Riforma della giustizia minorile: perché vanno difesi i percorsi educativi contro l'approccio punitivo del governo
Top

Riforma della giustizia minorile: perché vanno difesi i percorsi educativi contro l'approccio punitivo del governo

Com’era facilmente prevedibile il disegno di legge sulla giustizia minorile approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri ha provocato un forte clamore, soprattutto tra coloro che operano nel recupero di giovani coinvolti in procedimenti giudiziari.

Riforma della giustizia minorile: perché vanno difesi i percorsi educativi contro l'approccio punitivo del governo
Giustizia Minorile
Preroll

globalist Modifica articolo

25 Luglio 2026 - 13.36


ATF

di Antonio Salvati

Com’era facilmente prevedibile il disegno di legge sulla giustizia minorile approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri ha provocato un forte clamore, soprattutto tra coloro che operano nel recupero di giovani coinvolti in procedimenti giudiziari.

Quegli operatori che continuano a sottolineare l’importanza di concedere ai giovani che si sono resi responsabili di reati il tempo di fermarsi, metabolizzare l’accaduto, riflettere su che cosa hanno provato, dargli un nome e regolarsi di conseguenza. Del resto, è necessario – ha osservato lo scrittore Lugi Ballerini – da parte degli adulti «mettere sempre in conto l’errore di un giovane come elemento possibile del processo di crescita. L’alternativa è una pretesa quasi allucinatoria di perfezione: aspettarsi ragazze e ragazzi sempre adeguati, sempre lucidi, sempre coerenti». La domanda per gli adulti davvero interessante di fronte a un loro sbaglio non è soltanto «che cosa ha fatto?», ma «quale bisogno non espresso ha sostenuto quell’azione?», «quale pensiero si è insinuato?», «dove pensava di trovare soddisfazione?». Ciò non significa affatto – spiega Ballerini – eliminare o abdicare al giudizio e alla correzione, i ragazzi stessi parlano dell’errore come di allontanamento dal giusto. È dirimente «il modo in cui si giudica. Dire “hai sbagliato” non è la stessa cosa che dire “sei sbagliato”. La prima affermazione apre alla possibilità della correzione, la contempla intrinsecamente, la seconda inchioda la persona a una identità definitiva, la sposta a un livello ontologico. È proprio tale definitività che andrebbe evitata. Ce lo chiedono loro: che l’errore non abbia l’ultima parola sulla persona. Perché se crescere e sbagliare sono verbi che chiedono di convivere, crescere esige di poter convivere anche con ripartire».

Per questi motivi, la chiave da usare è garantire l’esecuzione della pena attraverso percorsi che permettano di redimere, di comprendere il senso della condanna e della detenzione per preparare il futuro. La questione centrale è legata alla possibilità di conoscere, essere sapienti, capire i problemi con onestà, non in maniera ideologica, ignorante, spacciando soluzioni che non sono tali e che ingannano la legittima richiesta di sicurezza.  Non è facile cambiare, capire, mostrare la fragilità tenuta nascosta, trovare qualcuno che la sa vedere e custodire. Per queste ragioni è importante investire in progetti e in personale educativo e sociale, affinché coloro che possono favorire questa comprensione siano in numero sufficiente e abbiano a disposizione mezzi e professionalità per programmare con maggiore efficacia percorsi di cambiamento e pene alternative. La giustizia minorile deve poter continuare a garantire percorsi educativi, di studio e di lavoro.

È chiaro, a chiunque lavori in questi contesti, che manca un autentico pensiero legislativo, oltre che pedagogico, sulla giustizia minorile. Un’assenza che va ben oltre il decreto-legge del 2023, cosiddetto “Caivano”. Sicuramente danno una sintesi chiara le cifre: gli ingressi negli Istituti Penale per i Minorenni (noti anche come carcere minorili) sono passati dagli 813 del 2021 ai 1.197 del 2025. La detenzione dei minori autori di reato – ha sostenuto Giovanni Ribuoli, insegnante presso il carcere minorile di Roma – «non è più percepita come “caso-limite” dalla società italiana: anzi, il dibattito pubblico ha inasprito sempre più i toni nei confronti di chi compie reati prima dei 18 anni».

L’attenzione mediatica su fatti gravi di cronaca dei minori rischia spesso di determinare distorsioni della percezione e dei giudizi nell’opinione pubblica, favorita obiettivamente dal fatto che i dati statistici sono dispersi tra più fonti e validati solo a notevole distanza di tempo. Vale la pena allora almeno ricordare alcune dimensioni essenziali. Il numero di omicidi commessi da minorenni, negli ultimi tredici anni, è diminuito sensibilmente, passando dai dati del periodo 2014 – 2017 che oscillavano tra i 30 e i 35 eventi per ogni anno, a quelli dell’ultimo biennio 2023 – 2024 che sono stati rispettivamente di 25 e 26 eventi. Le diminuzioni più significative, ovviamente escludendo il biennio interessato dalla pandemia, si sono avute tutte prima dell’inasprimento repressivo determinato dal D. L. 15 settembre 2023 n. 123. A conferma, precisa Claudio Cottatellucci Presidente dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia, «se ce ne fosse bisogno, del fatto che l’accentuazione delle pene detentive e la creazione anche di nuove fattispecie di reato non è in grado di produrre nessun risultato apprezzabile neppure sotto il profilo della sicurezza pubblica».

Roberto Cornelli, Professore di Criminologia nell’Università di Milano, denuncia il modo di trattare i dati sulla delittuosità minorile, di come siano male utilizzati e di come, proprio perché male utilizzati, contribuiscano alla costruzione di emergenze che confondono problemi e priorità in un amalgama indistinto e ingovernabile che crea angoscia, diffonde paure e richiede misure eccezionali. Se consideriamo, anzitutto, l’omicidio volontario consumato, delitto che presenta un numero oscuro tendente allo zero e alti tassi di svelamento dell’autore, e che risulta, in tutto il mondo, l’indicatore più affidabile per misurare la violenza, mettendo, ovviamente, tra parentesi gli anni dell’emergenza da Covid-19, i minorenni e giovani adulti segnalati dall’Autorità Giudiziaria agli Uffici di servizio sociale per omicidio non sono in aumento se osserviamo l’ultimo decennio e sono in netta diminuzione se consideriamo l’ultimo trentennio: negli anni Novanta si era attorno alla soglia di 50 omicidi commessi da minorenni, agli inizi degli anni Duemila ci si è avvicinati alla soglia dei 70 per poi scendere nel secondo decennio a 30 (sotto i 20 nel biennio 2018-2019) e stabilizzarsi attorno ai 25 negli ultimi anni. Se poi osserviamo i minorenni o giovani adulti segnalati per tutti i delitti, notiamo, sempre in base ai dati del Dipartimento di Giustizia Minorile, una diminuzione costante fino agli anni dell’emergenza da Covid-19: si passa da più di 20mila segnalazioni nei primi anni del Duemila alla soglia delle 15mila a metà del secondo decennio la quale, nel 2024 (ultimo dato disponibile), rimane insuperata. Evidentemente bisognerà osservare con attenzione se la risalita dopo gli anni del Covid avrà una battuta d’arresto nel 2025, rimanendo entro la soglia del secondo decennio degli anni Duemila o innescherà una dinamica di ripresa dei livelli degli inizi degli anni Duemila o, addirittura, di quelli ancora più elevati degli anni Novanta. Quindi, oggi, parlare di impennata di reati commessi dai minori è sbagliato e fuorviante. I dati di cui disponiamo non supportano l’ossessione securitaria che sta infiammando il dibattito pubblico su giovani e violenza. Episodi gravi accadono ed è giusto farsene carico, capendone la specificità più che l’ordinarietà.

Pertanto, più che un aumento della delinquenza giovanile bisogna denunciare un aumento della sofferenza giovanile. La diffusione di alcol e droghe – pesanti e leggere – lo testimoniano. Le storie di devianza nascono, inoltre, dall’assenza di figure adulte di riferimento, anche perché così poco ci si assume la responsabilità di qualcuno. Nei decenni passati la legislazione e la letteratura pedagogica disegnavano l’istituto penale per i minorenni con un’intensa attività lavorativa, scolastica e professionalizzante. Oggi, però, qualcuno vorrebbe di nuovo un carcere minorile fatto per nascondere in cella chi ha ricevuto una condanna ma soprattutto il pesante insulto della società. Cioè? Meno scuola, meno lavoro, meno professionalizzazione e pochissima socialità. Un carcere segnato dal “fatti i fatti tuoi” e “fatti la galera”: lì, scuola, lavoro, socialità e professionalità sono riservati a pochissime persone.

Tornando al provvedimento licenziato dal governo, non si può non rilevare che qualora venisse approvato dal Parlamento, la specificità della giustizia minorile viene in questo modo, se non cancellata, fortemente attenuata su uno dei suoi passaggi fondamentali. La Corte costituzionale ha già affrontato questo tema. Con la sentenza n. 2 del 2022 ha affermato che l’imputabilità del ragazzo tra i 14 e i 18 anni non può mai presumersi, ma deve essere sempre oggetto di una valutazione specifica, calibrata sulla sua peculiare situazione esistenziale. La riforma presenta dubbi di costituzionalità molto seri. Non si stanno modificando semplicemente due articoli di legge: si stanno toccando principi che la Corte costituzionale ha già ricondotto agli articoli 2, 27 e 31 della Carta. Inoltre, Save the Children ha fatto notare che le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità sono passate da 256 nel 2004 a 60 nel 2024 e i proscioglimenti sono stati appena 4 nell’ultimo anno, a conferma del fatto che questo istituto viene già applicato con estrema cautela. Ma tant’è.Si rischia – secondo Cottatellucci – di produrre un’eterogenesi dei fini. L’osservazione della personalità non serve soltanto ad accertare l’imputabilità: serve, quando la responsabilità penale viene riconosciuta, a costruire una pena conforme all’articolo 27 della Costituzione, cioè realmente rieducativa. Per capire come recuperare un ragazzo bisogna prima conoscerlo. Da qui nasce la messa alla prova, che è il vero cardine del processo penale minorile.

Questa riforma è stata continuamente associata agli episodi di cronaca che hanno per protagonisti i cosiddetti “maranza”. Ma cosa significa? Forse che l’osservazione della personalità diventa meno importante quando il ragazzo non è cittadino italiano? Qui non stiamo – sottolinea Cottatellucci – «parlando di diritti del cittadino, ma di diritti della persona. L’articolo 2 della Costituzione non conosce confini fondati sulla cittadinanza. Per questo trovo molto pericolose scorciatoie che finiscono per segmentare il diritto su base etnica». Il messaggio di fondo è che la giustizia minorile sarebbe troppo indulgente e che punire di più significherebbe avere meno reati. Ma è una rappresentazione che i fatti smentiscono. Responsabilizzare un ragazzo non significa punirlo automaticamente: significa conoscerlo e costruire un percorso. Infine, appare assai difficile immaginare che un giudice minorile rinunci davvero a valutare il ragazzo nella sua interezza. Sarebbe contrario alla cultura stessa di questa giurisdizione e rischierebbe di compromettere la qualità delle decisioni. Il guaio è il messaggio culturale. Si accredita l’idea che il processo minorile debba essere semplificato perché troppo garantista, che conoscere la persona sia un ostacolo all’efficienza. La realtà – sperimentata tutti i giorni – da tanti operatori racconta altro.

Deve essere riconosciuta a ciascuno la possibilità di riscattarsi dal passato e progettare un futuro di bene. Senza futuro il presente diventa invivibile. Ha osservato il cardinale Matteo Zuppi: «Una pena che vuole soltanto punire la colpa è uno spreco di risorse e di umanità, perché non rende migliore né chi la subisce né chi la impone. Non è saggio né utile scaricare tutto sul carcere, tanto meno pensare il carcere come una discarica sociale. Un carcere che riversa tutta la responsabilità sul colpevole, lasciandolo da solo, non aiuta né il condannato né il popolo italiano, in nome del quale è stata emessa la sentenza, ad assumersi la responsabilità di costruire un futuro responsabile. Il tempo di una persona non può mai essere privo di significato. La Costituzione dà alla pena detentiva la centralità rieducativa ed è un valore intangibile».

Native

Articoli correlati