosa e terribile” — ma soprattutto chiude con un impegno che è più operativo che simbolico: passare dall’analisi alla pratica, rendere la prossimità reale.
Per questo festival, Barbara Funari ha scelto un linguaggio insolito per un’amministrazione pubblica: Erri De Luca, Nicola Piovani, Le Coliche, Luca Barbarossa, Ema Stokholma. «Perché è un tema che riguarda tutti, a tutte le età. – racconta l’assessora – Il welfare viene spesso percepito come qualcosa di nicchia, per addetti. Ma la vecchiaia riguarda ciascuno di noi. Serviva un linguaggio che arrivasse a tutti. La partecipazione di oggi lo dimostra: non ci sono solo anziani, ma persone di mezza età, giovani. È una rete che una volta esisteva. Le famiglie sono cambiate e dobbiamo costruire nuove forme di relazione.»
Il co-housing oggi intercetta soprattutto fragilità già conclamate. Ma esiste una fascia enorme — persone autonome ma con pensioni basse, in case non adeguate — che resta fuori. Questo festival a chi si rivolge? E chi resta fuori?
Si rivolge anche a questa fascia di persone che vivono da sole nelle nostre case a Roma e non hanno ancora bisogno di rivolgersi ai servizi sociali, ma si chiedono con chi parlare, a chi chiedere aiuto se un giorno c’è una febbre che non passa. Questo festival si rivolge a loro. E non vuole escludere nessuno: anche i liceali, ai quali abbiamo voluto raccontare questi temi, perché ognuno di noi ci auguriamo diventi anziano il più a lungo possibile.
Il senior living privato cresce rapidamente, con rette spesso proibitive. Se il pubblico non riesce a costruire alternative accessibili, il rischio è che il co-housing diventi un modello per pochi. Questo festival costruisce davvero una risposta pubblica?
Vogliamo creare una risposta pubblica che, forse per la prima volta, lancia anche un tema di responsabilità condivisa. Roma ha un numero enorme di persone che vivono da sole in case grandi e di proprietà. Vogliamo metterci accanto, con personale qualificato, reti, attività, informazioni, anche a chi dice: forse sono interessata, vorrei provare, aiutatemi a capire. Prima una signora di 74 anni mi ha detto: finalmente se ne parla.
La legge 33/2003 introduce il co-housing ma mancano ancora degli attuativi. Il PNRR sta per scadere. Siete pronti?
Siamo pronti, ma aggiungo anche preoccupati. Il PNRR ci ha permesso di riqualificare spazi e creare strutture: una grande novità per Roma. Stiamo cercando altri fondi europei. Ma se la legge 33 non arriva a un finanziamento importante e serio — parliamo di miliardi di euro, non di iniziative spot — rischiamo che rimanga un testo molto bello ma non attuabile. E in questi casi non cambierà la vita di nessuno.
Dalle città che ci hanno preceduto — Milano, Torino, Bologna — cosa impara Roma?
Che è possibile. Ma Roma ha sempre bisogno di trovare un modello che possa rispondere a una complessità che è tutta sua e che le altre città non hanno. Creare un modello romano è la vera sfida, per poi magari estenderlo a un discorso Paese.
Avete già individuato strutture?
Abbiamo già un co-housing in una zona vicino al Casaletto, molto bello, con un attico meraviglioso: i nostri anziani hanno una vista straordinaria. È un bene confiscato alla mafia. Come questo, anche altri: il patrimonio che riqualifichiamo col PNRR è molto spesso un bene confiscato alla mafia.
Il Comune come affronta la concorrenza dei grandi gruppi privati che arrivano prima alle strutture da riqualificare? Penso a Social Hub nell’area dell’ex Dogana a San Lorenzo.
Non sono concorrenti perché non si rivolgono al nostro target. Sono più concorrenti del mondo della sanità. E comunque la differenza è tra chi ha i soldi e chi no. Se come Roma Capitale avessimo potuto arrivare prima a certi fondi, sarebbe stato diverso.