di Pancrazio Anfuso
Ogni volta che viene fuori qualcosa di nuovo che ci fa indignare c’è qualcuno da qualche parte che alza il ditino per ricordarci delle volte che non ci siamo indignati per qualche altra cosa.
Per esempio, partito il nuovo massacro in Iran, si rinfaccia alle piazze inferocite per lo sterminio e la distruzione di Gaza di non autoconvocarsi istantaneamente per i destini dei poveri iraniani vessati da un regime sanguinario.
Lasciamo poi stare la pena per l’omicidio di Renee Nicole Good a Minneapolis, e lo schifo per l’avallo delle giustificazioni irricevibili addotte da Trump & co e smentite da tutti i documenti filmati che circolano.
Ci sono le indignazioni paracule, poi: quelle che enfatizzano una cosa non per il fatto in sé, ma per negarne un’altra. Vedi lo stracciamento di vesti governativo per l’aggressione di giorni fa a dei militanti fascisti in contemporanea con gli spari contro la sede CGIL di Primavalle a Roma, sorvolata leggiadramente.
O i distinguo sul rapimento di Maduro, rimosso dal suo trono di tiranno e rimpiazzato dalla sua vice tiranna con soddisfazione di tutte le parti sostenitrici e il dito puntato verso chi chiede rispetto per il diritto internazionale e si chiede se questo metodo non finirà per essere applicato in altri contesti ben più democratici.
Non approfondisco il tema specifico, comunque: sto soltanto parlando della libertà di indignazione. Da molti viene spacciata per inutile adesione a un modello di conformismo da divano. In realtà, tolto il fatto che è soggettivo l’effettivo impegno sottostante l’arrabbiatura, se ci si indigna si reagisce a uno stato di cose.
A seguire ci può essere un approfondimento conoscitivo, un impegno pratico, una discesa in piazza, un dialogo con amici, parenti e conoscenti, un post sui social, sui blog, sulle newsletter, un articolo di giornale, una poesia, una canzone. E chi dice che sia tutto inutile? Non è così che si crea un pensiero condiviso, da spendere poi, si spera, dove più conta?
Abbiamo visto riempirsi le piazze per Gaza. Mica era una moda, o un tentativo di sensibilizzare Netanyahu ad andarci piano. Era la rabbia, prima di tutto, davanti all’orrore dei massacri di civili inermi in tutta evidenza. Poi, l’indignazione per l’indifferenza, o la connivenza, dell’Europa, dell’Occidente, del Governo nazionale. Senza entrare nel merito, mantenendo il discorso sul piano del diritto all’indignazione: è un segno di vitalità.
Ci sono tanti motivi per indignarsi. Il mondo è pieno di guerre, ingiustizie, massacri, carestie, crisi climatiche, politiche, religiose, sanitarie. Nessuno può chiedere a nessuno di indignarsi, per coerenza, per tutte le cose che gli sfuggono. C’è gente che sconfessa ogni volta Greta Thumberg perché non si trova su tutti i fronti che chiamano l’indignazione, manco fosse Wonder Woman. Così facendo le cose non migliorano.
Spesso si tratta di tifoserie politiche all’opera: non si entra nel merito di quello che succede ma si aderisce a un pensiero di riferimento. Anche se sono convinto che nella piazza che denunciava lo sterminio di Gaza ci fosse gente di ogni colore e pensiero. Perché si agiva in collegamento diretto col proprio cuore e col senso di umanità che, in fondo, dovrebbe abitare tutti noi.
Quasi tutti noi. Poi ci sono quelli che per convenienza personale potrebbero dire qualunque cosa. Quelli che niente importa per davvero. Ecco, quelli se ci fate caso spesso sono lì a puntare il dito contro chi si indigna. A dire “pensa alla salute”.