Quando manca l’intelletto, dalla crisi iraniana alla tentazione della forza: l’Occidente e la responsabilità smarrita
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Quando manca l’intelletto, dalla crisi iraniana alla tentazione della forza: l’Occidente e la responsabilità smarrita

Roma 28 febbraio 2026 Quando manca l’intelletto della politica Dalla crisi iraniana alla tentazione della forza: l’Occidente e la responsabilità smarrit

Quando manca l’intelletto, dalla crisi iraniana alla tentazione della forza: l’Occidente e la responsabilità smarrita
Trump e Giorgia Meloni
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Nuccio Fava Modifica articolo

1 Marzo 2026 - 23.11


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«Nolite fieri sicut equus et mulus quibus non est intellectus». Le parole del Salmo, sembrano per così dire acquisire una risonanza inattesa, capace di indicarci i segni del nostro tempo.


Il 28 febbraio 2026 ha riportato l’Iran al centro della scena internazionale. Le tensioni, le minacce, i movimenti militari, le dichiarazioni ufficiali e quelle ufficiose compongono un quadro che va oltre la cronaca.


L’Iran resta un Paese attraversato da una profonda contraddizione: una società giovane, istruita, dinamica, che da anni chiede libertà e dignità, e un regime che continua a reprimere, incarcerare, limitare diritti fondamentali, a partire da quelli delle donne e degli studenti. Ma proprio per questo, la domanda che si impone riguarda la qualità della risposta internazionale.


L’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump ha scelto una linea che privilegia l’esibizione della forza. La retorica della pace si intreccia con il dispiegamento di mezzi militari; la promessa di stabilità con l’innalzamento dei toni; l’ambizione di leadership globale con un linguaggio che tende a semplificare ciò che è strutturalmente complesso. Non è solo una strategia: è un modo di concepire e presentare il ruolo dell’America nel mondo.


Il punto non è negare la pericolosità di alcuni assetti regionali né sottovalutare i rischi connessi alla proliferazione nucleare. Il punto è interrogarsi se la pressione militare e la logica dell’escalation costituiscano davvero una via d’uscita o piuttosto un moltiplicatore di instabilità. La storia recente suggerisce prudenza. Le guerre preventive, le “operazioni mirate”, le dimostrazioni di potenza hanno raramente prodotto gli effetti annunciati; più spesso hanno lasciato macerie politiche e umane.


L’Europa si muove ai margini, priva di una vera iniziativa strategica. L’Italia, tuttavia, non prova a colmare questo vuoto: la strategia del governo Meloni appare orientata a un allineamento quasi automatico con gli Stati Uniti, una scelta che assume i tratti dell’opportunismo politico e della rinuncia a qualsiasi autonomia. In nome di una presunta affidabilità atlantica, si finisce per depotenziare il progetto europeo e per accettare una posizione che è più subordinazione che alleanza. Intanto, il sistema internazionale si irrigidisce.

L’Ucraina scivola sullo sfondo mediatico mentre nuovi fronti occupano l’attenzione. Le opinioni pubbliche oscillano tra paura e assuefazione. La politica occidentale, nel suo complesso, sembra talvolta più concentrata sulla gestione del consenso interno che sulla costruzione paziente di equilibri duraturi. Anche negli Stati Uniti, le tensioni dentro lo stesso fronte conservatore segnalano che la postura muscolare non è priva di costi politici.


La questione iraniana diventa così un banco di prova più ampio: non solo per Teheran, ma per l’idea
stessa di ordine internazionale che l’Occidente intende proporre. Se la difesa dei diritti si accompagna
a una pratica sistematica della minaccia, la credibilità si incrina. Se la pace viene evocata come
obiettivo mentre si alza continuamente il livello dello scontro, il linguaggio politico perde coerenza.Non si tratta di ingenuità pacifista né di neutralismo. Si tratta di responsabilità. La responsabilità di distinguere tra fermezza e avventurismo, tra deterrenza e provocazione, tra leadership e personalizzazione del potere. E di ricordare che dietro ogni strategia ci sono popoli, vite, giovani generazioni che pagano il prezzo delle scelte altrui.


Forse è qui che le parole antiche tornano a farsi esigenti. La politica, quando rinuncia all’intelligenza e si affida all’istinto della forza, smarrisce la propria vocazione. E con essa, l’Occidente rischia di perdere non solo influenza, ma autorevolezza.

La crisi iraniana chiede lucidità, non riflessi condizionati. Chiede una visione che tenga insieme la denuncia dell’oppressione e il rifiuto della guerra come automatismo. Chiede leader capaci di misurare il peso delle proprie decisioni nel tempo lungo della storia. È un compito alto. È precisamente questo che distingue il potere ridotto a esercizio di forza da quello concepito come intrinsecamente legato alla responsabilità.

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