Europee: il centro non è più centrale e perde quella sinistra che scimmiotta la destra
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Europee: il centro non è più centrale e perde quella sinistra che scimmiotta la destra

Se il Pd di Elly Schlein è uscito rafforzato da questo voto, io credo che il motivo principale sia nella volontà di rottura con le politiche del passato, con i vari Renzi e Letta e nella speranza di cambiamento

Europee: il centro non è più centrale e perde quella sinistra che scimmiotta la destra
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Claudio Visani Modifica articolo

10 Giugno 2024 - 16.43


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La pseudo sinistra che fa le stesse politiche della destra e indossa l’elmetto per l’Ucraina esce massacrata da queste elezioni europee. Il crollo del partito di Macron in Francia, doppiato dal Rassemblement di Marine Le Pen, e l’abisso in cui è sprofondata la Spd di Scholz in Germania, sorpassata anche dai nazionalisti di estrema destra di Afd, fanno impressione.

Non credo sia un caso se l’onda nera che si allarga in tutta Europa colpisce in primis i due paesi guida dell’Unione europea e i due leader più schierati in difesa dell’Ucraina e dell’Ordine costituito. I socialisti resistono invece in Spagna e Portogallo oltre che in Svezia, Danimarca, Paesi Bassi e Romania. Fa eccezione l’Italia, dove all’avanzata della destra (in percentuale, non in voti) corrisponde il consistente rafforzamento del Partito democratico (passato dal 19% delle politiche al 24% di oggi) e il successo dell’alleanza tra Sinistra italiana e Verdi che, spinta dalla buona causa della liberazione dell’anarchica Ilaria Salis dalle grinfie di Orban, ottiene il miglior risultato di sempre sfiorando il 7%.

Bisogna inoltre tenere conto del fatto che le percentuali di voto sono influenzate dal calo dei votanti. Se si vanno a vedere i numeri assoluti, l’avanzata dei Fratelli d’Italia e del governo Meloni non c’è. Anzi, rispetto alle politiche la destra perde complessivamente oltre un milione di voti, mentre la sinistra ne guadagna quasi 700mila, con il Pd, che pur avanzando di cinque punti, guadagna “solo” 150mila voti sulle politiche che però gli bastano per accorciare le distanze. Il vero crollo è dei Cinquestelle, che perdono circa due milioni di voti rispetto alle politiche, e dei riformisti liberali (Renzi, Calenda, Bonino) che ne perdono più di un milione.

A dimostrazione che il centro non è più centrale. E fa specie sentire la Von del Leyen che grida al successo e alla garanzia di centralità dei popolari che dovrebbero garantire la nuova governance Ue e la sua rielezione.

È stata una campagna elettorale tra le più brutte che io ricordi, paradossale. Erano elezioni europee ma si è parlato poco e niente di Europa e dei grandi temi del nostro tempo: dalle guerre alla crisi climatica, dai rapporti tra il mondo di sopra e quello di sotto ai grandi mutamenti geopolitici in corso, dalla crisi delle democrazie al drastico peggioramento delle condizioni sociali, di vita e lavoro da troppo tempo ignorato dalla classe politica al potere. Una distanza dei partiti dai problemi reali e dalla gente che è la causa principale dell’astensionismo, con un elettore su due che non va più a votare. Si tratta in gran parte dei ceti più colpiti dalla crisi – a cominciare dai giovani – e di un elettorato prevalentemente di sinistra che non trova più punti di riferimento, che ha perso la speranza nel cambiamento e, per dirla con Bersani, si è rifugiato nel bosco. Nel clima di incertezza e paura che domina le nostre società e il nostro vivere quotidiano, l’altra metà che vota preferisce l’originale alla copia, l’uomo (o la donna) forte e solo al comando, il volto truce della destra-destra che promette legge, ordine e sicurezza, Dio, patria e famiglia, prima gli italiani, lotta dura agli immigrati, ai contestatori e ai diversi, ai burocrati di Bruxelles, all’établissement. E che, per questo, probabilmente si sente più vicina a Putin che a Zelensky, al governo Netanyahu che ai palestinesi. 

Per fermare l’onda nera e ridare motivazioni e speranze a chi sta nel bosco occorre però – in Italia come in Europa – una sinistra che torni a fare la sinistra, impegnata a costruire un’alternativa credibile che può nascere soltanto da una nuova visione del mondo e del nostro vivere sorretta da pensieri lunghi e da coerenza di comportamenti. L’attesa c’è. Pensiamo al mondo pacifista, alla mobilitazione nelle scuole e nelle università contro il riarmo e per la Palestina, ai movimenti per la difesa dell’ambiente e la sostenibilità economica, alle iniziative e ai referendum per ridare dignità e centralità al lavoro.

Colpisce che tra gli studenti fuori sede che hanno votato, il 73% delle preferenze vadano a Sinistra e Verdi, Pd e Cinquestelle. E che gli stessi tre partiti siano le prime scelte degli elettori sotto i trent’anni. Un gradimento che è un’aspettativa. Se il Pd di Elly Schlein è uscito rafforzato da questo voto, io credo che il motivo principale sia nella volontà di rottura con le politiche del passato, con i vari Renzi e Letta e nella speranza di cambiamento di quel partito che la segretaria rappresenta. La speranza in una nuova sinistra che ambisca ad abolire la guerra, a salvare il pianeta su cui viviamo, a eliminare le diseguaglianze per costruire un mondo più giusto. 

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