Referendum, il mio è anche un no alla guerra
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Referendum, il mio è anche un no alla guerra

Un No nel referendum è anche un No a ciò che sottende la logica di guerra che anima il gangster di Washington e quello di Tel Aviv.

Referendum, il mio è anche un no alla guerra
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

21 Marzo 2026 - 20.16


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Si dice: al referendum si vita sull’ordinamento giudiziario e non per altro. S’insiste: non è il referendum pro o contro il governo Meloni. Punto. Non è così. Altri ben più capaci di chi scrive, hanno motivato nel merito le ragioni che spingono per il No. Ma c’è una ragione che sento di poter portare nel mio piccolo per dire il mio, e credo e spero non solo il mio, No. Ha a che fare con le questioni di cui mi sono occupato nella ormai lunga vita professionale. Questioni che riguardano la pace e la guerra. 

Ecco, il No in questo referendum è anche un No alla guerra. Non si tratta, o comunque non è preponderante, solo di esprimere un giudizio su un Governo suddito di Trump e sodale di Netanyahu, i due gangster che tengo in ostaggio il mondo. Un Governo nel quale il ministro degli Esteri non arrossisce di vergogna quando afferma che il diritto internazionale conta sì ma fino a un certo punto. O una presidente del Consiglio che prova a mascherare il suo trumpismo con malriusciti equilibrismi dialettici. 

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E’ un No alla guerra che individua un filo conduttore che lega la logica dominante nel Sì della destra – quello preponderante perché per il resto siamo al contorno – con il suo modus pensandi et operandi in politica estera: la logica del bisogno di un Nemico contro cui indirizzare l’ostilità, se non l’odio dell’opinione pubblica, del cittadino-elettore. Se non c’è pace, è colpa degli ayatollah o di Hamas. Se non c’è giustizia è per colpa di una magistratura politicizzata e arbitraria. Una visione rozzamente manichea della realtà, interna ed estera, ma che viene sempre brandita da una destra che non vive senza il Nemico: fosse un giudice, un immigrato e via elencando. Una logica bellicista, muscolare. Forte con i deboli, debole con i forti. 

Un No nel referendum è anche un No a ciò che sottende la logica di guerra che anima il gangster di Washington e quello di Tel Aviv. È un No che unisce Minneapolis a Gaza. È la logica che ispira Giorgia Meloni per cui la magistratura deve contribuire a implementare la politica dettata dall’esecutivo. Altrimenti il magistrato è un sabotatore. È lo stesso atteggiamento assunto da Trump nei suoi forsennati attacchi contro i giudici della Corte suprema, colpevoli ai suoi occhi di aver sabotato la guerra dei dazi scatenata dal tycoon. È la logica spolverata da Meloni, Piantedosi, Salvini e compagnia brutta quando accusano i giudici che hanno applicato la legge contro le deportazioni forzate di migranti nei lager albanesi. 

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È la logica di chi pensa che chi è più forte detta legge. In milioni nel mondo sono scesi in piazza per affermare un corale, irriducibile “not in my name”. 

Il 22 e 23 abbiamo la possibilità di dirlo anche con il voto. Non sprechiamo l’occasione. NO. 

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