Bertinotti: "Il referendum sulla giustizia? Un tassello della svolta neo-autoritaria"

L'ex presidente della Camera analizza il referendum sulla giustizia, la crisi della democrazia rappresentativa e il ruolo dei movimenti giovanili: «Lo sbocco politico è una meta fuorviante. I partiti imparino dai movimenti, non il contrario»

Fausto Bertinotti - OffOff Theatre - Referendum - intervista di Alessia de Antoniis - Ph. Roberta Savona
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

19 Marzo 2026 - 21.41


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di Alessia de Antoniis

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Fausto Bertinotti non ha dubbi: il referendum sulla giustizia è una tessera di un mosaico più grande. «Siamo dentro un processo di sistematica riduzione della democrazia a forme di democrazia autoritaria»; e la separazione delle carriere, in questo disegno, non fa eccezione. Ma la legge Nordio è solo l’ultimo passaggio di una frattura preparata da lontano.

Mani Pulite travolse Dc e Psi, mentre il Pci ne uscì meno colpito. Da quel vuoto è nata una lunga supplenza della magistratura sulla politica e, per una sinistra senza progetto, quella supplenza è stata anche comoda. Stiamo pagando ancora oggi quella stagione?

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No, francamente ho un’analisi diversa. Penso che Mani Pulite e il protagonismo della magistratura siano intervenuti su una crisi e una degenerazione della politica che stava consumando il lungo ciclo del dopoguerra italiano. Nel vuoto determinato dall’incapacità della politica di autoriformarsi, il pool di Mani Pulite occupò quello spazio, anche consumando pratiche certamente discutibili, prima fra tutte l’arresto preventivo. C’erano stati suggerimenti molto forti in quella direzione: vorrei ricordare l’intervista di Berlinguer a Scalfari sull’origine del processo corruttivo e degenerativo in Italia.

Ha salvato il Partito Comunista Italiano? Chi voglia indagare con mente lucida può capire anche la ragione, grazie alla particolare consistenza del partito, compresi gli elementi di fedeltà che ne caratterizzavano la costruzione materiale. Quella fu una parentesi, dopo la quale il vecchio uso tornò sui vecchi canoni ed è continuato il lungo ciclo di declino della politica italiana.

Possiamo però dire che paghiamo lo scotto del pool di Mani Pulite?

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No, paghiamo lo scotto della vittoria del capitalismo sulle forze del cambiamento, lo scotto di una controrivoluzione affermatasi nel cuore di una rivoluzione tecnico-scientifica poderosa, che ha preso il nome di globalizzazione capitalistica. Stiamo parlando di fenomeni di mutazione profonda della società che hanno cambiato le coordinate della politica. Quelli di cui stiamo parlando sono piccoli accidenti. Negli Stati Uniti non hanno avuto Mani Pulite ma si trovano Trump. Ci sarà una qualche ragione.

A pochi giorni dal voto: si sta decidendo davvero sulla giustizia o sulla forma della democrazia italiana, dopo trent’anni in cui la politica ha perso centralità e altri poteri hanno occupato quello spazio?

Né l’una né l’altra, credo. Siamo dentro un processo di limitazione progressiva degli spazi di democrazia che dura da un quarto di secolo, in cui le menomazioni degli istituti della democrazia rappresentativa sono state significative e clamorose.

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Penso alla manomissione sistematica dell’autorevolezza e della capacità legislativa del Parlamento, che è stato ridotto da una condizione di sovrano a una condizione di servo: la sua capacità legislativa è stata sostituita dalla decretazione d’urgenza e dal voto di fiducia, che ha strangolato l’attività parlamentare. Compreso il processo di formazione di quest’ultima riforma sulla giustizia.

Parallelamente abbiamo assistito alla marginalizzazione del conflitto sociale, fonte principale della democrazia partecipativa, e a un vero ribaltamento del paradigma costituzionale, fondato sulla libertà e sull’eguaglianza, che ha invece fatto della diseguaglianza il motore di un nuovo sviluppo. Quante persone in Italia vedono davvero rispettato l’art. 1 della Costituzione? Provi a chiedere a qualche rider se la Repubblica è fondata sul lavoro. Siamo dentro un processo di sistematica riduzione della democrazia a forme autoritarie, in cui si iscrive anche questa riforma.

Su Sky Nordio ha promesso che, se vince il sì, sulle norme attuative ci sarà il confronto con tutti. Grosso ha replicato che questa riforma è stata approvata senza un solo emendamento accolto, senza discussione parlamentare reale. L’altra sera all’OffOff lei ha detto che Nordio e Gratteri sono intercambiabili. Sul merito della separazione delle carriere, quindi, non è lontanissimo dalla riforma. Se fosse stata discussa davvero in Parlamento, avrebbe votato sì?

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Se questo Governo non avesse voluto iscrivere questa riforma come tessera di un mosaico neoautoritario – di cui fanno parte il premierato, la legge sulla disarticolazione dello Stato nazionale e l’ipotesi di riforma elettorale – se fosse stata semplicemente una discussione specifica e limitata, che peraltro si sarebbe potuta fare senza modifica costituzionale, credo che sarebbe stato del tutto ragionevole realizzare la separazione delle carriere.

Se invece questo obiettivo viene iscritto in un sistema che parla di una svolta neoautoritaria – e insisto, di una democrazia neoautoritaria, come già se ne vedono in Europa, modello Orbán – allora è difficile trovare un accordo.

Non basta la Cartabia per la separazione delle carriere?

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No, si poteva anche andare oltre con la separazione delle carriere. Ma non si fa una riforma costituzionale con dibattito in Parlamento senza neppure, come dire, l’ipocrisia di lasciare passare un emendamento.

I giovani tornano in piazza, ma fuori dai partiti e dalle organizzazioni tradizionali. È una generazione che si muove dall’emozione, dall’indignazione. Se è morta la buona politica, chi costruisce lo sbocco dei movimenti? La destra ha capito come dare loro identità e appartenenza, la risposta delle istituzioni è repressiva: non si rischia di lasciare quel campo a chi sa organizzare il disagio?

È già questo canone a non convincermi: quello dello sbocco politico. Era difficile immaginarlo anche quando c’erano grandi potenze in campo. Negli anni Settanta, con l’emergere di due figure sociali inedite come l’operaio comune di serie e lo studente di massa, abbiamo avuto un ciclo di grandi trasformazioni del Paese. Eppure lo sbocco politico atteso non si è mai realizzato, neanche con in campo il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana.

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Lo sbocco politico è una meta fuorviante. Il movimento ha il problema di durare e crescere in sé: lo sbocco è intrinseco, non fuori di sé. Riguarda la possibilità di creare nuovi fenomeni di democrazia partecipata, la messa in discussione di alcuni paradigmi del sistema, a partire dal paradigma della guerra, elemento motore di questo nuovo capitalismo, proponendo una politica di pace.

Questo è un tempo in cui i movimenti sono guidati dalle emozioni, dall’indignazione più che da un progetto. Ma è con questa novità che bisogna fare i conti. Il problema è quanto le forze politiche che vogliono essere di innovazione siano capaci di immergersi nel movimento con l’attitudine di chi impara, non di chi insegna.

Quindi li rimettiamo in scatola come le Sardine?

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Esattamente.

Nel suo intervento l’altra sera ha fatto una domanda precisa: perché i rider sfruttati finiscono davanti a un magistrato invece che dentro una vertenza sindacale? Forse perché è da tempo che è saltata la funzione del sindacato?

Il sindacato ha tante voci. Chi ha fatto il contratto dei metalmeccanici ha fatto le assemblee in tutti i luoghi di lavoro per sapere se i lavoratori avrebbero dato il consenso alla firma, con un processo di partecipazione democratica di cui non ci sono molti uguali in Europa.

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So bene che non tutti i sindacati confederali hanno questa attitudine. E poi ci sono i sindacati di base, che in molti casi sono riusciti a creare vertenze sul terreno della logistica – penso in Emilia, soprattutto in Romagna – e dei rider – penso a Milano – costituendo punti di innovazione del conflitto sociale che andrebbero indagati con molta cura.

Tuttavia si tratta di esperienze molto importanti, ma limitate. Così limitate che un fenomeno offensivo per la dignità dei lavoratori, e insultante per la Costituzione repubblicana, come il lavoro dei rider, viene affrontato dalla magistratura invece che dal conflitto sociale. Questo è un problema.

La soluzione?

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L’estensione dei casi virtuosi prima citati. Visto che ci sono sindacati confederali che ormai da questa storia si chiamano fuori, diventando sostanzialmente sindacati governativi – per usare nomi e cognomi, io penso alla CGIL, per esempio – serve una lettura autocritica e un investimento su queste esperienze, che potrebbero essere considerate esperienze di apertura di una nuova frontiera del conflitto sociale.

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