Il decreto scuola ha già prodotto i suoi effetti collaterali: razzismo, esclusione e repressione

Il tanto pubblicizzato Decreto Scuola ha già sortito i suoi primi effetti (collaterali).

Il decreto scuola ha già prodotto i suoi effetti collaterali: razzismo, esclusione e repressione
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Giovanna Musilli Modifica articolo

2 Ottobre 2026 - 19.44


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Il tanto pubblicizzato Decreto Scuola – quel provvedimento tanto urgente da entrare in vigore il prossimo anno scolastico che risolve le vere emergenze della scuola, cioè l’uso del burqa e un’eccessiva presenza di studenti stranieri nelle classi – ha già sortito i suoi primi effetti (collaterali). 

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A Genova, sul cancello della scuola primaria Daneo, è stato affisso uno striscione che recitava “Qui nessuno è straniero”, immediatamente rimosso da due agenti della Digos. Con ogni probabilità, i solerti poliziotti sono stati mossi dall’intenzione di sgominare la protesta eversiva di sediziosi bambini in odore di contestazione. Di fronte alle proteste di insegnanti e genitori, la questura ha poi scaricato i due agenti, affibbiando loro l’esclusiva responsabilità dell’iniziativa. 

A Fossano, nel cuneese, l’autista di un pullman ha impedito a una quattordicenne marocchina di salire, adducendo una motivazione dichiaratamente razzista: a scanso di equivoci, infatti, avrebbe detto “faccio salire solo gli Italiani”. Poi, di fronte alla denuncia della famiglia della ragazza, il vigoroso difensore della stirpe italica si sarebbe schermito dietro fantomatici fraintendimenti. 

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A Roma, l’Associazione genitori della scuola primaria Di Donato, nel rione Esquilino, dopo una riunione spontanea avvenuta domenica 27 settembre, ha espresso pubblicamente forti perplessità sul Decreto Scuola, appellandosi perfino al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È diventata virale la preoccupazione di una madre che ha sentito uno dei suoi figli dire all’altro “preparati, dovremo cambiare scuola perché siamo neri”.

Purtroppo, quando il vento soffia in una direzione, l’opinione pubblica è inconsapevolmente indotta a seguirlo, soprattutto se priva degli strumenti culturali e critici necessari per prenderne le distanze. Non si vuole intendere che quei poliziotti o l’autista abbiano delle convinzioni razziste, anzi, possiamo perfino spingerci a supporre che se la destra meloniana non si fosse ingaggiata nella disperata rincorsa del generale Vannacci, accendendo volutamente la miccia del razzismo, nessun cittadino italiano, o quasi, nel 2026 si sarebbe posto o si porrebbe il problema del colore della pelle. 

Il punto è che, al di là dei provvedimenti effettivi – il Decreto Scuola sarà inapplicabile senza investimenti e per di più riguarderà poche centinaia di studenti su circa otto milioni – le classi dirigenti hanno il potere di modificare il clima culturale di un paese. 

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Probabilmente sono pochissimi i cittadini che definirebbero se stessi razzisti, eppure, quando si ha l’impressione inconscia che il comune sentire abbia sdoganato le discriminazioni razziali, quei freni inibitori che prima erano automatici iniziano a indebolirsi e come l’aria che passa dagli spifferi di una finestra danneggiata, così intolleranza e violenza iniziano a insinuarsi nel muro della censura morale. Come una diga messa alla prova dalle infiltrazioni d’acqua, senza interventi di manutenzione, finisce con il cedere, allo stesso modo l’autocontrollo di molte persone rischia di essere lentamente eroso dall’imbarbarimento del clima politico. 

L’Italia è una paese con cinque milioni di persone ai limiti della povertà e con un terzo dei cittadini afflitti da analfabetismo funzionale (dati OCSE 2024), in cui la progressiva restrizione del welfare, l’aumento dell’inflazione, i salari bassi, l’incremento della criminalità cittadina, la paura della guerra sono questioni che minacciano da vicino la vita delle persone, facilitando sensibilmente l’individuazione di un capro espiatorio, in genere facile da identificare e incapace di difendersi. 

La psiche umana lavora “in economia”, alla riflessione critica in genere preferisce la pulsione viscerale. Quando si è impoveriti, esasperati, impauriti, si diventa facilmente preda del primo imbonitore di turno, a cui fa comodo indirizzare la rabbia sociale verso gli stranieri, pur di non ammettere i propri fallimenti. 

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Poco importa se si sostengono idee false, anticostituzionali, che hanno già dimostrato nel secolo scorso di quali tragedie possono diventare foriere. Né vale che il concetto di nazione su base etnica e identitaria sia incompatibile con la modernità, col diritto e col buonsenso. Pur di guadagnare qualche manciata di voti in vista delle prossime elezioni politiche, sempre più vicine, non si guarda in faccia nemmeno a dei bambini delle elementari che temono di doversi allontanare dai loro amici per via del colore della loro pelle. 

Restiamo umani. 

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