Perché No: nel merito
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Perché No: nel merito

Entriamo “nel merito” del NO al referendum sulla giustizia, lasciando considerazioni generali come quella secondo cui sarebbe bene evitare che una classe dirigente così scadente e spudorata comela destra meloniana metta le mani sulla Costituzione

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Giovanna Musilli Modifica articolo

18 Marzo 2026 - 17.05


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Entriamo “nel merito” del NO al referendum sulla giustizia, lasciando da parte considerazioni generali come quella secondo cui sarebbe bene evitare che una classe dirigente così scadente, impreparata, incolta, e spudorata come quella della destra meloniana metta le mani sulla Costituzione, scritta da politici di ben altro calibro. 

La prima ragione nel merito riguarda noi cittadini, ai quali conviene un pubblico ministero educato alla cultura della giurisdizione, obbligato a tenere conto di eventuali prove a discarico dell’imputato, interessato a scoprire la verità su un determinato reato, non a ottenere una condanna a tutti i costi. In questo senso, non è affatto desiderabile che il pm si trasformi nell’avvocato dell’accusa, come auspicano gli aedi del sì, perché in quel caso sarebbe una sorta di poliziotto con competenze giuridiche impegnato a ottenere più condanne possibili. Alla faccia del garantismo tanto decantato dalla destra. 

L’avvocato della difesa, d’altra parte, non deve cercare la verità, ma difendere il suo cliente, anche nel caso in cui lo ritenga colpevole. Per i cittadini, il processo trasformato in un duello fra avvocato dell’accusa e avvocato della difesa sarebbe molto meno equo e garantista. 

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La seconda ragione è che, come Carlo Nordio, Giorgia Meloni, la senatrice leghista Simonetta Matone e ultimamente la capo di gabinetto del ministro della giustizia Giusi Bartolozzi hanno implicitamente manifestato, se vincerà il sì, l’intenzione di attribuire alla politica – che sia al Parlamento o direttamente al governo poco cambia – la decisione sulle priorità giudiziarie di cui i magistrati dovranno occuparsi. 

Il che significa, per farla breve, che la politica deciderà su quali reati si debba indagare prima. Tuttavia, dati gli arretrati, le lungaggini, la mancanza di personale e di risorse, è facile immaginare che si indagherà “solo” (e non “in via prioritaria”) sui reati decisi dai politici. 

A naso, si può ipotizzare che la corruzione, la concussione, il falso in bilancio, l’evasione e la frode fiscale, la bancarotta, i reati ambientali, il voto di scambio e tutti i reati tipici dei colletti bianchi e dei loro amici non saranno in cima alla lista. Il che configurerà una giustizia di classe, impunitaria per le classi dirigenti e dalle conseguenze drammatiche per noi cittadini, costretti ad assistere inermi a ruberie e sprechi di denaro pubblico, al proliferare di sistemi tangentizi e di corruttela, con conseguente ulteriore impoverimento del welfare e dei servizi, della sanità, della scuola e via dicendo. Sarebbe il trionfo della casta definitivamente richiusa su se stessa.

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Alle minori garanzie per noi cittadini e all’impunità delle classi dirigenti si aggiungono ulteriori ragioni, come la palese assurdità di un sistema elettorale che, per i due CSM e per l’Alta Corte di giustizia, vede il sorteggio assoluto per i magistrati e un sorteggio finto per i politici, estratti da una lista composta dalla maggioranza parlamentare, cioè scelti e non sorteggiati; e come l’altra bizzarria secondo cui, quando l’Alta Corte emanerà un provvedimento disciplinare, il magistrato sanzionato potrà fare appello, ma alla stessa Alta Corte (sebbene a un collegio diverso di giudici). Quest’ultimo accorgimento, che sfiora la comicità, non fa che aggravare l’incoerenza della stessa  riforma. La sua ratio, infatti, formalmente è quella di evitare connivenze fra giudici e pm, ma nell’Alta Corte ci sarebbero appunto giudici e pm insieme. In breve, magistrati che lavorano nella stessa istituzione sarebbero addirittura chiamati a decidere sul medesimo caso di sanzione disciplinare (in primo grado e in appello). 

In aggiunta, l’Alta corte sarebbe composta da tre membri scelti dal Presidente della repubblica, tre scelti dal Parlamento, e sei sorteggiati fra giudici e pm: va da sé che qualora il Presidente sia stato espresso dalla stessa maggioranza parlamentare che nomina gli altri tre giudici, e se fosse sorteggiato un solo magistrato politicamente vicino alla maggioranza, questa otterrebbe il controllo dell’Alta corte. E anche in questo caso il danno sarebbe principalmente per noi cittadini, perché un’Alta corte politicamente orientata potrebbe non essere equa nel comminare sanzioni ai magistrati, soprattutto se impegnati in indagini o processi sgraditi ai politici di turno. 

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Tale situazione, peraltro, rischia di configurarsi già fra un paio d’anni, contando che le elezioni politiche si terranno nel 2027, e quelle del presidente della repubblica nel 2029.

In questo contesto, nulla viene fatto per velocizzare i processi investendo risorse, riformando il codice di procedura di penale, assumendo personale, riorganizzando i tribunali… 

Per tutti questi motivi, e non solo, noi cittadini non dovremmo avere dubbi. 

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