La nomina di Stefano Beltrame a nuovo ambasciatore italiano a Mosca, annunciata il 28 agosto 2025 dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, non è un normale avvicendamento nelle sedi diplomatiche. È un segnale politico che squarcia il velo su una strategia opaca, in cui gli interessi della Lega, le ambizioni di Matteo Salvini e un filo nero con il Cremlino si intrecciano con inquietante chiarezza.
Un diplomatico di carriera
Beltrame, 65 anni, veronese, ha un curriculum diplomatico di rilievo: Kuwait, Iran, Stati Uniti, Cina, Vienna. Ma la sua carriera non basta a spiegare la scelta di Palazzo Chigi. Il nodo è un altro: il suo ruolo come consigliere diplomatico di Salvini nel governo Conte I, quando organizzava missioni a Mosca culminate nel famigerato caso Metropol.
All’hotel moscovita, nell’ottobre 2018, emissari della Lega tentarono di negoziare con uomini vicini al Cremlino un finanziamento occulto al partito attraverso operazioni petrolifere. L’accordo non si concretizzò, ma lo scandalo esplose, rivelando un legame politico ed economico mai chiarito. Beltrame, che curava i viaggi di Salvini e la rete di contatti russa, non era un semplice spettatore.
Un segnale politico mascherato da rotazione diplomatica
Il richiamo a Roma di Cecilia Piccioni – ambasciatrice a Mosca dal 2024 – e la sostituzione con Beltrame non sono frutto del caso. Secondo fonti interne, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, uomo forte della Lega, ha spinto per garantire al suo ex consigliere una sede prestigiosa, mentre Tajani ha ceduto per salvaguardare gli equilibri di governo.
Il risultato è un ambasciatore che porta con sé un passato ingombrante e rapporti consolidati con Mosca, in un momento in cui Roma dovrebbe mantenere una linea di fermezza contro l’aggressione russa in Ucraina.
La Lega e Putin: un rapporto mai reciso
Durante il Conte I, Salvini definiva Putin un “leader forte” e attaccava le sanzioni europee. I viaggi in Russia, con Beltrame al suo fianco, erano parte di una strategia che mirava a rafforzare i legami con il Cremlino. Lo scandalo Metropol ha lasciato un’ombra lunga: sospetti di collusione che non sono mai stati dissipati del tutto.
Oggi quella stessa figura viene scelta per rappresentare l’Italia proprio a Mosca. Una scelta che sa più di premio politico che di merito professionale.
Il contesto internazionale: Trump, l’Europa e i rischi di ambiguità
La decisione arriva mentre l’Europa cerca di tenere unita la linea sulle sanzioni contro Mosca e la NATO rafforza la presenza ai confini orientali. L’Italia è parte attiva di questo fronte, ma la nomina di Beltrame lancia un messaggio ambiguo.
Non è un dettaglio che l’annuncio sia arrivato prima ancora del gradimento ufficiale del Cremlino, quasi a voler mostrare che Mosca non ha nulla da obiettare. Un’irregolarità che somiglia a un tacito via libera, se non a un segnale di complicità.
Una diplomazia ostaggio dei giochi di potere
Beltrame non è solo un diplomatico esperto: è l’uomo che ha dato una patina istituzionale alle missioni filorusse della Lega. Oggi la sua nomina a Mosca appare come l’ennesimo compromesso tra gli interessi del governo Meloni e le ambizioni di Salvini.
In un momento in cui l’Italia dovrebbe mostrarsi salda al fianco dell’Ucraina e coerente con i valori europei, questa scelta manda tutt’altro segnale: indulgente verso Mosca, permeabile alle pressioni interne, opaca sul piano della trasparenza.
Invece di rafforzare la posizione dell’Italia nel fronte europeo e atlantico, la decisione di Tajani e del governo Meloni sembra piegare la politica estera a logiche di partito. Una scelta che rischia di indebolire la credibilità internazionale del Paese e di offrire a Mosca l’immagine di un’Italia pronta a chiudere un occhio.