Tentiamo un esperimento mentale: al referendum del prossimo 22/23 marzo ha vinto il sì. Televisioni e giornali sono per lo più mobilitati a esaltare “le magnifiche sorti e progressive” che attendono il paese dopo questa epocale riforma completamente ininfluente per quanto riguarda i tempi e l’efficienza della giustizia, Giorgia Meloni si autoproclama regina d’Italia per diritto divino e il ministro della giustizia Carlo Nordio aumenta la dose quotidiana di spritz.
Dopo qualche settimana, il governo inizia una campagna mediatica indirizzata contro i pubblici ministeri, rei di perseguire i reati secondo priorità sgradite al governo. Non è difficile convincere l’opinione pubblica che sia meglio occuparsi prima di scippi, violenze durante le manifestazioni, furti vicino alle stazioni ferroviarie, spaccio di stupefacenti per strada e altri reati urbani piuttosto che di corruzione, falso in bilancio, evasione e frode fiscale, bancarotta, concussione, appropriazione indebita…
Dopo un paio di mesi di martellamento televisivo e social, forte di un consenso scontato, la maggioranza approva una legge che stabilisce su quali reati si debba indagare con urgenza, e quali si possano perseguire successivamente. Cioè mai, visto che non viene previsto nessuno stanziamento per rendere più efficiente il sistema giudiziario. Quindi, via libera alla delinquenza dei colletti bianchi. La zona franca diventa una prateria sterminata.
Spiegare a milioni di cittadini che i reati finanziari non sono affatto secondari è impresa ardua. Eppure, sono proprio questi a svuotare le casse dello stato, riducendo le risorse destinate a sanità, scuola, pensioni, welfare…
Ma, non basta. Ormai hanno preso la mano. Come il ministro degli esteri Antonio Tajani in un momento di sincerità aveva già anticipato prima del referendum, il passo successivo dell’escalation impunitaria è sottrarre la gestione della polizia giudiziaria ai pm per sottoporla al ministro della giustizia. A scanso di equivoci, non sia mai ci fosse qualche pubblico ministero particolarmente zelante che trovi il tempo per indagare qualche politico, o qualche amico dei politici.
Le intercettazioni sono già state limitate a 45 giorni, la legge sull’avviso di arresto è già in vigore da un anno, le iniziative della Corte dei Conti contro le ruberie e gli sprechi ai danni dell’erario pubblico sono già state azzoppate da una riforma portata a termine poco dopo lo scorso Natale, che prescrive ai magistrati contabili di accertare il dolo (spesso indimostrabile) degli amministratori infedeli e che ha ridotto il risarcimento in caso di condanna al 30% del maltolto.
A questo punto, senza polizia giudiziaria, con le priorità delle indagini da fare stabilita dal governo, completamente privi di risorse, finalmente i pm si daranno pace e lasceranno in pace la politica.
Se a qualcuno venisse in mente di scendere in piazza contro questa deriva impunitaria e illiberale, con la scusa che stanno tornando le Brigate Rosse, sono già state varate leggi liberticide come il fermo preventivo e l’allargamento delle maglie della legittima difesa per forze dell’ordine e cittadini. Perciò, cortei e manifestazioni sono a rischio e pericolo di chi non ha ancora capito come tira il vento e si ostina a voler protestare.
La casta ha messo al sicuro se stessa da ogni punto di vista, in barba ai diritti, all’eguaglianza di fronte alla legge, alla giustizia e anche al pudore. E lo ha fatto riuscendo perfino a persuadere i più di avere “legge e ordine” come faro ispiratore. Finalmente il disegno autoritario è compiuto.
A suggello dell’impresa, manca solo il premierato. Ci stanno lavorando.
