Meloni “aperta” al Board di Trump: l’Italia sull’orlo della complicità con la demolizione del diritto internazionale

La presidente del Consiglio prova a tenere il piede in due staffe. Da un lato rivendica che "La posizione dell'Italia è una posizione di apertura" verso il Board of peace proposto da Donald Trump per Gaza

Meloni “aperta” al Board di Trump: l’Italia sull’orlo della complicità con la demolizione del diritto internazionale
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22 Gennaio 2026 - 11.13


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La presidente del Consiglio prova a tenere il piede in due staffe. Da un lato rivendica che “La posizione dell’Italia è una posizione di apertura” verso il Board of peace proposto da Donald Trump per Gaza; dall’altro ammette che “c’è un problema costituzionale” che “non ci consente di firmare domani. Ci serve più tempo”. Una cautela che suona meno come una difesa dei principi e più come un tentativo di guadagnare spazio politico di fronte a un’iniziativa controversa e profondamente sbilanciata.

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Giorgia Meloni ribadisce che “Noi siamo aperti, disponibili e interessati per almeno due ragioni. C’è per noi un problema costituzionale, di compatibilità perché dalla lettura dello statuto è emerso che ci sono alcuni elementi incompatibili con la nostra Costituzione, questo non ci consente di firmare sicuramente domani, ci serve più tempo, c’è un lavoro che va fatto ma la mia posizione rimane di apertura”. Ma proprio questa “apertura” solleva interrogativi pesanti: fino a che punto un Paese fondatore dell’Unione europea può dirsi disponibile a un organismo che nasce fuori da qualsiasi cornice multilaterale riconosciuta e che aggira deliberatamente le Nazioni Unite?

La “questione costituzionale”

Nel dettaglio, la premier richiama “la questione legale e regolamentare in rapporto all’articolo 11 della Costituzione, quello per cui noi possiamo cedere pezzi della nostra sovranità solo in condizioni di parità tra gli Stati”. Una condizione che, ammette la stessa Meloni, sarebbe “incompatibile con alcuni articoli dello statuto del Board”. Tradotto: il Board of peace non garantisce né parità tra gli Stati né un reale equilibrio decisionale, configurandosi piuttosto come uno strumento politico disegnato su misura dagli Stati Uniti e dai loro alleati più allineati.

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Chi ha già aderito al Board of peace

Non sorprende, infatti, che l’adesione internazionale sia finora limitata. Donald Trump ha inviato 52 inviti ad altrettanti governi – compreso quello russo di Vladimir Putin – ma le risposte positive sono state poche. Tra i Paesi che avrebbero già detto sì figurano Marocco, Ungheria, Bielorussia, Kazakistan, Vietnam, Argentina, Israele e Canada: un elenco eterogeneo, in cui spiccano governi autoritari o fortemente schierati sul piano geopolitico. A questi si aggiungono otto Paesi arabi – Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Giordania, Indonesia, Pakistan, Qatar ed Emirati Arabi Uniti – coinvolti più per ragioni di equilibrio regionale che per reale fiducia in un processo di pace costruito fuori dal diritto internazionale.

Il nodo politico resta dunque intatto: il Board of peace non è uno strumento di pace, ma un tentativo di commissariare Gaza e il conflitto israelo-palestinese scavalcando il diritto internazionale, la legalità ONU e il principio di autodeterminazione dei popoli. Di fronte a questo scenario, l’“apertura” italiana appare meno come prudenza costituzionale e più come un pericoloso slittamento verso la normalizzazione dell’arbitrio geopolitico.

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