Astensione record e cittadini disorientati: perché associazioni e comunità restano decisive per la vita democratica
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Astensione record e cittadini disorientati: perché associazioni e comunità restano decisive per la vita democratica

C’è un dato che dovrebbe far riflettere più di molti commenti sulla crisi della politica: in Italia, come ormai in molte democrazie occidentali, il primo “partito” è quello di chi non va a votare.

Astensione record e cittadini disorientati: perché associazioni e comunità restano decisive per la vita democratica
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Nuccio Fava Modifica articolo

12 Marzo 2026 - 11.48


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C’è un dato che dovrebbe far riflettere più di molti commenti sulla crisi della politica: in Italia, come ormai in molte democrazie occidentali, il primo “partito” è quello di chi non va a votare. L’astensione è diventata la forza numericamente più consistente del Paese. Non è soltanto un segnale di disaffezione elettorale, ma il sintomo di qualcosa di più profondo: una distanza crescente tra cittadini e istituzioni e, insieme, un diffuso senso di spaesamento che attraversa la nostra società.


Questo spaesamento non nasce soltanto dalle difficoltà della politica. È alimentato anche da un contesto internazionale segnato da tensioni, conflitti e mutamenti rapidi che rendono più difficile orientarsi nel presente. Le grandi democrazie occidentali appaiono spesso incerte nel definire una direzione comune, e in questa incertezza cresce la fatica dei cittadini – e in particolare dei giovani – a riconoscersi dentro un orizzonte condiviso.


In una stagione come questa diventa allora necessario tornare a interrogarsi su ciò che tiene viva una comunità democratica. Non bastano le regole istituzionali né i meccanismi della rappresentanza. La democrazia vive soprattutto nelle esperienze concrete di partecipazione, nei luoghi in cui le persone imparano a incontrarsi, a dialogare, a riconoscersi parte di un destino comune.

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È qui che riemerge il valore, troppo spesso sottovalutato, dell’associazionismo. Per molte generazioni esso ha rappresentato una vera palestra di cittadinanza. Non un semplice insieme di attività, ma un percorso di formazione umana e civile. Chi ha avuto modo di attraversare esperienze associative nella propria giovinezza sa quanto queste occasioni possano incidere nella crescita delle persone: si imparava il dialogo, il confronto, la responsabilità condivisa.


Oggi queste esperienze continuano ad esistere, spesso con grande generosità e impegno. Ma non
sempre vengono riconosciute nel loro valore educativo e civile. Eppure, proprio esse possono offrire
ai giovani uno spazio per uscire dall’isolamento e dalla solitudine che troppo spesso caratterizzano la
vita contemporanea.


L’associazionismo è prima di tutto esperienza di comunità. Una comunità che non pretende di possedere tutte le risposte, ma che si costruisce nel tempo attraverso la ricerca comune, l’ascolto reciproco, la disponibilità ad accogliere contributi diversi. Per molti giovani entrare in un’esperienza associativa significa scoprire che la propria vita può essere parte di un cammino condiviso, imparando a collaborare e a costruire insieme.

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In questo senso i cosiddetti corpi intermedi – associazioni, movimenti, esperienze comunitarie – restano una componente essenziale della vita democratica. È in questi luoghi che si formano le capacità di dialogo, di responsabilità e di mediazione senza le quali anche le istituzioni finiscono per indebolirsi.


A questo si aggiunge un fenomeno che merita di essere osservato con attenzione: la progressiva caduta della tensione politica e civile che aveva caratterizzato altre stagioni della vita repubblicana.


Le ragioni sono molteplici. Da un lato pesa inevitabilmente il passare del tempo, con il venir meno di generazioni che avevano vissuto la politica anche come scelta etica e responsabilità pubblica. Dall’altro lato sono intervenuti profondi mutamenti sociali e culturali.La nostra società si è progressivamente trasformata. A una stagione segnata da forti motivazioni ideali si è sostituito un contesto più individualistico, nel quale spesso prevale la ricerca di soddisfazioni personali e di bisogni immediati. Non si tratta di negare la legittimità delle aspirazioni individuali,
ma di riconoscere che si è progressivamente indebolita la dimensione del dovere verso gli altri e verso la comunità.

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Il rischio più grande è quello dello svuotamento: lo svuotamento delle motivazioni civili, della partecipazione, della fiducia reciproca. Quando una società smette di sentirsi comunità, anche le sue istituzioni finiscono inevitabilmente per indebolirsi.


E tuttavia non mancano segnali di speranza. Ogni volta che qualcuno decide di creare spazi di incontro, di promuovere esperienze di partecipazione, di accompagnare i giovani in percorsi di crescita condivisa e di ricerca di senso attraverso l’esperienza religiosa, si riaccende una possibilità.


Non sono necessariamente i grandi progetti a produrre i cambiamenti più profondi. Spesso sono le esperienze più semplici, ma autentiche, a generare energie nuove. Se i giovani scoprono che il futuro non è qualcosa che si subisce, ma qualcosa che si può contribuire a costruire insieme, allora anche in tempi difficili può riaprirsi una prospettiva di fiducia.


Nel tempo dello spaesamento, la sfida torna dunque a essere quella di ricostruire comunità, luoghi di dialogo e percorsi di partecipazione. È da qui che può rinascere quella energia civile senza la quale nessuna democrazia può davvero reggere nel tempo.

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