Referendum: quando la politica diventa spettacolo la democrazia è in pericolo

Critica alla politica ridotta a spettacolo mediatico: tra tifo, disinformazione e scontri emotivi si indebolisce il dibattito pubblico. Serve più formazione civica, responsabilità e pazienza per difendere la democrazia.

Referendum: quando la politica diventa spettacolo la democrazia è in pericolo
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Rocco D'Ambrosio Modifica articolo

11 Marzo 2026 - 18.31


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Ogni campagna elettorale, più o meno ovunque, è sempre ad alto contenuto emotivo e medio (o basso) contenuto razionale. Gli spazi per discutere sulle ragioni dello schieramento del Si come di quello del NO sono sempre più risicati. Non aiutano molto i confronti pubblici tra due esponenti di entrambi le parti: spesso si trasformano in un talkshow che serve poco a capire di cosa stiamo parlando e molto a renderci spettatori passivi di uno scontro calcistico, poco sportivo e molto da tifosi.

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Ma qui non siamo allo stadio e non dobbiamo scegliere di tifare per una squadra, appellandoci a idiozie come “fede calcistica”, la “squadra del cuore”, i “calciatori miei miti” e altre fesserie del genere, che degradano i cittadini in un limbo inqualificabile in cui, anche per il forte influsso dei social (ma non solo), i cittadini sono molto poco pensanti e più attori di curva da stadio. Scrive Byung-Chul Han, in Infocrazia: “La politica si esaurisce in messe in scena massmediali. (…). Nei dibattiti televisivi tra contendenti non sono più gli argomenti a valere, ma la performance”.

Questa strutturazione della comunicazione politica genera – tranne nel caso di coloro che si preparano a ogni elezione o referendum con conoscenza e coscienza – atteggiamenti motivati da affermazioni quali: “non è qualcosa che mi interessa, penso di non andare a votare”; “non ci capisco niente, non voto”; “voto in un modo o nell’altro perché mi è simpatico o antipatico X o Y”, cioè i membri del Governo o la sua Presidente  o i magistrati (come categoria o singolarmente presi) o un partito politico o un testimonial; “mentono tutti, non sapremo mai la verità su come stiano realmente le cose” e via discorrendo. Ci risiamo. Una riforma che mira a sostituire alcuni cardini costituzionali, con discutibili e non chiari nuovi riferimenti, viene assimilata a una scena di TV o social, su cui devi dire solo mi piace o non mi piace. Per un’analisi tecnica, su come è impostata l’attuale campagna referendaria, rimando agli interessanti contributi di Viviana Guarini (reperibili su YouTube).

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Siamo in questa situazione a causa di una deriva in atto da decenni, cioè sin da quando già un basso livello di formazione sociale e politica, per responsabilità delle agenzie educative e della classe politica, è sempre più tendente a zero. Rimedi? Nel lungo termine: formazione sociale e politica per tutti, dai politici ai semplici cittadini, sempre e ovunque, seria e costante, tecnica ed etica. Nel breve termine: uscire da questa gabbia della stupidità, cosciente o incosciente che sia, e aiutare gli altri a emanciparsi, dopo aver emancipato se stessi. Questi due impegni vanno oltre il risultato del referendum. E hanno un grande ed essenziale fine: mantenersi come una democrazia non perfetta – opera impossibile e anche sciocca – ma capace di crescere e migliorare. In altri termini non diventare false democrazie, imparentate con dittature più o meno evidenti e con leader alla stregua di Trump, Netanyahu, Putin, Orbán e diversi altri omologhi.

E sempre nel breve termine, abbiamo bisogno di tanto autocontrollo e di tanta pazienza. 

L’autocontrollo. Nell’agone emotivo è molto facile lasciarsi andare – come nel tifo calcistico – passando da posizioni pacate e razionali a una foga che non fa bene a nessuno, anzi inquina il dibattito politico. La regola d’oro è: non ti devo convincere ma devo solo testimoniare – con motivazioni tecniche, politiche ed etiche – quello che penso e ciò in cui credo. Se poi il mio interlocutore non vuole ascoltare, oppure sono io a non ascoltare e cercare di capire l’interlocutore che si oppone alle mie ragioni, è molto facile che il tutto degeneri in una sottile o vistosa forma di conflitto. Di guerre ce ne sono già tante. Non è il caso di aumentarne il numero e le “vittime”. C’è anche una seconda regola che andrebbe ricordata: non si può dialogare con chi è in malafede e nega l’evidenza (peccati gravissimi per un cristiano) oppure finge di avere motivazioni ma ha solo interessi particolari e nascosti (di natura economica, di carriera o di consenso politico). Diceva Otto von Bismark: “La gente non dice mai tante bugie come dopo una caccia, una guerra o prima di un’elezione”.

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La pazienza. Un po’ tutti, ma in particolare chi ha responsabilità educative, dobbiamo esercitare tanta pazienza. In particolare, verso i giovani e le persone che avrebbero voluto studiare e formarsi ma non hanno avuto mezzi e occasioni per farlo: questi vanno aiutati a capire, prima di tutti gli altri. Chi ha di più deve dare di più – è la logica evangelica (Lc 12, 48) – in controllo delle emozioni, in capacità scientifica e didattica, in fedeltà ai principi etici del vivere civile e politico.

Nel 1945 Giuseppe Dossetti scriveva: “L’unica possibilità e la condizione pregiudiziale di una ricostruzione stanno proprio in questo: che una buona volta le persone coscienti e oneste si persuadano che non è conforme al vantaggio proprio, restare assenti dalla vita politica e lasciare quindi libero campo alle rovinose esperienze dei disonesti e degli avventurieri”. 

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