di Dario Spagnuolo
La riforma costituzionale oggetto del referendum confermativo del 22 e 23 marzo 2025 non è una questione di destra o di sinistra. Il tentativo, tuttavia, è quello di polarizzare il dibattito. Per alcuni bisogna punire giudici e magistrati colpevoli di amministrare la giustizia in modo lento e contrario agli interessi del paese, che in verità molto spesso sono piuttosto interessi personalissimi. Per molti aspetti la questione è scarsamente rilevante: ci sono magistrati incorruttibili e altri politicizzati, quelli che hanno dato la propria vita per servire il paese e quelli che si sono venduti al miglior offerente. Nulla di diverso da quanto accade, purtroppo, anche in parlamento o in altre istituzioni. Anche i dibattiti televisivi non aiutano a fare chiarezza, riducendosi quasi sempre a scontri verbali tra sostenitori di posizioni avverse che poco o nulla aggiungono alla conoscenza.
La “separazione delle carriere”, si sostiene, porterà ad una maggiore consapevolezza delle decisioni assunte. Una tesi forse anche giustificabile ma tutto sommato assai marginale se si considera che il passaggio da una carriera all’altra riguarda poche decine di individui.
Sembrano piuttosto fronteggiarsi due posizioni, quella di chi vorrebbe un governo dotato di maggiori poteri e incamminato verso un premierato simile al presidenzialismo statunitense e trumpiano, e quello di chi invece vorrebbe mantenere inalterato l’impianto costituzionale con l’attuale divisione dei poteri.
Il testo di legge, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025 modifica 7 articoli della Costituzione: 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110. Solo i primi due sono dedicati alla separazione delle carriere. I restanti, invece, trasformano l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), in tre diversi organismi: due consigli separati uno per magistrati requirenti e l’altro per i giudicanti con compiti di gestione delle carriere (assegnazione incarichi, trasferimenti …) e un’Alta Corte Disciplinare con funzioni di controllo e sanzione sull’operato della magistratura.
È dunque evidente che lo scopo della riforma, più che separare le carriere, è cancellare il Csm e creare l’Alta Corte Disciplinare. Ogni nuovo organismo è composto da 15 membri, con il risultato che si triplicano sia gli organismi, sia i membri che ne fanno parte.
La componente togata di questi nuovi organismi non è più elettiva, ma sorteggiata a caso. componenti laici, invece, sono scelti dal Parlamento da un elenco precedentemente predisposto. Non è certo moltiplicando corti e consigli che è possibile pensare di affrettare i tempi della giustizia, senza tenere conto che anche i costi sarebbero destinati ad aumentare sensibilmente senza alcun beneficio per i cittadini. Il provvedimento di legge, dunque, ha solo un’altra plausibile spiegazione: spostare gli equilibri di potere dalla magistratura al governo e, in particolare, alla maggioranza. Il tutto avverrebbe in due modi. Il sorteggio dei componenti, infatti, priva la magistratura della possibilità di stabilire democraticamente una linea di condotta e rappresentarla in seno al CSM. Le liste da cui estrarre la componente laica faciliterebbero poi l’ingresso di soggetti graditi ai partiti al potere.
Nei sistemi democratici, però, vige il principio della separazione dei poteri. Esecutivo, legislativo e giudiziario si amministrano autonomamente, in maniera da non poter essere condizionati nel loro operato dai partiti e dalle coalizioni che si avvicendano alla guida del paese.
Un accentramento del potere, d’altronde, è coerente con l’intento della compagine di governo di giungere al “premierato”, ovvero ad una riforma che conferisca maggiore potere all’esecutivo e al Presidente del Consiglio. In verità, molto è già stato fatto in questa direzione. Le riforme elettorali, le soglie di sbarramento e la drastica riduzione del numero dei parlamentari, infatti, hanno estromesso dal gioco le minoranze, senza tuttavia riuscire a suscitare coalizioni compatte. La sovranità popolare, già rappresentativa, è stata fortemente ridotta e, non a caso, la partecipazione alle elezioni è venuta meno con il venir meno del potere dell’elettorato.
La riforma della giustizia e un ulteriore spostamento di poteri di sicuro non è nell’interesse dei cittadini, ma delle coalizioni di volta in volta al potere, come d’altronde sottolineato dagli stessi Nordio e Tajani quando hanno affermato che del provvedimento avrebbe beneficiato anche la sinistra qualora fosse andata al potere.
La scelta, dunque, non è pro o contro la magistratura, ma è tra il potere ai partiti e la tutela dei cittadini. Chi ha a cuore la Repubblica democratica non può che votare NO.